Ottobre 11, 2021
Da Il Manifesto
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Igor e Ivan Buharov, conosciuti anche come I Buharov, non esistono, non sono fratelli o, meglio, sono fratelli di cinema. Pseudonimo rispettivamente di Szilágyi Kornél e Hevesi Nándor, cineasti ungheresi che, con quel nome d’arte, lavorano insieme dagli anni Novanta producendo e dirigendo film (cortometraggi e lungometraggi di finzione, documentari, d’animazione) inscrivibili nel maelstrom del cinema sperimentale e d’avanguardia, nutrendosi delle memorie di quelle esperienze storiche per ri-produrle con sguardo personale, come degli artigiani che si divertono a creare immagini depistanti e fuori norma. Inoltre, I Buharov fanno musica, lavori multimediali, concerti. E il piacere, altamente teorico, di sperimentare si evidenzia anche dal ricorso alla pellicola. Si pongono, per usare una loro dichiarazione d’intenti, «danzando sui bordi dell’arte e del cinema» per «svolgere performances audiovisive surrealiste dove immagine, musica e parole diventano un tutto organico dopo il caos».

LA LORO CREAZIONE più recente si chiama Land of Warm Waters ed è stata presentata in concorso al Milano Film Festival, diretto per la terza volta da Gabriele Salvatores e Alessandro Beretta e conclusosi domenica. Il pubblico del festival I Buharov li conosce bene. La loro opera è stata proposta nel corso delle edizioni, fin dai corti d’esordio. E nel 2008 sono stati insigniti del Premio Aprile, assegnato dal gruppo di lavoro del festival.
Girato in 8mm e in 4:3, senza sceneggiatura, con una piccola troupe di amici, Land of Warm Waters è un labirinto dove ci si trova catapultati, nel quale i nostri occhi e sensi devono abituarsi allo smarrimento. Un labirinto di cui si percepiscono dei segmenti, di cui non si conoscono il varco d’ingresso e quello d’uscita. Quel che vediamo accade da qualche parte in alcuni dei suoi meandri. E gli spazi e le scene sono popolati di maghi, una donna innamorata di un uomo che è partito per gli Stati Uniti, un tipo che si installa in casa sua promettendole di contattarlo, una famiglia colpita da strane eruzioni cutanee, un’anziana che ha investito i suoi risparmi per un viaggio in Perù, un sindaco che nessuno sembra avere votato… E una donna trasformata in cactus, e viceversa. Sono personaggi che possono sparire o riapparire altrove, avere relazioni o isolarsi. E sono giochi di magia rudimentali quelli inventati dai Buharov, che affondano le radici negli albori del cinema, nello stupore, nella scoperta. Di-segnano così tracce di un viaggio lisergico, visionario, ipnotico, che non ha né inizio né fine, ma un durante i cui pezzi, le cui scene, si possono montare, smontare, sostituire – mentre i personaggi, come si trattasse di figurine, vengono ‘ritagliati’ e fatti emergere all’improvviso in mezzo a un prato, lungo una strada, accanto a un albero. La memoria va anche a David Lynch (quello di Eraserhead, soprattutto) e alle geniali trasandatezze di Ed Wood e del suo cinema amatoriale (nel senso della teoria e pratica del ‘cine-amatore’). Di fronte a questo cinema ‘primitivo’ non resta che lasciarsi avvolgere, sedurre (o legittimamente respingere) dall’immaginazione febbrile di Igor e Ivan Buharov.

ALLA PELLICOLA e al 4:3, e a uno sguardo sperimentale, affida la propria poetica anche Chiara Caterina. L’incanto (approdato a Milano dopo l’anteprima alla Settimana della critica di Venezia) è stato girato in Super8 e 16mm e fa collidere immagini e sonoro. La fonte visiva è rappresentata da squarci di luoghi resi ancor più fragili, e inquietanti, portatori di mistero, dai supporti scelti per filmarli, a loro volta portatori di mistero attraverso le imperfezioni e le manipolazioni compiute sulle immagini. La fonte sonora è costituita da una serie di voci, la maggior parte di donne, che si alternano e compenetrano facendo riaffiorare sia tragedie italiane vicine o non troppo lontane nel tempo sia, a partire da esse e oltre esse, riflessioni sulla morte. E allora quella collisione si rivela solo apparente. In realtà quel che si vede e quel che si ascolta è intimamente legato. L’incanto possiede l’incanto di dare forma a voci e immagini dal profondo, provenienti le prime anche da materiali d’archivio e le seconde elaborate fino a renderle un territorio abitato da fantasmi e impregnato di morte. Vale a dire due elementi su cui si fondano pure le tracce audio.

L’IMMAGINE elaborata, ma in tutt’altre direzioni, è al centro anche del documentario Dark Blossom di Frigge Fri e del film di finzione Medusa di Anita Rocha da Silveira. Fri, regista e artista visiva danese, già autrice di molti documentari brevi, videoclip e installazioni, in Dark Blossom ha seguito tre ventenni devoti alla cultura gotica descrivendone amicizia e condivisione di un mondo e di un modo di vivere alternativo non semplice da portare avanti nella città di campagna dove abitano. Al centro c’è Josephine, sua è la voce off che all’inizio ci conduce nella sua nuova quotidianità, cominciata quando incontrò Nightmare, pachistano e performer, e Jay, che ambisce a scrivere. Fri, anche direttrice della fotografia, costruisce con e attorno a loro un film rarefatto e notturno, installativo e in movimento, dark e luminoso, «tagliato» da una gamma di colori che aderisce alle emozioni e al vissuto dei personaggi.

UNA TAVOLOZZA cromatica dalle tinte forti, con esplosioni di rosso, verde, luci al neon a contrastare il realismo di base, si rintraccia ugualmente in Medusa. Un film politico sul Brasile odierno integralista e reazionario, qui in nome della fede. Un gruppo di ragazze porta alle estreme conseguenze l’appartenenza a una comunità religiosa. Fin quando una di loro inizia a prendere le distanze dalle violenze compiute dalle compagne e dai ragazzi vigilantes contro chi la pensa diversamente da loro. E, alla fine di un film che ha fatto dell’accumulo diegetico e formale il suo segno di riconoscibilità, la ribellione coinvolgerà tutte le donne, giovani e adulte, che urleranno il loro dissenso.




Fonte: Ilmanifesto.it