Novembre 20, 2021
Da Il Manifesto
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Interamente ambientata nella cittadina immaginaria di Gilead (Iowa), durante il secondo dopoguerra, la saga di Marilynne Robinson si articola in titoli – da Gilead a Casa a Lila a Jack (appena pubblicato e ottimamente tradotto come già gli altri da Eva Kampmann per Einaudi, pp. 328, euro 20,00) , senza una precisa progressione temporale, seguendo le vicende che vedono coinvolte le famiglie Ames e Boughton, i cui pater familias sono entrambi pastori protestanti radicati nel presbiterianesimo: hanno inoltre in comune le battaglie per l’emancipazione razziale e contro il segregazionismo, naturali derivazioni dalla fede cristiana e da una tradizione che risale alla Guerra di Secessione.

La saga si articola attraverso percorsi tortuosi che non seguono mai un filo logico e sembrano rivivificarsi in un apparentemente frammentato ma efficace flusso di coscienza, manifestandosi attraverso i più diversi espedienti romanzeschi, a partire da quello epistolare in Gilead. Sullo sfondo di questo racconto corale torna a stagliarsi, di romanzo in romanzo e in un ruolo di comprimario, Jack Boughton, il figlio prediletto: stando al padre e alla famiglia tutta, si direbbe che il ragazzo sia l’incarnazione del male, di un peccato originale che non conosce né può conoscere redenzione.

Di volta in volta bugiardo intemerato, ladro, vagabondo, ubriacone, lavoratore precario, poi carcerato, Jack è fondamentalmente un gentiluomo del Sud, che in questo romanzo eponimo assume le sembianze di un angelo caduto di miltoniana memoria. Un Satana che ha perduto il Paradiso non tanto per colpa quanto per predestinazione: vero o presunto, questo destino gli appare irredimibile, ma vi si vede costretto perché convinto che non esista – o almeno a lui non sia concessa – possibilità di fuga. La sua bellezza sta ormai sfiorendo, ma Jack conserva intatto il fascino dell’affabulazione, convinto che la parola, soprattutto quella letteraria, possa riuscire laddove i fatti hanno fallito: riuscire nella costruzione di un mondo parallelo e bipolare che continuamente riproponga l’illusione di poter sfuggire alla propria condizione.

L’ennesima occasione viene offerta a Jack dall’incontro casuale con Della, una insegnante afroamericana di storia, figlia anche lei di un pastore battista, della quale si innamora a prima vista e di cui si proporrà da subito come angelo custode. Le leggi razziali in vigore impediscono l’amore tra i due (torna il trauma sociale che Robinson ha messo al centro della propria narrativa), e naturalmente questo amore sarà destinato a crescere per approdare a un matrimonio morganatico e alla nascita di un figlio.

Apparentemente, Jack è un romance, con momenti di intimità e di tenerezza che come raggi di luce divina squarciano le tenebre dell’esistenza; in realtà, al di là della strana relazione che si instaura tra i due amanti, tutto il romanzo si articola in una complessa e a volte dolorosa riflessione sulla condizione umana, e sul confronto tra le due anime dell’America – la bianca e la nera – nonché sulla diuturna lotta tra il bene e il male. Emblematica la scena che si svolge all’interno del cimitero dei bianchi di St Louis dove lei si perde e lui la ritrova, non prima di restare entrambi chiusi in quel perimetro per la notte. Una notte epifanica in cui il loro rapporto, fino allora centrifugo, si ricompone e si costruisce sulle ali della teologia e di alcuni versi, in una sorta di gioco in cui compaiono i numi tutelari della poesia americana – da Dunbar, a Whitman, da Frost a Williams – e su cui domina incontrastato lo Shakespeare del dubbio e della notte, quello di Amleto e di Macbeth.

I due protagonisti si avviano così su percorsi paralleli, distanti ma pur sempre presenti, destinati solo di tanto in tanto a incrociarsi nel tentativo di ricomporre una sorta di unità primigenia. Jack, in una pretesa di normalità per lui irraggiungibile, alterna alla morale borghese una sua etica della devianza, mentre sembra cercare di afferrare quella grazia che Della impersona. Vorrebbe, pare, ottenere la redenzione che al genere umano sembra storicamente preclusa, mondare il peccato e trasformarlo nuovamente nella virtù originaria, ricondurre l’Adamo e l’Eva che lui stesso e Della ora incarnano alla condizione antecedente la caduta e la cacciata dall’Eden. Entrambi, però, sembrano destinati a fallire.

Jack tornerà dunque a indossare i panni dell’artista americano, un artista all’apparenza minore come sembrano dimostrare i versi che scrive o i ritratti di angeli e di Della che disegna, in realtà, un uomo alla ricerca di significati ultimi sulla verità dell’arte e sull’interpretazione del sogno americano. Oltre che a Faulkner e alla tradizione della letteratura confessionale, per temi e stile Jack ci riporta alla grande lezione dei Trascendentalisti americani, a Emerson, a Hawthorne, a Melville e al loro lacerarsi e distruggersi, nel nome dell’arte e del peccato che l’arte rappresenta.

La scena centrale ambientata nel cimitero di Bellefontaine richiama alla mente L’angelo di pietra e il cimitero di Manawaka, cittadina immaginaria del Manitoba, della canadese Margaret Laurence, anche lei scrittrice delle Praterie per molti versi confessionale e legata al mondo metodista e presbiteriano. Sotto altri aspetti, la figura di Jack e il suo dirsi artista ricorda Philip Bentley, pastore protestante nella cittadina altrettanto immaginaria di Horizon, protagonista di As for Me and My House di Sinclair Ross, autore tra i più importanti del Modernismo canadese. Sono risonanze che allargano il territorio in cui Robinson si muove e mostrano, ancora una volta, come temi e ambienti circoscritti possano farsi universali confluendo in un romanzo che supera i confini nazionali e tutto ingloba, tutto include.




Fonte: Ilmanifesto.it