Novembre 30, 2021
Da Il Manifesto
18 visualizzazioni


È rimasta quell’impronta speciale di «cinema giovani» al festival di Torino con le sue tante opere prime e seconde in un programma vastissimo dalle tante sezioni. Il giardino che non c’è, il film di Rä di Martino artista che da sempre lavora su archivi e memoria collettiva (Authentic News of invisible things, Piper 100…) sembra indirizzarsi a diverse generazioni di giovani: quella raccontata dal romanzo di Giorgio Bassani, il gruppo di amici che si ritrova sul campo da tennis della villa dei Finzi-Contini dopo che in seguito alle leggi razziali del ’38 i giovani ebrei sono espulsi dal circolo del tennis; quella dei giovani lettori all’uscita del romanzo (nel ’62) e degli spettatori ventenni quando si vide in sala il film di De Sica nel 1970, sull’onda del ’68.

OGGI è indirizzato alla nuova generazione che sembra così lontana dagli eventi narrati, tornati improvvisamente d’attualità per il rigurgito dei nazionalismi e del razzismo. In questo senso il film di Rä Di Martino parla a loro più direttamente, il futuro è incerto come allora, un tempo vissuto in uno splendido isolamento che nessuno sembrava poter incrinare, nella tenuta della ricca famiglia ferrarese. I ragazzi del ’68 stentavano a identificarsi in quella scrittura e in quelle immagini fin troppo serene, troppo legati com’erano all’underground e alla beat generation, l’attenzione più rivolta al sol dell’avvenire che ad eventi storici del passato che, pensavano, mai li avrebbero sfiorati. Nel ’70 i giovani erano di moda, e De Sica li fissa in quel paradiso, le biciclette fruscianti per sempre sotto quei platani e palme.
Alla ricerca del Giardino che non c’è Rä Di Martino riprende interviste a De Sica e Bassani, in uno scontro concluso solo con la dicitura del film come «liberamente ispirato» al romanzo; torna a far parlare Dominique Sanda e Lino Capolicchio, inserisce giovani attori a ripetere celebri battute e fare considerazioni costruendo un ritmo che rende quella metà del secolo non così lontana, ricca di sfumature e indicazioni complesse e il giardino perfettamente percepibile.
Non è un giardino ma è ugualmente il luogo del conforto e della protezione, l’appartamento nel cuore di Parigi raccontato da Sandrine Kimberlain al suo esordio in Une jeune fille qui va bien in concorso (vedi su queste pagine il 28 novembre ampiamente trattato), un film dalle curiose affinità con i Finzi-Contini raccontati da De Sica e fatti rivivere da Rä Di Martino, soprattutto lo spostamento di sguardo tra l’oggetto del desiderio Sanda e la soggettività di Irene Rebecca Narder) in azione. Anche nel film della Kimberlain un gruppo di ragazzi del ’42, le giovani leve di aspiranti attori, mostrate con quell’orgoglio che ha il cinema francese nell’esibire le sue promesse. La diciassettenne Irene ripete Marivaux per l’audizione d’ammissione all’Accademia, conduce una vita regolata da orari che la riportano ogni sera in seno all’accogliente famiglia composta da padre nonna e fratello, è curiosa, creativa. Anche qui scivolano le biciclette sotto gli alberi, si sperimenta l’amore, tutto va come dovrebbe andare giorno dopo giorno, fino a quando in una agghiacciante escalation, nella Francia dove «certe cose non succedono», i documenti devono riportare in rosso la scritta «juive», qualcuno sparisce, si devono riconsegnare biciclette, apparecchi radio e i telefoni e poi tutto diventa buio.

ANCHE DAL CINEMA argentino ricco di cineaste, produttrici e maestranze, una giovane protagonista femminile è al centro di un percorso di difficile trasformazione. È Jimena (Mora Arenillas) di La chica nueva di Micaela Gonzalo (in concorso) pedinata nel suo viaggio da Buenos Aires fino a Rio Grande nella Terra del Fuoco (itinerario scelto da più di un cineasta argentino) per incontrare un fratellastro che non ha mai frequentato. Con uno sguardo rivolto ai Dardenne, a Ken Loach e agli avvenimenti del Paese, storia di sopravvivenza e di neoliberalismo rampante giunto anche nelle zone più remote della terra. La grande fabbrica di telefonia e componenti dà lavoro agli abitanti del villaggio, se lavoro può essere definito lo sfruttamento selvaggio. La presa di coscienza dei lavoratori e di Jimena, che il fratellastro vorrebbe usare per azioni di contrabbando e di furto in azienda, prosegue a fatica, ma suggerisce in chiave minore e quasi sommessamente, la stagione delle grandi mobilitazione degli operai argentini durante la crisi degli anni ’90, con la riappropriazione degli stabilimenti che i padroni volevano chiudere e trasferire, una stagione emozionante che non è durata a lungo.




Fonte: Ilmanifesto.it