Dicembre 23, 2021
Da Il Manifesto
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Il non devoto a Natale, notoriamente stagione ad alto potenziale di mestizia, può trovare se non consolazione almeno consonanza nel testo edito nel lontano 1992 Il Presepio di Giorgio Manganelli, una contro teologia, è stato ben detto, e perfetta disamina di quella umanità miniaturizzata che è la Natività inscenata da statuine su fondale di sughero. «Il Natale come rappresentazione secerne da sé uno spettacolo, ha personaggi — no, umani no davvero, forse una imitazione di umani. Si può supporre che come i nostri pupazzi imitano il presente dell’istante, così quelli imitano la nostra esistenza. Siamo forse il reciproco presepe? Siamo, voglio giocare, il reciproco significato?» scrive.

FORSE sì. E giocando con Manganelli davanti all’allestimento partenopeo, uno dei tanti mirabolanti portati del movimento culturale del Barocco, si scopre che la gamma di figure e significati è vastissima. Molta acqua è passata sotto ai ponti dalla primissima messa in scena, quella dovuta a Francesco d’Assisi, nel 1223 a Greccio, in provincia di Rieti, che prevedeva solo bue, asino e mangiatoia, cosa onomasticamente corretta stando «presepe» per «greppia». Nel tempo la ribalta si è riempita di elementi, umani, animali e paesaggistici, ognuna con funzione di semaforo, perché portatrice di segno e perché supporto per orientarsi nel traffico del nostro mondo giocattolo di cartapesta e gesso; perlopiù sono figure di cui tutti serbano un qualche ricordo di infanzia all’aroma di muschio secco e cartone umido. Ci sono il cacciatore e il pescatore che rappresentano rispettivamente morte e vita, inferi e regno celeste. La lavandaia, che richiama le levatrici e il parto; i venditori di cibo che in effetti, che vanno a fare davanti alla Natività? Mercato? No, rappresentano, anche loro, qualcos’altro, nella fattispecie i dodici mesi dell’anno, ognuno denotato da un prodotto (norcineria a gennaio, uova ad aprile, pesce a dicembre), qualcosa di simile alle figure stagionali nei calendari dei supermercati. Il pastore è presenza nota e col suo gregge, che oggi richiama il concetto di immunità, evoca naturalmente sacerdoti e fedeli, ed è contemplato nel corredo dei presepi di chiunque. Lo stesso non può dirsi di certe versioni diciamo così, aumentate di pastori: il più celebre è il dormiente Benino, di cui si dice che il presepe sia un sogno destinato a evaporare al suo risveglio; il pastore meravigliato davanti alla nascita miracolosa, la pastora zingara preveggente derivazione della Sibilla, che nelle mani tiene chiodi a prefigurazione del martirio del nuovo nato di lì a trentatré anni. Altro retaggio pagano in scena cristiana è quello che a Napoli è chiamato Ciccibacc ngopp a bott, diretto discendente di Bacco, raffigurato in cima alla botte appunto (ed è subito Fantasia di Walt Disney) o comunque con otri di vino e capre nei paraggi.

IN CAMPANIA è figura familiare, profondamente terrestre, a ricordo del legame con la dimensione quotidiana e profana dove si svolge la scena sacra. E se Ciccibacc ha le radici in Tessaglia dove Dioniso/Bacco consuma e fonda la Tragedia, c’è un’altra figura misteriosa che talvolta i presepi partenopei ospitano e che arriva diritta dalla Catalogna. Si tratta del caganer, l’omino in vesti catalane, berretto frigio, camicia bianca, pantaloni e fascia neri, pipa in bocca, accovacciato e impegnato nell’operazione di svuotarsi le viscere in un angolo appartato della rappresentazione. Dal discorso escatologico a quello scatologico il passo è breve, specie in Catalogna. L’imbarazzante residuo terreno trova posto nella compagnia immobile dei personaggi e degli oggetti del presepe come il pozzo (collegamento con gli inferi) o il mulino le cui pale girano come lancette dell’orologio e parlano di tempo e nutrimento. E come il pozzo, il mulino, la locanda (ricettacolo di vizio e stravizio) riconnettono l’uomo alla sua componente ctonia. Gli escrementi poi sono certezza non solo di terra ma di terra fertile e fruttifera; e anche se è risaputo che dai diamanti non nasce niente, un conto è il letame quasi fragrante degli erbivori, altro la merda umana, e la visione della parte di corpo nell’atto di produrla: tabù mal tollerati e stonati al cospetto dell’avvenimento-avvento che ha fatto partire un nuovo corso nella Storia; anche se defilato un caganer nel presepe di norma fa ridere i bambini ma poi alla lunga infastidisce anche loro, se non sono catalani: non così nella Spagna indipendentista dove a dicembre, alla Fiera di Santa Lucia, a Barcellona, le statuine del caganer riempiono i banchi e i commercianti ne offrono declinazioni con fattezze di celebrità, come a Napoli accade con statuine di famosi in pose classiche.

