Gennaio 26, 2022
Da Il Manifesto
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Lo shtetl ebraico di Kreskol, sperduto tra le fitte foreste della Polonia orientale, ha perso da tempo ogni contatto con il mondo esterno. Questo ha consentito ai suoi abitanti di scampare alla Shoah che ha invece cancellato perfino le tracce della presenza degli ebrei da questa parte d’Europa. Sono sopravvissuti allo sterminio, di cui non hanno neppure avuto notizia, così come non sanno nulla della nascita dello Stato di Israele, del fatto che l’uomo ha messo piede sulla Luna o che ci si possa parlare a distanza attraverso i telefonini. Quando però una giovane del posto scompare, per fuggire da un matrimonio infelice, gli anziani del villaggio inviano sulle sue tracce il fornaio Yankel che finirà per scoprire come fuori dal recinto della sua comunità il Novecento ha fatto il suo corso e nello specifico ha assunto il volto non certo rassicurante della Polonia odierna. Ricreando con ironia e gusto del paradosso il clima di molti racconti della tradizione yiddish, il giornalista e scrittore newyorkese Max Gross, narra in Lo shtetl perduto (e/o, pp. 444, euro 19, traduzione di Silvia Montis) di come una comunità possa al tempo stesso comprendere che deve la sua salvezza al proprio isolamento e misurare tutta la vastità della tragedia che si è nel frattempo compiuta. È così con un sorriso amaro sulle labbra che si misura il proprio rapporto con la modernità e con il passato.

Lo scrittore newyorkese Max Gross

Quale è stata la prima ispirazione per il romanzo? In diverse occasioni avete dichiarato che più che all’Europa orientale stavate pensando ai quartieri degli ebrei ortodossi di New York…
Tutto è iniziato con la lettura di uno storico volume sulla Shoah, The War Against the Jews di Lucy Dawidowicz. Si tratta di un libro che analizza in modo dettagliato i meccanismi dello sterminio. Ricordo che mentre leggevo di come centinaia di insediamenti ebraici in tutta l’Europa orientale erano stati spazzati via mi sono trovato a pensare: «Come è possibile che neppure un villaggio fosse stato risparmiato, magari perché la sua ubicazione era stata tracciata male su una mappa?». Allo stesso tempo, è vero, mentre definivo la storia ho pensato all’isolamento in cui vivono alcune comunità ebraiche ad esempio nei quartieri ortodossi di New York. Quando ho iniziato a fare il giornalista, Forward mi affidato delle inchieste in zone come Borough Park, Crown Heights, a Brooklyn o nel Queens dove gli abitanti vivevano completamente isolati dal mondo moderno. Non parlavano inglese, almeno non come prima lingua, bensì yiddish, non festeggiavano il compleanno che so il 22 di gennaio, ma il 20 di Sh’vat, non guardavano la televisione né possedevano un computer e le loro preoccupazioni principali erano: cosa ha detto il Rebbe di questo o di quello? Pensai: «Mio Dio ma sono nella Polonia di quanto tempo fa o nell’America di oggi?».

Dal libro emerge l’eco di un mondo perduto, quello dell’ebraismo dell’Europa orientale spazzato via dai nazisti. Quando Yankel, uno dei protagonisti, raggiunge la città più vicina allo shtetl cerca il quartiere ebraico, una qualche traccia di una presenza di cui però in quel luogo non c’è più neppure memoria.
Ai miei occhi l’Europa orientale appare infestata dai fantasmi di ciò che è stato. Certo, ci sono ancora degli ebrei, ma la trasformazione che hanno subito quelle zone è stata davvero radicale. Un tempo Cracovia, Vilnius o Odessa assomigliavano alla New York di oggi: la presenza ebraica era visibile ovunque. Alla vigilia della Seconda guerra mondiale un terzo degli abitanti di Varsavia era ebreo e a Odessa erano anche di più. Oggi la popolazione ebraica di Varsavia rappresenta meno del 2 per cento del totale. E si tratta di un’eredità spettrale con cui si devono fare i conti. Per questo ho cercato di documentarmi il più possibile, leggendo tutto ciò che trovavo e recandomi sul posto per dare nuovamente voce a quel mondo.

Si può dire che «Lo shtetl perduto» sia in qualche modo un romanzo sull’Olocausto «senza l’Olocausto», nel senso che è solo attraverso i terribili racconti che uno dei personaggi, Leonid Spektor, sopravvissuto ad Auschwitz, fa al rabbino del villaggio, e che trasforma in favole dell’orrore per i ragazzini, che la realtà dello sterminio entra davvero nella storia. Non deve essere stato facile gestire questa «assenza».
Devo ammettere che il personaggio di Spektor non compariva nella prima bozza del romanzo. Solo che ne avevo dato una copia a mia madre, che ha lavorato fino alla pensione nella redazione del New York Times e la sua reazione fu proprio quella di dirmi che per essere uno romanzo sull’Olocausto, di quanto era avvenuto non c’era alcuna traccia. E naturalmente aveva ragione. Così ho inserito la figura di Spektor che racconta cosa ha visto e subito ad Auschwitz. Eppure, è chiaro, l’argomento di fondo del libro è proprio quello. Il momento nel quale tutte le norme morali e sociali sono andate in pezzi e intere nazioni hanno iniziato ad uccidere metodicamente, scientificamente ed in modo terribilmente efficace intere altre nazioni. Allo stesso modo, nella storia volevo rendere conto di come gli individui si siano misurati in modo diverso con l’Olocausto e la sua memoria. Per alcuni si tratta di qualcosa di terribile ma che è avvenuto molto tempo fa, e per questo non considerano quei fatti molto rilevanti per le loro vite attuali, mentre per altri è una tragedia sempre presente. «Nessuna persona seria può pensare ad altro», ha detto lo scrittore tedesco W.G. Sebald. Penso che stesse scherzando, ma solo un po’. E i racconti che Spektor fa al rabbino e ai ragazzi assolvono proprio a questo compito: incarnano questo spirito sgradevole, solo in apparenza laterale nella storia. Presente ma, almeno a prima vista invisibile.

