Ottobre 7, 2021
Da Il Manifesto
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A distanza di trentacinque anni, dopo avere premiato il nigeriano Wole Soyinka, il Nobel per la Letteratura torna a uno scrittore africano non bianco, con una scelta che ha colto molti di sorpresa (e che lo stesso autore, all’annuncio di ieri, ha inizialmente considerato uno scherzo). Nato e cresciuto a Zanzibar e di lingua madre swahili, Gurnah lasciò il suo paese a diciotto anni, per fuggire dalle persecuzioni anti-arabe seguite alla Rivoluzione di Zanzibar. Durante gli studi universitari in Gran Bretagna, scelse di scrivere in inglese, ma diventò docente di letteratura in Nigeria, prima di passare all’Università del Kent fino al pensionamento.

RAFFINATO SAGGISTA e studioso di letterature postcoloniali, Gurnah ha un carattere pacato, è di una gentilezza sempre misurata, e questa sua personalità si riflette nello stile della scrittura. Lontano dai funambolismi verbali o dalle vertigini magico-realiste di molti scrittori postcoloniali, forse proprio alla sua pacatezza Gurnah deve la poca notorietà. Sebbene, infatti, le sue opere sviscerino gli effetti plurisecolari del (neo)colonialismo e i destini dei rifugiati, come recita la motivazione del Nobel, nella sua prosa Gurnah affronta questi temi in maniera sommessa, attraverso moti dell’animo tratteggiati con tocchi lievi, per costruire gradualmente personaggi complessi e memorabili. Una scrittura, la sua, non d’impatto immediato, che avviluppa il lettore poco a poco.
Pur non avendo scommesso sulla sua intera produzione, Garzanti ha il merito di aver pubblicato tre dei suoi romanzi (su un totale di dieci, da Memory of Departure del 1987 fino a Afterlives del 2020) con preziose traduzioni di Laura Noulian e Alberto Cristofori.

Paradiso (1994, Garzanti 2007), uscito in Italia per ultimo, è certamente il romanzo in cui Gurnah ha meglio mostrato la sua stoffa di narratore. La vicenda è quella di un Bildungsroman, che racconta del dodicenne Yusuf, musulmano di lingua swahili, cresciuto all’inizio del ‘900 sulla costa orientale dell’Africa ancora sotto la dominazione tedesca. La sua infanzia termina quando viene mandato lontano da casa per lavorare nel negozio di zio Aziz, ma soprattutto quando si rende conto di essere stato, in realtà, venduto ad Aziz dai propri genitori per ripagare un debito. Via via che viaggia, soprattutto verso l’interno del continente con le carovane dei commercianti, Yusuf si trova di fronte a scenari naturali da lasciare senza respiro, ma soprattutto a forme coloniali di dominio e sopruso.

IN QUESTA PENETRAZIONE del continente africano, molti critici hanno visto una riscrittura postcoloniale del Cuore di tenebra di Conrad – non soltanto rovesciata, perché partita dalla costa est, ma anche più complessa: tedeschi, arabi, indiani, swahili della costa (come Yusuf) e nativi dell’interno formano una stratificazione etnica e sociale basata su sfruttamento e violenza, e originata non solo dal colonialismo di origine europea. Superando esotismi e stereotipi (cifra distintiva di Gurnah, secondo la motivazione del Nobel), Paradiso guarda negli occhi gli aspetti più inaccettabili di una diffusa mercificazione del genere umano: «da queste parti comprare schiavi era come cogliere frutti da un albero. Non dovevano nemmeno impegnarsi a catturare le vittime, anche se alcuni di loro lo facevano per il piacere della cosa in sé. Perché c’erano molte persone pronte a vendere i cugini e i vicini in cambio di quattro gingilli.» L’ambientazione di primo ‘900 ritorna poi nel recente Afterlives (2020), dove sentimenti e appartenenza sono devastati dalle guerre coloniali.
Alla maniera del Marlow conradiano, in Paradiso Yusuf penetra nell’ignoto del continente misterioso e scopre sé stesso: «Spesso nel corso del viaggio si era sentito come un mollusco che aveva perduto il suo guscio e veniva sorpreso allo scoperto, una bestia meschina e grottesca che avanzava alla cieca (…) come se vivesse in un sogno, sull’orlo dell’estinzione.» Anche molti personaggi contemporanei di Gurnah risultano perplessi di fronte alla propria precarietà, sia storica sia esistenziale.

PRECARIETÀ che diventa totalizzante nei numerosi rifugiati di cui l’autore racconta: fra questi, il protagonista di Sulla riva del mare (2001, Garzanti 2002) o la voce del breve racconto «The Arriver’s Tale», vittima di persecuzioni religiose che dopo otto anni di esilio in Gran Bretagna non ha ancora regolarizzato la propria posizione: «Sai che vuol dire ‘limbo’? Vuol dire la soglia dell’inferno».
Di una sensazione di instabilità esistenziale si alimentano, del resto, i racconti stessi dei personaggi di Gurnah, i quali trattano – si legge nel Disertore (2005, Garzanti 2006) «di come ogni storia ne contenga molte altre e di come esse non ci appartengano, bensì dipendano dalle correnti accidentali del nostro tempo…di come queste storie ci intrappolino nel loro groviglio, catturandoci per sempre».

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SCHEDA. Un itinerario da Zanzibar al Kent 

L’Accademia di Svezia ha attribuito il Nobel a Abdulrazak Gurnah per l’«intransigente e compassionevole penetrazione degli effetti del colonialismo e del destino del rifugiato nel divario tra culture e continenti». Nato a Zanzibar nel 1948 e costretto a lasciare l’isola perché appartenente alla minoranza musulmana locale, Gurnah si è trasferito in Inghilterra nel 1968. Dopo un’esperienza universitaria in Nigeria ha insegnato letteratura inglese nell’ateneo del Kent. Autore di dieci romanzi, tre raccolte di racconti e alcuni saggi – questi ultimi dedicati perlopiù alla letteratura africana, ha esordito nella scrittura con «Memory of Departure» nel 1987. In tempi più recenti ha pubblicato anche diverse sillogi di racconti. Ha collaborato con la rivista «Wasafiri» e dal 2006 fa parte della Royal Society of Literature.




Fonte: Ilmanifesto.it