Dicembre 20, 2021
Da Il Manifesto
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Il ritratto di una donna contemporanea, un profilo femminile delineato sia nella professione di reporter di guerra free lance, sia nella vita privata, durante i mesi della gravidanza e poi della maternità. Un equilibrio fra dimensione pubblica e privata attraversato dalla determinazione nello svolgere un mestiere complesso e pericoloso, frutto di passione e professionalità. Nancy Porsia, specializzata in Medio Oriente e Nord Africa, collabora con diverse testate nazionali ed internazionali, si fa portavoce di piccole storie altrimenti sconosciute, scegliendo di raccontare la gente comune che vive in territori di conflitto, quelli che non trovano spazio nell’informazione ufficiale, si nascondono fra le pieghe della storia con la esse maiuscola. È lei a raccontarsi nel documentario Telling my Son’s Land, realizzato fra il 2017 e il 2020, tra l’Italia e la Libia post Gheddafi, da Ilaria Jovine e Roberto Mariotti. Un’occasione per indagare il giornalismo indipendente che deriva da una militanza politica vissuta in prima persona e che nei racconti della nonna sui partigiani contro i nazifascisti vede un parallelismo con ciò che cerca di raccontare. «È per le persone che soffrono che mi sento in dovere di offrire un servizio onesto di informazione a prescindere dalle mie convinzioni».

IL RACCONTO sul lavoro e la vita di Nancy inizia dalla sua prima volta in Libia, nel novembre 2011, pochi giorni dopo la cattura e l’uccisione di Gheddafi. Le strade erano in festa e c’era un clima di speranza ed euforia, il peggio sembrava passato, dopo pochi giorni veniva dichiarata la liberazione del paese dal regime anche se ancora molti sostenitori di Gheddafi era ancora latitanti. In realtà la guerra continuava a bassa intensità. La Porsia, per lungo tempo l’unica giornalista internazionale a raccontare il travagliato processo di democratizzazione del paese, si rende conto presto che la Libia e i libici non sono quelli raccontati dai media, Il lavoro mostra la reporter sul campo, con il giubbotto antiproiettile, schivando mine e bombardamenti, scappando da un rifugio di fortuna a un’auto sui cui si addormenta sfinita, o mentre beve nervosamente caffè scrivendo reportage.
Per un anno vive anche in Siria ed è lì che, da ultima arrivata, come spiega lei stessa, si circonda di persone con una lunga esperienza. «Ci ho messo un po’ ad acquisire gli strumenti minimi per stare sul campo e saperci stare con la testa». Nel 2012 matura la convinzione che la Libia sia un mercato interessante per un freelance, non ci sono inviati né corrispondenti, così nel 2013 si trasferisce a Tripoli. Il tema più richiesto dalle redazioni è quello della migrazione e nel suo lavoro di tutti i giorni incontra sempre più siriani di cui decide di fare una mappatura.
Nel 2013 in un grande naufragio perdono la vita soprattutto siriani, fra loro due bambini intervistati. Questa forte esperienza umana determina un nuovo corso nella sua indagine, una svolta professionale che la spinge a mettersi sulle tracce dei trafficanti di uomini. Realizza un servizio e incontra i passatori, coloro che aiutano a superare il confine a chi non ha i documenti. Anche in questo caso smonta il cliché europeo del trafficante cattivo che sposta con la violenza le persone contro la loro volontà. Qualche tempo dopo farà i nomi di chi gestisce il traffico di esseri umani e questo la renderà un bersaglio. Le minacce e il rischio di rapimento le impediranno di ottenere il visto per rientrare nel paese. A causa della pubblicazione di una scottante inchiesta sulla collusione della Guardia Costiera Libica con il traffico di migranti, già incinta, nel 2017 è costretta a lasciare il paese. Le sue inchieste delicate e pericolose sono condotte con grande umanità, professionalità ed empatia. Entra nelle carceri dove sono rinchiuse giovani madri con i loro bambini e questo segna un altro scatto nel suo sguardo e il suo approccio giornalistico e umano.

S’INTERROGA sul suo essere donna e sulla maternità. Rientra a Matera per la gravidanza con il compagno libico, qui la si vede nel suo privato, dagli incontri preparto, alle riflessioni sulla responsabilità di diventare madre pur continuando ad essere una giornalista di guerra. Una dimensione intima e familiare che sembra contrapposta alla professione, invece ne è parte integrante, come dimostra l’immagine di Nancy che indossa il marsupio con il neonato alternata a quella in cui allaccia il giubbotto antiproiettile. Il lavoro è costruito a flash back e in gran parte con materiali di archivio originali girati durante i reportage. Dopo l’anteprimaalla scorsa edizione del Biografilm Festival a giugno Telling my Son’s Land, verrà proiettato stasera alle 19 al cinema Farnese di Roma, a presentarlo Angela Caponnetto alla presenza dei registi e della protagonista. Mercoledì 22 sarà al Nuovo Cinema Aquila – sempre a Roma – alle 21 in occasione del NCA Festival. A fine febbraio sarà proiettato nelle principali città italiane.




Fonte: Ilmanifesto.it