La natura selvaggia, la foresta che può celare uomini, cose e storie, l’idea di una «frontiera» frutto degli elementi naturali che separa i mondi e forse le culture appartiene all’esperienza dei protagonisti nel cuore dell’Europa orientale, ma è anche qualcosa di molto americano: entrambe le prospettive culturali convergono nel suo approccio?
Devo essere sincero, mentre scrivevo del villaggio di Kreskol non ho pensato consapevolmente al mito americano della natura selvaggia e della frontiera. E questo malgrado abbia vissuto per alcuni anni nel New Hampshire che è uno Stato piuttosto rurale e dove la mia prospettiva sulla natura selvaggia è stata decisamente influenzata. Pensavo piuttosto alle «foreste non incantate» di L’uccello dipinto di Jerzy Kosinski (romanziere di origine ebreo-polacca scomparso nel 1991 a New York, ndr) dove le città, i villaggi, le terre selvagge e i contadini che vengono descritti sembravano usciti dal Medioevo malgrado si stia parlando della Polonia del Novecento. Inoltre, uno degli interrogativi intorno a cui si sviluppa Lo sthetl perduto è il rapporto con la modernità. Gli abitanti di Kreskol che ho immaginato dovevano necessariamente essere immersi in un mondo molto «primitivo» per sperimentare fino in fondo il vero shock della vita moderna.

Anche al di là della ricostruzione storica del mondo degli shtetl, il romanzo appare come una sorta di racconto popolare yiddish contemporaneo: quanto contano nella sua prospettiva di autore gli scrittori e i libri che hanno descritto quella realtà?
Ho sempre pensato che avrei voluto scrivere questa storia come se si fosse trattato di un vecchio racconto popolare. Sono cresciuto amando quei racconti e i loro autori. Considero Isaac Bashevis Singer il più grande maestro della letteratura yiddish ed è stata la sua storia Gimpel l’idiota che ha lasciato in me il segno più profondo fin da quando l’ho letta da bambino. Ma ci sono anche altre storie di Singer che ho amato e che mi hanno influenzato profondamente. Non è ancora uscito in America, ma c’è un libro intitolato The Books of Jacob di Olga Tokarczuk che parla del falso messia Jacob Frank del XVIII secolo di cui anche lo stesso Singer ha parlato nel suo Satana a Goray. Penso che i lettori riconosceranno i contorni sfocati della storia di Jacob Frank in un capitolo del mio romanzo. In una certa misura penso a Lo shtetl perduto come ad un affettuoso rimprovero verso il tipo di rappresentazione sentimentale che prevale su quei villaggi di ebrei che l’Olocausto ha cancellato.

Proprio come nella tradizione dei racconti yiddish l’ironia e un certo gusto per il paradosso sembrano tornare utili anche nel suo libro per affrontare ferite e vicende terribili.
La maggior parte delle battute che sono pronunciate nel libro si basano sul fatto che alcune cose crudeli o terribili non possono essere dette in altro modo se non adottando un tono umoristico. Penso che Lo shtetl perduto affronti argomenti seri che non sarei mai stato in grado di scrivere con un tono troppo drammatico: meglio provare con lo scherzo. Ho sempre creduto che fosse il modo migliore per raggiungere una verità complessa e dolorosa come quella che evoca il romanzo. E, in effetti, penso che molti scrittori yiddish siano giunti alla medesima conclusione molto prima di me.

La dimensione in qualche modo utopica della storia che racconta consente ai lettori di affrontare con il sorriso un tema terribile e forse di coltivare anche una forma di speranza: un modo non solo per guardare al passato degli ebrei, ma anche al presente del suo Paese?
C’è chi ha giudicato il romanzo gioioso e ottimista e chi, al contrario, lo considera triste e pessimista. Penso che entrambe le interpretazioni siano valide. Ho sempre voluto che fosse un libro divertente, ma molti libri divertenti sono intrisi di dolore. Al di là della situazione americana stavo pensando a quello che succede oggi in Polonia con la destra che domina la scena. Ho colto però delle similitudini tra le scelte autoritarie che sono state assunte di recente in Polonia e Ungheria e le posizioni di Trump. Ancora un volta il rapporto con la modernità e il futuro sono al centro, non a caso l’appeal di Trump è rivolto al passato, alla nostalgia: «Make America Great Again». Mentre invece credo che la cosa giusta da fare sia guardare al futuro: ciò che ha caratterizzato a lungo l’America. E spero che sia ancora così.




Fonte: Ilmanifesto.it