Ottobre 23, 2021
Da Il Manifesto
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Chi ha visto la trilogia del grande documentarista cileno Patricio Guzmán riconoscerà subito la sequenza degli elementi fondamentali dei testi poetici raccolti da Raúl Zurita in INRI (Edizioni Edicola, pp. 151, € 18,00), perché entrambi portano gli inconfondibili segni d’identità del paesaggio: l’oceano Pacifico, le Ande, il deserto di Atacama. O meglio, mostrano e parlano delle tracce indelebili di sangue e di morte che la storia ha lasciato nel corpo del paese.

Poeta poco conosciuto in Italia ma ampiamente celebrato in ambito ispano americano, Raúl Zurita è in questi testi contemporaneamente un corpo che testimonia della brutalità della dittatura e una voce che moltiplica nel tempo e nello spazio le voci delle vittime. Il suo requiem per il Cile è un lamento straziato per le anime e i corpi finiti in fondo al mare o nelle polvere del deserto: «Ho udito milioni di pesci che sono tombe con dentro pezzi di / cielo, con dentro centinaia di parole che non si sono potute / dire, con dentro cento e cento fiori di carne rossa e pezzi di / cielo negli occhi. Ho udito centinaio di amori che sono/ rimasti fissi in un giorno assolato. Dal cielo sono piovute / pasture».

L’Apocalisse cilena trova qui lo scenario naturale che Neruda cantava con modulazioni diverse ma con simili intenzioni ammonitorie e che Roberto Bolaño aggiornava senza possibilità di appello nel suo «Notturno cileno». A differenza di altri intellettuali del paese, Zurita, imprigionato e torturato dopo il golpe, non perdona e ci tiene a ribadirlo: «Io piango la patria nemica», ci dice, dichiarando la propria fratellanza con le migliaia di vittime del fascismo padronale cileno.

Pubblicato nel 2003, INRI è senza dubbio un’opera minore nell’ampia produzione di Zurita, un omaggio e un pianto che offrono poche possibilità di riscatto, trovando tuttavia una centralità nel mettere a fuoco qualcosa che aleggia continuamente nell’ispirazione del poeta: il martirio, i segni biblici e cristologici di una lingua dolente. Già negli anni Ottanta, l’allora giovane Zurita era salito sul palcoscenico come protagonista di un collettivo di artisti che sfidava la dittatura e aveva cercato, per fortuna senza riuscirci, di accecarsi con un acido davanti al pubblico sbalordito: un atto autodistruttivo con il quale intendeva mostrare pubblicamente la sua totale identificazione con coloro che non sarebbero tornati.

La speranza ritrova tuttavia un suo spazio nell’ultima parte di INRI: «Perché i nostri cadaveri rivivranno. Sì, perché i nostri corpi / rivivranno, e il cielo acceso sarà un mare di prato che ode/ nuovamente i nostri passi. E si aprirà un mare nelle / solitudini». Gli viene incontro la curatrice dell’edizione italiana (purtroppo senza testi a fronte) Amaranta Sbardella citando nella sua puntuale introduzione una nota di Zurita: «Quando si assiste a tanta sofferenza inutile tutta la storia sembra cadere e, con lei, i grandi modelli d’arte, della poesia e della letteratura. Ma allo stesso tempo credo anche che l’unico significato dell’arte, il suo unico obiettivo, al di là della forma, sia quello di rendere la vita più umanamente vivibile».




Fonte: Ilmanifesto.it