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L’intervento di Leonardo Montecchi alla giornata di studi “Zero homeless” organizzata a Rimini dall’Associazione Rumori Sinistri: ad un senso comune in cui “sempre più verrà presentato qualsiasi intervento sociale non solo come inutile ma come complicità e alimentazione di criminalità e devianza”, si contrappone la “Xenia metropolitana: il riemergere, sotto un’altra forma, dell’antica legge dell’ospitalità”.

01 Novembre 2022 – 14:54

di Leonardo Montecchi*

Marginalità al centro, come rompere il circolo vizioso dell’indigenza

Al compagno Roberto

A noi! Dice il famigerato motto, in ripresa in questi tempi. Ma chi sono quei noi? Noi siamo quelli che si riuniscono in un fascio di combattimento contro il nemico. Noi di questa valle, di queste valli, di questo popolo, di questa nazione. Un forte richiamo identitario. Ma la nostra identità qual è? Che cosa significa nazione? Un primo riferimento riguarda l’abitare, potremmo dire che un popolo, una nazione, abita un territorio specifico, ma questo non è sufficiente. “Pieno di merito, ma poeticamente abita l’uomo su questa terra” dice il famoso verso di Hölderlin. Non mi soffermerò troppo su quel poeticamente, qui mi basta sottolineare che un popolo parla una lingua comune, ha miti e riti condivisi si auto rappresenta per differenza rispetto agli altri popoli.

Gli altri, per i greci, erano oi barbaroi: i barbari, quelli che non parlavano la stessa lingua e che a loro sembravano balbuzienti. Tuttavia, per lo meno nel mediterraneo vigeva una legge, una vera e propria istituzione,secondo cui, uno straniero, uno xenos, in greco, doveva essere accolto, sfamato e alloggiato senza chiedere il suo nome perché quello straniero sarebbe potuto essere un dio. Questa  legge, la Xenia è quella applicata nell’Odissea dai Feaci che accolgono il naufrago Ulisse, senza chiedergli nulla: lo vestono, lo sfamano e lo accolgono con tutti gli onori senza sapere chi fosse: poteva essere un semplice marinaio, un re, o un dio. Polifemo, invece non rispetta la Xenia, non gli importa chi siano gli stranieri sbarcati sulla sua isola. Li cattura e li divora. I Ciclopi vengono descritti come esseri non umani, non solo per le caratteristiche fisiche ma anche perché non rispettano la legge fondamentale della ospitalità. Dunque ci sono leggi come questa che denotano non solo un popolo che abita un territorio specifico, ma un insieme di popoli di usi costumi e lingue molto differenti. E’ una legge che è caduta in disuso ma non è scomparsa, è diventata una istituzione inconscia che si manifesta attraverso sintomi che trasformano l’hospis, ospite in latino, in hostis, nemico. Come vedete il termine ha la stessa radice, ma perché avviene questa mutazione? Evidentemente, lo straniero, non riconosciuto come ospite e dunque non ospitato, a sua volta non riconosce in che l’accoglie l’ospite, che  è un termine ambiguo perché significa sia chi ospita sia chi è ospitato, per questo il fascio dei noi connazionali produce il noi stranieri con gli effetti collegati. Nel noi che ci riconosciamo nella identità nazionale può nascere la paura dello straniero: la xenofobia che nasce da un pregiudizio e si organizza attorno a stereotipi, ma accanto a questa nevrosi sociale si sta sviluppando una ben più grave psicosi sociale, una xenopatia, che corrisponde ad uno stringere sempre di più il fascio dei temi identitari. La xenopatia percepisce gli stranieri come nemici pericolosi che vogliono attuare una “sostituzione etnica” attentando alla nazione riunita in fascio. La xenopatia come psicosi sociale è evidentemente una paranoia che si diffonde in un clima di insicurezza e di crisi sociale, come quello che stiamo attraversando e che purtroppo non potrà che peggiorare.

In questo clima, dominato dalla guerra, punto estremo della paranoia sociale, dobbiamo pensare che questa peste psichica, come la chiamava Wileim Reich, si estenderà, come già si sta estendendo, non solo alla minaccia esterna, gli arrivi dal mediterraneo e quindi i blocchi navali, l’aumento dei lager libici e il disinteresse totale per l’aumento dei morti affogati in mare. Ma la mentalità nazionalista produce anche forti differenze sul territorio. Il noi determina un loro anche qui, non solo alle frontiere esterne o meglio i margini ed i marginali non sono solo coloro che provengono da fuori ma anche quelli che nel territorio non soddisfano tutti i requisiti per entrare nel “noi”. Quali sono questi requisiti: in primo luogo la cittadinanza, poi la residenza. E per ora fermiamoci a questi. La cittadinanza è il tema più importante, sarebbe intuitivo, almeno per me, che una persona che nasce in uno Stato, in attesa che il pianeta superi questo retaggio e si realizzi la naturale idea che la nostra patria è il mondo intero la cui legge è la libertà, acquisisca la cittadinanza di quello Stato per poterne godere dei diritti. Diritti che nel secolo XXI dovrebbero essere garantiti a tutti gli abitanti della terra. Ed invece ci attardiamo a difendere privilegi addirittura di sangue: ius sanguinis, producendo il paradosso che, ad esempio, un argentino, i cui antenati sono nati in Italia, possiede anche un passaporto italiano e può votare per il Parlamento, mentre una persona nata in Italia e che vive in Italia non ha diritto di cittadinanza. L’imperatore Caracalla nel 212 d.c. Concesse la cittadinanza romana a tutti gli abitanti dell’impero. Ma oggi qual è l’Impero? Un importante testo di Negri ed Hardt pubblicato nel 2000 ipotizzava una unica planetaria riorganizzazione del potere sul pianeta, dopo la fine della guerra fredda, in un Impero con poli finanziari (Wall Street) poli militari (il Pentagono) poli di produzione dell’immaginario sociale (Hollywood). L’Impero avrebbe significato la fine degli Stati nazionali ed il compimento ed il controllo del processo di globalizzazione. Ma quell’Impero è fallito con le empie  guerre di Bush in Afganistan e in Iraq.

