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Il documentario di Cecilia Fasciani, prodotto da Smk Factory, racconta la mobilitazione femminista in favore del referendum per la depenalizzazione dell’interruzione volontaria di gravidanza sul Titano: “Quando l’organizzazione delle donne ha vinto secoli di oscurantismo”, racconta a Zic.it la regista. Oggi alle 18 talk online di presentazione e fino a domenica proiezione speciale su OpenDDB.

04 Marzo 2022 – 10:11

Il racconto di una lotta per il diritto all’autodeterminazione, di un’esperienza di liberazione, della capacità delle donne di organizzarsi per vincere secoli di oscurantismo. “My body, my choice. La lotta delle donne a San Marino” è il documentario realizzato da Cecilia Fasciani sull’interruzione volontaria di gravidanza nella Repubblica del Titano.

Prodotto da Smk Videofactory, il documentario sarà disponibile in anteprima da oggi alle 18 fino a domenica sera su OpenDDB: è possibile prenotare il proprio posto, con una donazione minima consigliata di quattro euro. Sempre oggi alle 18, sulle pagine Facebook di OpenDDB, Smk, Vag61 e Zic.it sarà trasmesso un talk online con la partecipazione della regista e di Elena D’Amelio dell’Unione donne sammarinesi (Uds).

“Il referendum sull’interruzione volontaria di gravidanza nella repubblica di San Marino- racconta a Zic.it la regista Cecilia Fasciani– è arrivato in un momento in cui il diritto all’aborto e all’autodeterminazione delle donne sono nuovamente sotto attacco in più parti nel mondo. Quando hanno iniziato a raccogliere le firme per l’istituzione di un referendum di iniziativa popolare, le donne di Uds hanno deciso di sfidare decenni di politiche conservative e liberticide, portate avanti dalla classe dirigente del loro Paese, il terzo stato più piccolo d’Europa che conta circa 33.000 abitanti, situato tra Emilia-Romagna e Marche. Insieme a Malta, Gibilterra, Andorra, Città del Vaticano e alla Polonia, che di recente ha introdotto un divieto quasi totale, era uno dei pochissimi in Europa in cui interrompere la gravidanza avrebbe rappresentato un reato gravissimo. Il codice penale prevedeva una pena dai tre ai sei anni di reclusione a prescindere dalle ragioni della scelta, anche in caso di stupro o di gravi malformazioni fetali; una pena prevista per la donna che abortisce e per chiunque partecipi”.

L’influenza della Chiesa nella Repubblica “è molto rilevante- continua Fasciani- con il partito di maggioranza relativa in parlamento rappresentato dalla Democrazia cristiana, che nel suo programma di governo ha inserito la tutela della vita sin dal concepimento, e la netta contrarietà all’aborto. Vicino al partito è stato ‘Uno di noi’, il comitato contrario al referendum, nato tre giorni prima della consegna delle firme raccolte dall’Uds, che non solo è riuscita nel suo intento, ma ha raccolto molte più firme del necessario e in un periodo di tempo molto più breve. Lo storico esito della votazione di domenica 26 settembre 2021, giorno in cui il 77% della popolazione si è espresso a favore della depenalizzazione, e la cui importanza simbolica va ben oltre i confini del piccolo stato, arriva grazie all’organizzazione per il ‘Sì’ che ha messo su banchetti ed eventi in piazze, bar e punti di ritrovo sul territorio. Secondo la legge, da quel momento le forze politiche hanno l’obbligo di promulgare una legge che rispecchi i principi del quesito referendario entro sei mesi”.

“Questa battaglia per l’interruzione volontaria di gravidanza è rendere persona la donna. Per questo l’ho fatta con grande passione, è stato un percorso per me un momento bello, di crescita, di emancipazione ulteriore” (Francesca Nicolini, dottoressa cardiologa e parte di Uds)

“C’è stato un senso di grande appartenenza, di sorellanza. Noi abbiamo costruito un gruppo che si sente oggi in grado di affrontare non solo il tema dell’aborto, ma anche i futuri temi che dovranno riguardarci” (Karen Pruccoli, responsabile legale Uds)

Questa esperienza “mostra ancora una volta come solamente la forza delle mobilitazioni e dei movimenti femministi potrà garantire pienamente il diritto all’aborto libero, sicuro e gratuito e la completa autodeterminazione dei corpi delle donne”, sottolinea Fasciani: “Ancora oggi, infatti, l’interruzione volontaria di gravidanza si presenta come un diritto negato, preso di mira dalle retoriche e dalle politiche delle forze neoconservatrici, nazionaliste e sovraniste nel mondo. Basti pensare alla recente legge dello Stato del Texas che vieta l’aborto dopo sei settimane, alla Polonia, o alla legge 194 in Italia, continuamente depotenziata dall’elevato tasso di obiezione di coscienza presente negli ospedali e dalla conseguente mancanza di servizi. In una recente inchiesta pubblicata su L’Espresso, risulta evidente che il lento depotenziamento delle strutture pubbliche, causato anche dalla crescita dei consultori privati d’ispirazione cristiana, ha complicato l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza anche in regioni come la Lombardia, mentre ci sono regioni dove abortire è praticamente impossibile”.

Secondo recenti ricerche, “come l’ultima relazione del ministero della Salute sull’attuazione della Legge 194/78 (dati relativi al 2018), in questo Paese- ricorda la regista- sette ginecologƏ su dieci che operano negli ospedali sono obiettori. La percentuale di ginecologi obiettori infatti supera il 70% in quasi la metà delle regioni, con i numeri più preoccupanti che si riscontrano in Molise (92,3%) e nella Provincia di Bolzano (87,2%). Inoltre, quasi la metà di anestesistƏ sono obiettori di coscienza (46,3%), percentuali che salgono rispettivamente al 65% e al 67,4% nell’Italia meridionale e insulare. Un trend che si conferma anche per quanto riguarda le statistiche sul personale non medico obiettore (ovvero coloro che svolgono mansioni di supporto al lavoro medico-infermieristico). Solo in Basilicata, ad esempio, nove su dieci (l’88%) si rifiutano di compiere qualsiasi atto, anche solo marginale, che possa concorrere ad una interruzione volontaria di gravidanza. Mentre al livello nazionale la percentuale si attesta al 42,2%”.

Un quadro “allarmante” di fronte al quale, afferma la regista, “il documentario ‘My body, my choice. La lotta delle donne a San Marino’ racconta di una lotta per il diritto all’autodeterminazione che si inserisce in dinamiche globali, mentre vuole provare ad essere documento storico che restituisca le emozioni di quei momenti, di quell’esperienza di liberazione e di conquista quando gli occhi del mondo erano puntati sulla piccola e antichissima Repubblica, quando l’organizzazione delle donne ha vinto secoli di oscurantismo”.

Il trailer di “My body, my choice”:



Altre immagini tratte da “My body, my choice”:




Fonte: Zic.it