Ottobre 25, 2021
Da Il Manifesto
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Si intitola Quasi una cosmologia ed è l’ultimo lavoro in prosa poetica di Niccolò Nisivoccia (Interno Libri Edizioni, pp. 164, euro 15, con una precisa e preziosa prefazione di Vittorio Lingiardi).
Di tutti i fenomeni visibili, l’autore crede e segue il senso etimologico più profondo del termine «cosmologia», ovvero un discorso sul mondo là dove le leggi generali che ne regolano la parte fisica sono affidate ai sensi e a ciò che a essi sfugge. Un passo prima di ciò che viene prodotto, e un posso dopo aver scrutato l’ineluttabile, Nisivoccia sceglie la soglia sospesa e dettata dallo scontorno dell’amore, poco nominato eppure piuttosto regale e presente. «Toccare – e rimanere nella verità. Toccare impedisce di eludere la verità, così come di dimenticarla».

COSA INDICANO questi versi se non l’apprendistato erotico in cui si cerca di sovvertire la ragione inquisitoria? Di questo «elogio del toccare», per citare un piccolo e puntuto librino di Luce Irigaray di qualche anno fa, Nisivoccia sembra assimilarne la lezione, quando però i tempi si fanno lattiginosi a causa dell’andirivieni mnemonico. Siamo nell’età della «pura presenza», ci avverte. Ed è lì che splendono tra gli altri i nomi cari di Edmond Jabès, Georges de La Tour e Albert Camus; è una luce esatta di cui si percorre la traiettoria, tre respiri di differente intensità storica che soffiano dentro il buio, al declino di una esistenza che non è mai del tutto fenomenica; potremmo infatti immaginare che, in ordine di apparizione, dalla sovversione del deserto si passi alla fioca movenza della pittura che decanta per arrivare al divorzio tra l’assurdo e la vita stessa.

Ma insomma, prosegue l’autore, «Toccare il tuo corpo, che tutti i corpi raduna, che tutti i corpi contiene. Toccare il tuo corpo, e toccare l’essenza». Ed è reale, sia pure senza latitudini e in un tempo che brucia nel suo stesso accadere. Permane certamente più di ciò che ci ostiniamo a credere sia veritiero e solido, l’amore. Così come la perdita cui sono sottoposti i viventi.
Resta il senso del perdono, l’immagine di una panchina in cui compare una creatura umana – Niccolò Nisivoccia non dà troppi indizi ma ne conosce ogni millimetro – che siede sotto un pergolato di glicine in fiore. La costruzione di anime è aerea, fa tornare alla mente altre stanze umbratili, trafitte dal vento, silenti e stupefatte di spazi, da quelle di Giovanni Raboni ad altre di Patrizia Cavalli o Clemente Rebora.

IL LAVORO condotto in questi anni da Niccolò Nisivoccia è esercizio di parola, sminuzzandola per poi respirarla con lentezza la ricompone tra le viscere di un corpo del desiderio insieme politico ed esposto. In questa ricerca non si arriva a una definizione ma si sta sullo scavo dei significati, nel possibile che la poesia rende al visibile, quasi una cosmologia.




Fonte: Ilmanifesto.it