Novembre 18, 2021
Da Il Manifesto
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«È perché amiamo tanto questa patria, o matria, che la vorremmo diversa: è un’invettiva che nasce dall’amore». Così Marco Martinelli, fondatore insieme ad Ermanna Montanari della storica compagnia Teatro delle Albe, descrive lo spirito generoso della poesia civile che abita il suo ultimo film, Fedeli d’amore. Un lettura profondamente attuale della figura di Dante che verrà presentata in prima assoluta sabato a Filmmaker Festival. Il lavoro cinematografico arriva dopo lo spettacolo omonimo che contribuì all’attribuzione del Premio Ubu a Montanari come miglior attrice nel 2018 e che continua ad essere rappresentato anche fuori dai confini nazionali, attualmente è infatti in replica al Festival de Otoño di Madrid. Questo peculiare rapporto tra cinema e teatro, fatto di contatti, rincorse e sorpassi è tipico dell’attività di regista di Martinelli, da quando nel 2016 si è posizionato con maggiore intenzionalità dietro alla camera. Fedeli d’amore si inserisce nelle celebrazioni dei 700 anni dalla morte del poeta ma prima ancora in una ricerca pluriennale intorno alla sua opera da parte della compagnia; il peregrinare da esiliato, il tradimento della città, gli scontri tra le fazioni ci parlano in questo lavoro della natura della politica, delle storture dell’Italia, delle debolezze umane attraverso le tante entità che prendono la parola grazie alla vocalità straordinaria di Montanari. A partire dal film abbiamo intervistato il regista, un’occasione per approfondire il complesso rapporto che lega la camera e la scena.

Come è nato il desiderio di fare cinema e quali possibilità ti sta offrendo rispetto al teatro?

Il regista Marco Martinelli

Quando avevo vent’anni mi nutrivo di Carmelo Bene come di Fellini, del teatro di Brecht e Aristofane come del cinema di Herzog. Le due passioni sono sempre state avvinghiate l’una all’altra, fino a quando è nato il desiderio di affrontare il cinema e non solo di assorbirne l’immaginario per i nostri lavori teatrali. Credo poi che il cambiamento tecnologico sia stato decisivo, io ed Ermanna siamo abituati a produrre autonomamente il nostro teatro come garanzia di ottenere un linguaggio che ci appartiene. Decenni fa sarebbe stato difficile fare cinema senza una produzione, mentre ora si può gestire il processo in prima persona. Rispetto alle possibilità del cinema, il primo piano è da sempre la mia ossessione, da quando vedevo i film di Eisenstein o di Pasolini. Infatti era da una vita che sognavo di riprendere il primo piano di Ermanna, che invece ha avuto una reazione complessa di fronte alla camera. Giochiamo per dissonanze, anche se poi alla fine le nostre dissonanze si compongono. In generale del cinema amo questa libertà estrema di poter catturare la realtà, un’alba, un tramonto. Ad esempio nel film che ho girato a Nairobi ovvero The sky over Kibera ho avuto la possibilità di andare alla ricerca di pezzi di realtà da mettere in cortocircuito con lo spettacolo che stavamo allestendo.
In questo percorso cinematografico hai accanto diversi elementi della compagnia, come cambia il lavoro corale?
Non c’è alcuna differenza rispetto all’affrontare uno spettacolo o un film, il clima è sempre gioioso, anche nei momenti più difficili. Per le Albe è fondamentale che quello della creazione non diventi mai un luogo di nevrosi, le relazioni umane sono il primo elemento, la nostra ancora a partire dalla quale si può edificare la bellezza.

«Fedeli d’amore» come anche il precedente «Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi» arriva dopo lo spettacolo teatrale omonimo, nel passare alla regia cinematografica che tipo di operazione compi?

Lo definirei un «rito dionisiaco di smembramento»: bisogna fare a pezzi lo spettacolo, divorarlo e poi rimontarlo a partire da una nuova immaginazione e un nuovo alfabeto. Nel caso di Fedeli d’amore è stato più semplice perché si trattava originariamente di un concerto, con le musiche di Luigi Ceccarelli e le voci di Ermanna al leggio. Renderlo un film è stato quindi un lavoro sulla sinestesia, lasciando correre la fantasia.

Ci sono anche alcune immagini d’archivio nel film, a quale esigenza rispondono?

Mi interessava inserire alcuni segni di un’altra epoca per sfalsare temporalmente il film, che se vogliamo nasce nel 1321 seppure le persone che circondano Dante hanno i nostri abiti, sono gente del nostro tempo. È come se venisse raccontata la simultaneità di epoche storiche diverse con alcune costanti della nostra umanità, tra i due grandi poli della violenza e dell’amore.

È da alcuni anni che tu ed Ermanna avete intrapreso un percorso intorno a Dante, mettendo in scena l’Inferno e il Purgatorio e l’anno prossimo il Paradiso. In che modo il poeta vi parla?

Dante ce lo portiamo dietro da una vita, eravamo due adolescenti innamorati tra noi e innamorati anche dell’opera del sommo. Come Cesare Garboli definisce Molière, per noi è un «compagno di veglia»: qualsiasi spettacolo facessimo, la Commedia era lì. Un libro sacro da aprire anche a caso, in cui cercare ispirazione. Il sogno di metterlo in scena non è di questi ultimi anni, chiaramente non è un testo per il teatro e 14.233 versi sono una grande sfida. Ad un certo punto è arrivato il momento di poterlo realizzare insieme a Ravenna Festival, nel 2017. Per noi Dante è una figura fondamentale perché è stato uno dei più grandi a non aver separato il destino dell’anima individuale da quello della polis, della collettività. C’è la teologia, ovvero gli angeli e i diavoli che ci abitano, e allo stesso tempo la politica. Riuscire a tenere insieme queste dimensioni ci porta a ciò che siamo in profondità, allo smarrimento nella selva oscura e alla cieca violenza che non ci abbandona, ma anche al desiderio di un’umanità nuova, della felicità dell’essere.

Nel film compare un asino, elemento ricorrente nella vostra poetica, in questo caso prende voce l’esemplare che ha condotto Dante nel suo ultimo viaggio.

L’asino stavolta porta sul dorso una croce, intersezione tra visibile e invisibile, trascendenza e storia, quindi in un certo senso è al centro del film. Da sempre per noi è stato un simbolo di sapienza per la sua comprensione dell’ignoranza in cui siamo immersi. «So di non sapere», solo da lì si può veramente partire. L’umiltà è stare attaccati alla terra, non vaneggiare con i sogni prometeici che possono portarci solo alla distruzione. È un animale commovente, con quel suo modo di non essere mai servo anche quando serve: se l’asino non vuole fare ciò che gli viene ordinato non lo fa e basta. Il piccolo asinello Renzo però è stato splendido come attore, si è prestato con grande docilità.




Fonte: Ilmanifesto.it