Ottobre 20, 2021
Da Il Manifesto
175 visualizzazioni


La notizia che dietro il nome della misteriosa Carmen Mola (definita dai media «la Elena Ferrante spagnola»), vincitrice con il thriller storico La bestia dell’ultimo premio Planeta, si nascondevano tre signori (maschi) di mezza età ha fatto il giro del mondo (ne ha scritto ieri sul manifesto Mariangela Mianiti). E in effetti è sintomo del cambiamento culturale di cui siamo spettatori e attori l’idea che uno pseudonimo femminile possa oggi avere maggiore peso editoriale rispetto ai tanti nomi di uomini dominanti nella letteratura passata e presente. Ma l’eco che il fatto ha avuto in Italia – dove, osserviamo, «Carmen Mola» ha pubblicato un solo libro, La sposa di sangue (Mondadori 2019) e non è quindi, come in Spagna, una bestsellerista affermata – ci dice qualcosa pure sulla rilevanza che i riconoscimenti letterari hanno nel nostro panorama mediatico.

Che i premi facciano notizia, è cosa antica: come ha ricordato anni fa sul New York Times Daniel Mendelsohn, ben prima di noi si sono sottoposti al tormentoso piacere della competizione autori come Sofocle, il cui Edipo Re – la tragedia perfetta secondo Aristotele – ha ottenuto solo il secondo posto, ed Euripide, pluripremiato ma non con Medea, terza classificata nel suo anno. Nessuno stupore, quindi, che oggi i giornali dedichino spazi rilevanti al profilo dell’ultimo Nobel o anche a piccoli casi di cronaca, come lo scandalo che ha turbato l’editoria francese, quando si è saputo che tra i finalisti del Goncourt 2021 – che verrà assegnato il 3 novembre – c’è François Noudelmann, compagno della giurata Camille Laurens.

Proprio per questo, però, può essere utile capire meglio quali meccanismi governano i premi, letterari e non. Ci ha provato per il Nobel l’Economist, arrivando alla conclusione che il miglior modo per aggiudicarsi il riconoscimento dell’Accademia di Stoccolma è una segnalazione da parte di chi il premio lo ha già ottenuto. Non così semplice la trafila che porta la giuria (rinnovata annualmente) del Booker Prize a individuare quello che dovrebbe essere il romanzo più importante di lingua inglese (anche se alla parola «romanzo», novel, si preferisce un più inclusivo long-form fiction). Ne scrive sull’Observer Charlotte Higgins, spiegando il complesso marchingegno di presentazione dei titoli da valutare e i magheggi delle case editrici per aumentare le probabilità di vittoria – magheggi comprensibili, vista la posta in gioco: un Booker vinto cambia la vita degli autori («d’improvviso mi sono stati riconosciuti rispetto e autorevolezza», dice Bernardine Evaristo, co-assegnataria nel 2019 con Margaret Atwood) e fa la differenza per gli editori.

Acquistando Shuggie Bain (vincitore 2020), Picador avrebbe considerato un buon risultato la vendita di 25mila copie, nulla in confronto alle 800mila copie vendute nel Regno Unito, senza contare gli Stati Uniti e le edizioni straniere: «Le traduzioni in marathi, georgiano e mongolo sono qualcosa di incredibile per un libro su una infanzia operaia nella Glasgow degli anni ’80», commenta Ravi Mirchandani, editor del romanzo (in italiano La storia di Shuggie Bain, Mondadori 2021).

E il Planeta? A rivelare quello che in ambito editoriale tutti sanno è Eva Orúe su infoLibre: gestito dalla casa editrice che gli dà il nome e destinato in teoria a romanzi presentati in forma anonima, è «l’esempio paradigmatico» di «quello che alcuni considerano un modo elegante per rubare un autore a un’altra casa editrice».
Pare del resto che il suo creatore, José Manuel Lara, a chi gli chiedeva se davvero era lui a decidere il nome del vincitore, abbia risposto: «Come posso non decidere a chi dare cinquanta milioni di pesetas?». Più chiaro di così…




Fonte: Ilmanifesto.it