Maggio 24, 2021
Da Anarres-info
105 visualizzazioni


Musa Balde aveva 23 anni. Nella notte tra sabato e domenica, è morto nel CPR.
Il 9 maggio era a Ventimiglia, fuori da un supermercato dove cercava di racimolare qualche soldo. Tre uomini lo assalgono a calci, pugni e sprangate. Qualcuno fa un video: Musa è a terra, rannicchiato mentre i tre infieriscono su di lui.
Una vicenda di violenza razzista come tante: solo la diffusione delle immagini impedisce che il silenzio cali sulla sua storia, perché quelli come Musa raramente hanno la possibilità di raccontare ed essere creduti. Va da se che i media danno ampio spazio alla versione degli assalitori, che lo accusano di tentato furto, come se quest’accusa potesse rendere meno grave un brutale pestaggio.
Musa era nato in Guinea: era uno dei tanti che cercano di campare la vita, sperando di riuscire a bucare la frontiera, di proseguire il viaggio, di dare senso al proprio progetto di vita.
A Ventimiglia, come sulle montagne piemontesi, il confine è una linea virtuale per chi ha le carte in regola per vivere in Europa. Le porte sono chiuse per i poveri, per i tanti che si mettono in viaggio dall’Africa depredata, colonizzata, desertificata.

Il nove maggio Musa viene portato in ospedale: viene dimesso il giorno stesso, senza che gli vengano consegnati i fogli con la diagnosi. Trascorre la notte in cella di sicurezza. Il mattino successivo viene portato a Torino, dove, dopo l’udienza di convalida, viene rinchiuso al CPR di corso Brunelleschi.
Tra i tanti fogli che gli fanno firmare non c’è nulla sul pestaggio subito.
Finisce presto in isolamento. Probabilmente lo hanno messo nel cosiddetto “ospedaletto”, un’area del CPR a ridosso del muro dove ci sono celle singole simili a pollai. Niente a che fare con un ospedale. Nonostante le vistose ferite al volto, Musa non viene mai visitato.
Il suo avvocato lo ha incontrato due volte e gli è parso molto giù, incapace di capire perché lo avessero imprigionato, dopo aver subito un’aggressione. La ragione è banale: la sua rapida deportazione avrebbe reso molto difficile il processo contro i suoi aggressori.

Musa è morto da solo. Secondo i media si tratterebbe di suicidio. Voci che escono dal CPR narrano di un ulteriore pestaggio da parte delle guardie.
Un fatto è certo. Siamo di fronte all’ennesima vittima delle frontiere, delle prigioni per senza documenti, della violenza di stato contro le persone razzializzate.

Nel CPR è scoppiata la protesta: i prigionieri hanno subito deciso lo sciopero della fame. La notte scorsa sono stati appiccati incendi in due aree della prigione per migranti.

In serata sui muri dell’Ufficio Immigrazione della questura di Torino è comparsa la scritta “Musa: omicidio di Stato. Fuoco ai CPR!”

La storia del CPR di Torino è segnata da tante vite spezzate… Fathi, Feisal, Musa e i tanti i cui corpi sono segnati dalle botte, dai tagli autoinflitti per sfuggire alla deportazione.
Il CPR è una discarica sociale, dove vengono raccolti i nemici di una guerra non dichiarata ma ferocissima. L’Ospedaletto è un non luogo, il nome allude alla cura ma rimanda agli antichi ospitali per poveri. Un lazzaretto per indesiderabili.
Ogni giorno le frontiere uccidono. I CPR sono la frontiera in mezzo alle nostre case. A due passi dal loculo dove è morto Musa vivono ragazzi e ragazze della sua stessa età, che hanno avuto la fortuna ed il privilegio di nascere dal lato “giusto” della frontiera.
C’è chi crede che questo sia l’ordine del mondo.
A quest’ordine non intendiamo rassegnarci. Siamo a fianco di chi lotta nei CPR e lungo confini fatti di nulla che solo la violenza degli Stati rende veri.
L’indignazione non basta. Serve mettersi di mezzo.
Se un giorno ci chiederanno dove eravamo quando la gente moriva in mare e sui monti, quando nelle nostre città c’erano prigioni per la gente in viaggio, vorremmo poter rispondere che eravamo lì, con gli altri, nella lotta contro tutte le frontiere, gli stati, le galere.

Federazione Anarchica Torinese
www.anarresinfo.org




Fonte: Anarresinfo.org