Un altro studio di Negri e Hardt intitolato Moltitudine chiariva che nel tempo della globalizzazione, le masse, intese come popoli, nazioni che manifestano la loro identità o di nazione o di classe, sono superate dallo sviluppo dei processi  che de localizzano e informatizzano, frantumando la classe operaia in nuclei distribuiti in una molteplicità di Stati dove è più conveniente trasferire spezzoni della produzione complessiva. Insomma una frattalizzazione della economia reale che corrisponde al predominio di una finanza digitalizzata che ha trasformato il capitalismo in semiocapitalismo e cioè in una continua produzione di stili di vita, modelli di consumo cui tutti si devono adeguare per non rimanere marginali, tagliati fuori dall’ordine simbolico. Questo ordine, secondo Negri ed Hardt, non produce più masse ma moltitudini che di volta in volta, generano conflitti con l’ordine imperiale: le moltitudini sono flussi che si delocalizzano da uno Stato ad un altro, attraversano mari, varcano frontiere e compaiono in uno spazio o in un altro senza produrre stati di coscienza collettivi. Tuttavia, una moltitudine ha preso coscienza della propria forza, apparendo a Seattle nel 1999. Questa moltitudine si è opposta al governo imperiale del mondo. È’ stata massacrata a Genova nel 2001 ma ha elaborato l’idea che un altro mondo fosse possibile ha mostrato che l’orizzonte unico  prodotto dal immaginario imperiale era falso come quello del Truman Show. Poi le moltitudini si sono collegate fra loro ed hanno prodotto la maggiore manifestazione che si sia mai verificata sul pianeta opponendosi alla guerra in Iraq. Ma quelle moltitudini in lotta non sono state in grado di fermare la guerra che è iniziata con il falso pretesto che  L’Iraq avesse armi di distruzione di massa che non aveva.

Quindi oggi veniamo da un doppio fallimento sia del dominio imperiale sia della forza materiale delle moltitudini. Dopo è emerso il caos della crisi una crisi che da finanziaria è diventata economica poi sociale ed infine politica. Dalla crisi politica è emerso di nuovo il nazionalismo che si è chiamato sovranismo ma è solo la variante di questo virus. Si ripropone di nuovo il fascio identitario che fa sentire forti contro gli stranieri, contro i nemici che sono i diversi: gli altri, le schifezze come diceva il presidente della Camera, i vagabondi, i delinquenti, i drogati, i clandestini. Michel Foucault ci ha mostrato come la nascita del manicomi nella Francia nel 1600 coincidesse con il grande internamento di persone marginali, gli espulsi dalle campagne dalla fame e dalla povertà che non trovavano impiego nella nascente industria o ne venivano espulsi perché infortunati e mutilati e vagavano nelle periferie di fronte alle chiese nelle vie delle città chiedendo la carità. Folle di miserabili  che Victor Hugo descrisse duecento anni dopo, miserabili che infastidivano le persone per bene, le persone che lavorano, i bravi borghesi. Anzi, come ci ha elegantemente mostrato Max Weber nei paesi protestanti, quei marginali, quei poveri, non producevano nessun conflitto nella mentalità dominante, i ricchi, i benestanti non si identificavano in alcun modo con loro perché Dio metteva fra i poveri chi intendeva punire, ed esprimeva la benevolenza facendo arricchire chi intendeva premiare.

