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Oggi presidio del Coordinamento Migranti davanti alla Prefettura: “Cancellare multe ed espulsioni, chiudere definitivamente il Centro Mattei, garantire a tutte e tutti un’accoglienza negli appartamenti”. Intanto, l’Usb segnala l’apertura dello stato d’agitazione per le/gli operatrici/ori sociali impiegate/i nei servizi di assistenza e integrazione ai richiedenti asilo.

07 Maggio 2022 – 13:52

Migranti nuovamente in piazza “contro il ricatto dei documenti, contro le discriminazioni dell’accoglienza”: presidio in piazza Roosevelt, oggi, su iniziativa del Coordinamento Migranti, durante il quale “più di cento migranti – si legge in un post in rete –  la maggior parte dei quali residenti nel centro di via Mattei, hanno cercato di raggiungere il Comune per fare sentire la propria voce di fronte alla sede di un’amministrazione che durante la campagna elettorale ha fatto molte promesse, a partire dalla chiusura del Mattei, e dopo le elezioni se ne è velocemente dimenticata. Le forze dell’ordine hanno impedito ogni movimento: la ragione ufficiale è che non c’è stata una comunicazione formale, quella che leggiamo tra le righe è che sono troppo neri, gridano troppo e sono troppo visibili per spostarsi nel centro della città”.

Prosegue il coordinamento: “È ormai noto che a Bologna nessuno deve osare disturbare i traffici commerciali del centro cittadino e l’immagine luccicante di una città troppo impegnata a spendere i soldi del PNRR per garantire profitti, non certo per migliorare la condizione di vita dei migranti che spaccandosi la schiena all’Interporto fanno funzionare la grande vetrina del centro. Mesi fa abbiamo avuto un incontro con la vicesindaca Emily M. Clancy e con l’assessore Luca Rizzo Nervo. Entrambi hanno dichiarato che la chiusura del Mattei era una priorità dell’amministrazione cittadina. Ma il Mattei è ancora aperto e noi siamo per questo qui a lottare. Il sindaco Matteo Lepore aveva espresso la sua volontà di risolvere il problema della mancanza di mezzi per raggiungere l’interporto. Nemmeno un bus è stato attivato. Dopo aver promesso, ora i responsabili nemmeno più rispondono alle nostre sollecitazioni. I migranti, è noto, non votano, non consumano abbastanza e vanno bene solo se lavorano a testa bassa. Per quanto ci riguarda la differenza tra chi sostiene il razzismo istituzionale e chi lo combatte è nei fatti non nelle parole. Tra un selfie e l’altro, i responsabili dell’accoglienza a Bologna stanno di fatto stabilendo una gerarchia tra le profughe ucraine e i rifugiati e le rifugiate presenti da anni a Bologna. I fatti – cioè tutto quello che non è stato fatto – parlano chiaro.”

La protesta, spiega ancora il Coordinamento, nasce “dopo una partecipata assemblea dei migranti del centro Mattei e di altre strutture”, con la decisione “di proseguire la lotta per cancellare espulsioni e multe che hanno colpito i richiedenti asilo”. Si legge poi: “Multe ed espulsioni sono provvedimenti per svuotare i centri di accoglienza, per renderci ancora più poveri, per ricattarci e sfruttarci ancora di più. Per questo devono essere cancellate. Chiunque vive o ha vissuto in accoglienza potrebbe subire questa ingiustizia da un momento all’altro. È un’ingiustizia per quelli di noi che hanno conquistato un permesso di soggiorno o una protezione umanitaria, ma che sono stati espulsi dai centri senza preavviso, chiamati in Prefettura per firmare un foglio senza poterlo leggere e poter consultare un avvocato. È un’ingiustizia per chi è costretto ad aspettare nei centri la decisione della Commissione. È un’ingiustizia per chi è arrivato da poco e non sa della legge che vieta di superare i 5.000 euro di salario all’anno per poter rimanere nell’accoglienza. Per questo è un’ingiustizia anche per i tanti profughi della guerra in Ucraina che non hanno ricevuto un permesso temporaneo solo perché hanno la pelle nera. L’’accogliente Bologna’ non li colloca negli appartamenti ma li spedisce in strutture affollate, senza sapere che cosa ne sarà delle loro vite, con il rischio di essere espulsi da un momento all’altro. La lotta contro espulsioni e rimborsi è anche la lotta contro il ricatto dei documenti e le discriminazioni dell’accoglienza”. Ecco dunque le tre richieste avanzate dalle/i manifestanti: “Cancellare multe ed espulsioni, chiudere definitivamente il Centro Mattei, garantire a tutte e tutti un’accoglienza negli appartamenti”.

A proposito di accoglienza, l’Usb segnala l’apertura dello stato di agitazione tra le/i lavoratrici/ori della coop Arca di Noè: “Dopo un’assemblea sindacale delle operatrici e degli operatori sociali impiegati nei servizi di assistenza e integrazione ai richiedenti asilo, è stato proclamato lo stato di agitazione contro le condizioni di lavoro imposte della cooperativa, in un contesto dove il sistema di accoglienza diventa nuovamente centrale a fronte dell’inasprirsi dei conflitti nel mondo e l’escalation avuta con la guerra in Ucraina. Lo stato di agitazione è figlio di un lungo percorso di sindacalizzazione iniziato dalle lavoratrici e dai lavoratori del sistema di accoglienza migranti con la contestazione ai decreti sicurezza di Minniti e Salvini passando per la vertenza riguardo il Centro Mattei, tuttora riaperto e pieno di criticità sia sociali per gli ospiti che lavorative per gli operatori, fino alla mobilitazione vittoriosa dell’anno scorso per il ritiro delle casse integrazioni forzate imposte unilateralmente dalla cooperativa nei confronti delle lavoratrici della scuola di italiano per migranti. Nonostante le ripetute richieste di incontro comunicate alla cooperativa e sollecitate negli ultimi mesi, la cooperativa Arca di Noè si è rifiutata di confrontarsi con la parte sindacale disconoscendo quindi tutti i lavoratori e lavoratrici che hanno democraticamente deciso un percorso sindacale diverso dai sindacati firmatari dei contratti collettivi nazionali”.

Aggiunge il sindacato: “Da molto tempo segnaliamo delle distorsioni rispetto all’applicazione del contratto collettivo nazionale e del contratto integrativo territoriale. Nei servizi di accoglienza migranti gestiti dalla cooperativa Arca di Noè non vengono riconosciute le reperibilità, i buoni pasto e inoltre si vive una condizione di part-time obbligatori che produce lavoro povero e mal retribuito. Dentro i servizi convivono forme contrattuali diverse pur avendo la stessa mansione, con l’unico scopo di precarizzare ulteriormente la condizione di chi lavora e contestualmente gli inquadramenti non rispecchiano sempre la mansione effettivamente esercitata. Non vengono inoltre riconosciuti gli istituti previsti dai contratti nazionali quali il diritto allo studio e le assemblee sindacali retribuite”.




Fonte: Zic.it