Dicembre 14, 2022
Da Dinamo Press
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Devi scomparire, anche se non ne hai voglia. Cantava un gruppo punk agli inizi degli anni Ottanta. Gli anni del riflusso, della repressione, del carcere e dell’eroina. Gli anni in cui il pallone perdeva per sempre l’innocenza che non aveva mai avuto, con i calciatori che si vendevano le partite, le curve che raccoglievano le macerie di quanto rimaneva nelle strade dopo il passaggio della violenza di Stato. E quella violenza rimettevano in scena, senza più credere a nulla. Erano gli anni della rappresentazione senza significato.

Non si possono raccontare quegli anni. Meglio tacere, meglio scomparire. La damnatio memoriae è la pena massima prevista. E così è scomparso anche M. M., ex calciatore della Lazio. «Il grillo parlante del calcio, il pentito, il collaboratore. La spia rossa. Il bastardo. Quello che sputava nel piatto in cui aveva mangiato. Un figlio degenere. L’ingrato. L’infame». È scomparso dai racconti e dal mito, dalle narrazioni militanti e da quelle pacificate. Troppo complessa la sua figura, troppo contraddittoria. Il figliolo non prodigo degli anni Ottanta non ha diritto di cittadinanza nel mondo del pallone. È homo sacer.

La sua memoria la recupera Guy Chiappaventi, giornalista di La7. Per lavoro si occupa di mafia e di giudiziaria, per passione di calcio, per amore della Lazio. E così decide di raccontare in una bellissima opera di non fiction scritta in prima persona la storia vera, verosimile e immaginaria di M. M. e di tutti noi. Perché la storia raccontata nel libro La scomparsa del calciatore militante. Una storia di pallone, politica e tradimenti (Milieu edizioni, 2022) è la nostra storia. Quella che da appassionati, tifosi, adepti del gioco più bello del mondo, non vogliamo sentire, perché non ci fa dormire bei sogni ma spalancare gli occhi nell’incubo.

M. M. è un «un compagno insabbiato nel riflusso, un calciatore militante con una sorella arrestata per banda armata che in questura si era dichiarata prigioniera politica e membro delle Brigate Rosse». Da ragazzo frequenta la sezione di Lotta Continua di Primavalle. Partecipa ai cortei, alle azioni dirette e alle occupazioni, come quella volta in un corteo a Val Melaina finito con molotov, scontri e arresti. Il tecnico della Primavera biancoceleste gli fa la ramanzina. Se vuoi fare il calciatore devi smetterla. 

13 gennaio 1974, la partita tra Lazio e Torino (fotografia da Picryl)

Soprattutto se lo vuoi fare nella Lazio. In prima squadra passano i ritiri tra un saluto romano, un lancio con il paracadute e un’esercitazione al poligono. M. M. abbozza. vuole esordire in prima squadra. Quegli esseri mitologici che in pochi anni passano dalla Serie B allo scudetto del 1973-74, sono Tommaso Maestrelli in panchina, Felice Pulici, Pino Wilson, Luciano Re Cecconi, Vincenzo D’Amico e Giorgio Chinaglia in campo. Ma non ce la fa. 

Va a farsi le ossa ad Avellino. In quell’Irpinia dove la gente dorme ancora nelle baracche post terremoto e in ospedale un giorno su due manca la corrente, ma lo stadio viene ingrandito e ammodernato con i soldi pubblici. Dopo i casini nelle periferie romane M. M. potrebbe stare tranquillo. E invece no. Rilascia un’intervista a “Lotta Continua”. Fa i nomi di Fiorentino Sullo e Ciriaco De Mita, additandoli come nemici di classe, responsabili dei disastri in cui versa la regione. Ma a M. M. non basta. Va oltre. Attacca i tifosi. 

Lo dice senza mezzi termini: «Il tifoso è uno stronzo». Perché è disposto a incazzarsi e lottare per la propria squadra e non per la giustizia sociale. Perché finge di accontentarsi dell’effimera gioia domenicale per dimenticare le sofferenze sotto padrone. 