IN VENDITA davanti alla Cattedrale di Santa Eulalia, e sul sito dedicato, colti nell’atto privatissimo dell’evacuazione ci sono tra gli altri Papa Francesco (senza che il Vaticano insorga), Greta Thunberg, Joe Biden, Kate Middleton, Woody Allen (con le mani delle tasche dei calzoni calati), Suarez, Valentino Rossi, i rapinatori mascherati da Dalì della Casa di carta, tutto il cast di Star Wars compreso, misteriosamente, il droide R2d2 (ma gli androidi cagano sterco elettrico?). La ragione della presenza nel presepe del caganer, bizzarra creatura concepita anch’essa nella straripante temperie barocca, è innanzitutto da ricercare nell’augurio di prosperità per il nuovo anno (tanta merda! come a teatro) e nel nesso tra sterco (del diavolo) e denaro; inoltre un siffatto personaggio avrebbe la funzione di ricordare l’effettiva uguaglianza dei viventi che passa, oltre che dall’inevitabile finale, anche dall’intestino. Le feci sono tutte ugualmente maleodoranti e disgustose, a parte quelle di unicorno, iridate e glitterate, in voga qualche tempo fa, e a dispetto di revival escrementali nell’arte, compresa la settima. Infine il personaggio sta lì perché diverte suscitando l’ umorismo a fette spesse che in Catalogna torna nel rito natalizio del Tio, un tronchetto a metà strada tra un Pinocchio in stato embrionale e il ceppo di Natale di antica tradizione rurale europea, quello scelto il giorno di Santa Caterina, consegnato alle fiamme la vigilia di Natale e lasciato ardere fino all’Epifania. Il Tio catalano non brucia ma, debitamente incoraggiato da cori dei bambini e legnate, caga i dolciumi nascosti al suo interno; è lo stesso linguaggio catalano ad alludere spesso agli scarti del corpo che tornano in mille modi di dire, a partire da «me cago en la leche», esclamazione di stupore, entusiasmo, usata in contesti diversi, in qualche modo assimilabile al «mi prendesse un colpo».

E ANCORA «lluvia en la montaña, mierda en el llano» (piove in montagna, e in pianura indovinate un po’), di due inseparabili i catalani dicono che sono non «culo e camicia» ma «culo y mierda», e via discorrendo, ridendo e scherzando, fino a un’espressione «Agafa un cagarro i … ¡Esmorza!» (afferra una cacca, fai colazione) che si esclama nella tombola natalizia, fatta di espressioni idiomatiche, a volte formulate in rima, invece che di numeri. Di nuovo si accostano Natale e rifiuti organici, binomio irresistibile quanto inesplicabile, e di nuovo si può chiedere soccorso a Manganelli secondo il quale nelle feste di fine anno e nella loro rappresentazione agiscono due malìe: quella disordinata e fascinosa del sabba, e quella di un pudore che invade la sconcezza del mondo, quasi un’immortalità che si mescola alle tombe, qualcosa del miracolo nell’oscuro gestire, nella faccenda sporca della vita in cui avvengono prodigi luminosi quando meno te lo aspetti.




Fonte: Ilmanifesto.it