Gli echi di questa visione calvinista ritornano nel discorso del presidente Meloni a proposito della povertà e del reddito di cittadinanza, e meno male che non si è riferita a certe teorie nordamericane secondo cui la povertà sarebbe l’effetto di deficit cognitivi e non viceversa. Tutte queste teorie non considerano la marginalità come effetto di un centro che si arrocca su se stesso per difendersi da nemici esterni ed interni. Ma chi sono questi nemici? Naturalmente quelli che vogliono portarci via ciò che noi abbiamo accumulato: la terra, i beni, anche il lavoro svolto per altri. Insomma le proprietà private. Ma già più di centocinquanta anni fa Karl Marx aveva chiaramente dimostrato che non sono affatto uguali i cittadini che si incontrano sul mercato perché alcuni che possiedono terre o vari dispositivi produttivi comprano la mano d’opera materiale o intellettuale di chi possiede solo quella. Per cui il fascio identitario è attraversato per lo meno da una fenditura orizzontale fra chi possiede i mezzi di produzione e vive di rendita e profitti e chi vive del proprio lavoro. Ma ancora di più è evidente come il funzionamento del capitale abbia come scopo l’accumulazione fine a sè stessa e la sua riproduzione allargata. A questo scopo viene sacrificato tutto comprese le risorse ambientali. E’ ormai evidente che lo sviluppo senza progresso, come lo definiva Pasolini distrugge le risorse del pianeta per autoalimentarsi ed allargarsi. Questa trasformazione produce l’aumento dell’anidride carbonica, il conseguente riscaldamento globale e le mutazioni climatologiche che stiamo vivendo: alluvioni disastrose in Pakistan, incendi devastanti in California e Australia, scioglimento dei ghiacciai che fanno pensare al modello produttivo capitalistico come ad un carcinoma che divora il corpo da cui è stato prodotto.

Perché questa corsa verso la distruzione e la morte? Evidentemente il  potere si è definitivamente trasformato da biopotere che disciplinava e controllava i corpi attraverso la prescrizione dei comportamenti adatti, in necropotere che si alimenta del consumo dei corpi della loro putrefazione e della loro morte. Quindi c’è un altra frattura nel fascio identitario, quella che spinge ad affidare tutto al “pilota automatico” cioè agli algoritmi del capitale, come diceva il presidente Draghi e a tutti coloro che ne apprezzavano l’agenda per finire contro una montagna, come l’aereo Germanwings di sei anni fa. O a provare  ad uscire da Matrix. Come si può fare per rompere il circolo vizioso della miseria? Innanzitutto dobbiamo contrastare la produzione di quella che oggi sento sempre più definire narrazione e che, secondo me è molto meglio definita dal termine gramsciano di “senso comune”, appunto, il senso comune che si sta formando e diffondendo è basato su pregiudizi come gli stranieri ci rubano il lavoro, sono pericolosi, vanno respinti. Gli stranieri diventano facilmente, vagabondi, delinquenti, i matti diventano stranieri pericolosi, i drogati viziosi criminali. Questo senso comune produce un mandato sociale securitario. Dobbiamo combattere l’egemonia di questo senso comune. C’è e ci sarà una richiesta di contenimento, segregazione e respingimento. Sarà indispensabile mostrare la continua produzione di capri espiatori che servono da sempre a mascherare le difficoltà di una crisi che morderà profondamente il corpo sociale. Smascherare la psichiatrizzazione e la criminalizzazione del disagio sociale.

Sempre più verrà presentato qualsiasi intervento sociale non solo come inutile ma come complicità e alimentazione di criminalità e devianza. Opporsi sempre e comunque in qualsiasi dibattito pubblico e privato alla trasformazione linguistica del migrante in clandestino, la migrazione non è reato. Il nostro compito è disarticolare i pregiudizi e distruggere gli stereotipi per sviluppare il libero pensiero. Per fare questo è sempre più necessario costruire momenti di incontro e di discussione, come questo di oggi. Non solo ma in luoghi come questo, qui a casa Madiba e casa Gallo si realizza quella che io chiamo Xenia metropolitana e cioè il riemergere, sotto un’altra forma, della antica legge dell’ospitalità, una rielaborazione, in questa società contemporanea di quella antica istituzione che evidentemente dall’inconscio sociale sta riemergendo in diverse realtà.

Dobbiamo metterle in rete, da isole ad arcipelago. Questa ospitalità metropolitana prevede non una integrazione, che richiama il colonialismo, secondo cui esiste una “civiltà superiore” naturalmente bianca che avrebbe il “fardello” come diceva Kipling di educare tutti gli altri popoli barbari o selvaggi per innalzarli alla luce della verità. Non è nemmeno una inclusione, anche se questo termine è leggermente meno coloniale, non è solamente una inclusione in una realtà già predefinita e non modificabile. Noi produciamo una ricombinazione perché si generano nuove realtà che contengono qualcosa di entrambe ma sono impensate ed impensabili. Si tratta di comunità che non sono la riproduzione delle comunità che  gli ospiti e gli ospitanti hanno lasciato dietro di sè. Non è una operazione nostalgia ma la costruzione di una comunità che viene, una comunità che c’è e ci sarà solo se noi la costruiremo. La comunità che viene per realizzarsi ha bisogno di una prassi e qui noi oggi continuiamo questa prassi fatta di discussioni desideri lotte e amore. Amore  si, perché come diceva il Che, il rivoluzionario è guidato da  un grande sentimento d’amore.

*intervento alla giornata di studi “Zero homeless” del 29 ottobre 2022, organizzata dall’Associazione Rumori Sinistri a Casa don Andrea Gallo e a Casa Madiba Network (Rimini)




Fonte: Zic.it