M. M. attacca una delle componenti più complesse e ambigue del mondo del calcio, adulata e foraggiata dagli stessi padroni che li usano come capri espiatori, una zona grigia tollerata dalla repressione, che preferisce confinare gli scontri in un catino e non nelle fabbriche, dove c’è il rischio di fermare la magnifica e progressiva produzione del capitale. M. M. attacca il tifoso e la sua vita è segnata. Ha finito. Può solo scomparire di nuovo, anche se non ne ha voglia. 

Intanto, anche il sindacato rosso dei calciatori, il tentativo di fare militanza nel mondo del pallone, fallisce. Lo racconta anche Paolo Sollier. Tanto vale provare a fare sul serio il calciatore, mettere via due soldi per uscire da Primavalle. Chiede scusa, si azzittisce. Il pallone, magnanimo, lo riaccoglie. Torna alla Lazio. La banda di Maestrelli si è dispersa, Chinaglia è negli Stati Uniti, Re Cecconi è morto. Nessuno spara più. Ma quando cominci a precipitare davvero e tutto intorno a te si disintegra, nemmeno te lo poni il problema dell’atterraggio. 

M. M. fa in tempo a scendere in campo nel derby in cui viene ucciso Vincenzo Paparelli e a farsi travolgere dal riflusso. Così alla vigilia di una partita arriva l’offerta che non si può rifiutare. La Lazio deve perdere con il Milan. E così sia. M. M. prima di scendere in campo sente una fitta, un dolore. Non gioca. Non si capisce se è un caso, una coincidenza o un ultimo gesto di ribellione. Non si sa, nessuno lo sa. Ma il vero dolore arriva il mese dopo, in trasferta a Cagliari. Rottura di tibia e perone. Carriera finita. 

Intanto sottotraccia sta montando l’inchiesta sul calcioscommesse. E anche qui M. M. non si trattiene. L’intervista che rilascia a Oliviero Beha di “Repubblica” nel marzo del 1980 fa molto più rumore di quella a “Lotta Continua” due anni prima. 

Passano due settimane e il Totonero prende tutti i titoli di giornali e televisioni. Arresti, manette, squalifiche, condanne, radiazioni, retrocessioni. M. M. è la gola profonda. Fa i nomi. Uno su tutti, quello del capitano Wilson. Lo fa perché è vero, perché Wilson era un fascista e gli stava sul cazzo, perché crede in un calcio pulito, perché vuole salvarsi il culo, perché glielo chiede la società che tanto Wilson è vecchio e a fine carriera. Non si sa, nessuno lo sa. M. M. parla, vuota il sacco. Dice tutto. 

Ha solo ventitré anni e sembra abbia vissuto più vite di tutti gli altri calciatori messi insieme. Dopo la militanza, dopo aver insultato i tifosi, dopo aver infamato i compagni, dopo essersi spaccato una gamba, vuole tornare a giocare. Ci prova, ma s’infortuna di nuovo. È finita. L’anno dopo durante una retata lo trovano a casa di uno spacciatore. È strafatto. Il destino è compiuto. M. M. sparisce ancora. Nessuno sa più nulla. M. M. torna nelle cronache giudiziarie una decina di anni dopo, arrestato a Fiumicino con una barca e quattro tonnellate di fumo. Scappa ancora, sparisce ancora. Questa volta per sempre. 

È esistito davvero? Non si sa, nessuno lo sa. Forse M. M. è solo il nome multiplo di tutti i calciatori. O di nessuno di loro. Forse non è mai scomparso, è sempre stato a Primavalle. Forse gioca ancora nella Lazio. Forse Maurizio Montesi è l’unico a essere sempre stato presente, nemesi di un mondo che si rifiuta di scomparire. 

In copertina, un’immagine di Montesi con la maglia dell’Avellino, tratta da Wikipedia




Fonte: Dinamopress.it