Gennaio 10, 2022
Da Il Manifesto
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Sono ventotto i nuovi magazzini Amazon inaugurati in Italia tra il 2020 e il 2021: in soli due anni il colosso di Seattle ha raddoppiato gli impianti, segnando un picco di crescita mai raggiunto. Di crisi in crisi, approfittando prima delle conseguenze del crash finanziario del 2008 e poi della pandemia, Amazon ha trasformato la geografia della logistica anche in Italia. Altrettanto velocemente sono cresciute a livello globale le lotte contro le pessime condizioni di lavoro nei magazzini e nel delivery. Il libro di Alessandro Delfanti, The Warehouse. Workers and Robots at Amazon (Pluto Press, pp. 179), una preziosa incursione nel mondo per lo più invisibile che rende possibili le consegne a domicilio, esce dunque in un momento propizio.

Nel corso degli anni le attività di Amazon si sono ampliate di molto rispetto all’e-commerce. Eppure, il segreto dell’impero di Seattle è il lavoro di 1,2 milioni di donne e uomini impiegati nei suoi magazzini. Questa forza lavoro è irrinunciabile nonostante l’introduzione di sistemi robotizzati per la gestione e lo smistamento dei pacchi. Su questo Delfanti avanza una tesi chiara: automazione non significa fine del lavoro. Tra le tante prove contenute nel libro c’è il fatto che i magazzini più robotizzati non sono necessariamente i più nuovi, e in nessuno è prevista un’automazione completa, ma un rapporto variabile tra chi lavora e la tecnologia di volta in volta introdotta.

NELLE «FABBRICHE DIGITALI» di Amazon, la catena di montaggio è sostituita da algoritmi che organizzano il lavoro. I cosiddetti stower ripongono i prodotti negli scaffali seguendo le istruzioni emesse da un algoritmo che assegna a ciascun prodotto una posizione casuale, creando un ambiente imperscrutabile per chiunque. Coloro che ritirano le merci dagli scaffali sono guidati da un decoder che indica loro le posizioni dei prodotti e misura la velocità con cui eseguono le operazioni.

I RITMI ALTISSIMI che ciascuno deve rispettare sono regolati da standard decisi di volta in volta da algoritmi, che lasciano ciascuno nell’incertezza rispetto al modo in cui il proprio lavoro sarà valutato. Appaltare all’algoritmo la conoscenza del processo lavorativo significa assegnare a chi lavora nel magazzino un lavoro comandato in ogni sua parte, oltre a rendere ciascuno altamente sostituibile. Bastano infatti poche ore di «formazione» per essere assunti da Amazon. Anche per questo, oltre che per i ritmi usuranti e i frequentissimi infortuni, il turnover nei magazzini è altissimo e raggiunge in certe regioni il 200% all’anno.

Più che aprire le porte all’obsolescenza del lavoro, l’innovazione tecnologica produce quella che Delfanti definisce «un’obsolescenza pianificata», in cui ciascuno è assunto con una data di scadenza mirata a creare flessibilità, sottomissione e isolamento. Un quadro, questo, supportato dall’analisi delle migliaia di brevetti che Amazon patrocina. Anche nei più avveniristici progetti di robotizzazione è sempre prevista un’integrazione tra lavoro umano e macchina. Grande attenzione viene prestata piuttosto al modo in cui è possibile far sì che i gesti di chi lavora siano incorporati nelle macchine che in tal modo possono perfezionarsi.

RISPETTO A FIGURE a cui negli anni passati è stato assegnato il compito di rappresentare il futuro del lavoro – Delfanti menziona il precariato metropolitano al centro dell’immaginazione politica dei movimenti nei primi anni duemila – la situazione appare ora diversa: «l’attuale battaglia per il futuro del lavoro si combatte nei magazzini suburbani». Per questo sul finire del libro viene dato rilievo alle lotte che hanno attraversato i magazzini di Amazon e contrapposto al gigante di Seattle una forza collettiva e in alcuni casi coordinata a livello transnazionale.

Rimane aperta la domanda sull’opportunità di individuare un avamposto su cui concentrare l’attenzione analitica e politica e se questo non rischi di produrre ulteriori zone d’ombra. L’illusione che i prodotti arrivino da soli si accompagna all’illusione secondo cui le merci che vengono movimentate si producono da sole. Nello stesso comparto della logistica, è da dimostrare che esista un «modello Amazon». Mentre Amazon sta influenzando l’operato di molte compagnie di spedizione e avendo effetti a cascata sul sistema degli appalti nel campo del delivery, le situazioni rimangono molto differenziate, tanto a livello di investimenti tecnologici, quanto di composizione della forza lavoro e di iniziativa sindacale.

Amazon riesce a mettere a valore le diverse situazioni sociali e politiche in cui opera, per accrescere non solo la sua efficienza, ma soprattutto la sua capacità di comandare, indebolire e isolare il lavoro. A fronte di questo, l’altissimo tasso di turnover, più che essere letto solo come un esito della pianificazione aziendale o come un gesto di sottrazione individuale, potrebbe consentire di seguire le direttrici che aprono il magazzino al suo ambiente esterno, nel quale colpire collettivamente le condizioni sociali attraverso cui l’isolamento e la frammentazione si riproducono.




Fonte: Ilmanifesto.it