Gennaio 13, 2022
Da Il Manifesto
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Le opere di Tania Bruguera rimangono addosso, sottopelle, accompagnano il visitatore anche dopo che ha lasciato gli spazi espositivi. L’artista e attivista, che per le sue azioni è stata più volte arrestata, screditata e sottoposta ai domiciliari, da qualche mese vive a Boston, dove è Senior lecturer in Media & Performance alla facoltà di Teatro, danza e media di Harvard. Se ne è andata da Cuba a patto che fossero liberati venticinque prigionieri politici, arrestati in seguito alle manifestazioni dello scorso 11 luglio, dove hanno protestato migliaia di cubani, chiedendo cambiamenti nel Paese, sia nella politica economica che sociale.

NATA NEL 1968 a L’Avana, Tania Bruguera crea performance e installazioni considerate intollerabili in patria, apprezzate invece a livello internazionale. Le sue opere sono parte della collezione del Guggenheim di New York, del Moma, del Van Abbemuseum, della Tate di Londra e del Museo Nacional de Bellas Artes de La Habana.
La verità anche a scapito del mondo è la sua prima personale in Italia, ed è visitabile fino al 13 febbraio al Pac di Milano. Un cancello ci introduce alla mostra. Dopo averlo aperto, ci troviamo di fronte a una grande bandiera europea, dove le stelle sono unite da filo spinato, cucito a mano al Pac da alcuni sopravvissuti ai lager di Auschwitz e Mauthausen.
L’opera è un chiaro riferimento ai confini militarizzati dell’Europa. Militarizzazione iniziata nel 2012 dalla Grecia, che aveva issato 10 km di filo spinato per impedire il passaggio di migranti siriani e seguita poi dall’Ungheria e dalla Bulgaria. Di fronte all’opera, intitolata The poor treatment of migrants today will be our disonhor tomorrow (di cui il 27 gennaio, in occasione della Giornata della Memoria sarà proiettato il video che ne mostra la realizzazione),vi è una sedia a dondolo, su cui è posto un microfono. A terra vi sono dei libri, tra cui Le origini del totalitarismo di Hannah Arendt. I visitatori sono invitati a leggere e la loro voce viene diffusa all’esterno del museo.

«Donde tus ideas se convierten en acciones civicas (100 horas de lectura de ’Los Origenes del Totalitarismo’)», 2015 – 2021. Foto di Lorenzo Palmieri

«CON LA LETTURA PUBBLICA del libro, durata oltre cento ore, il 20 maggio del 2015, abbiamo dato vita a Instar, Instituto de Artivismo Hannah Arendt», racconta l’artista. E aggiunge: «Crediamo che l’educazione possa fornire soluzioni a problemi che paiono irrisolvibili, in modo dialettico e non violento. Lo Stato sta cercando di chiudere Instar, anche se è la casa della mia famiglia e quindi legalmente non può farlo. Il centro si occupa di educazione civica, di un archivio sulla rivoluzione cubana, e delle campagne di supporto ai prigionieri politici. Instar è attivo, anche se io non sono a Cuba, perché è pensato per il futuro e non per il presente del Paese».

IN MOSTRA ci sono allestite dieci opere, realizzate nel corso di quasi trent’anni, come si evince dall’ottima timeline esposta al primo piano del Pac.
«Insieme al curatore Diego Sileo, abbiamo selezionato i lavori che si occupano di tematiche ancora attuali: è triste constatare che le questioni irrisolte sono sempre le stesse. Ho realizzato Tabla de salvación nel 1994, sul flusso migratorio dei cubani verso gli Stati Uniti durante la forte crisi economica del Periodo Especial. E ancora oggi la migrazione continua. E non solo a Cuba», conclude. L’installazione 22.853, Crying Room (stanza del pianto), era stata ideata originariamente per la Tate Modern di Londra. Ed è stata riformulata al Pac sulla questione dei migranti nel Mediterraneo. Prima di entrare nell’installazione si è invitati a timbrarsi sulla pelle il numero delle persone che hanno attraversato il Mediterraneo nell’ultimo anno. Si entra, la stanza, è vuota, la luce è cupa, livida. Da alcune fessure nelle pareti esce una profumazione al mentolo che induce alla lacrimazione. Distanti dall’iconografia mediatica, densa di immagini strazianti ormai diventate routine, Bruguera ha voluto creare un’«empatia forzata», come lei stessa l’ha definita, dove la lacrimazione indotta può attivare un sentimento autentico.

ANCHE L’INSTALLAZIONE Sin Título, ideata e censurata a L’Avana nel 2000, è stata riattualizzata. Si entra in una stanza semibuia, c’è un odore acre perché a terra vi sono canne da zucchero essiccate. Tre performer nudi recitano ad alta voce i nomi dei prigionieri politici cubani. «Non ho voluto che si vedessero completamente i volti e i corpi dei performer perché mancano informazioni sulle persone incarcerate», commenta l’artista. Tra gli arrestati vi sono molti artisti e intellettuali. Tutto ciò ha portato Bruguera e altri collettivi a boicottare l’edizione della Biennale de La Havana. «Il boicottaggio è stato l’unica opzione, abbiamo cercato in ogni modo di avere un dialogo con il governo e le istituzioni, senza ricevere risposta. Una decina di progetti sono stati ritirati, pure di artisti cubani. È importante che il governo cambi il suo atteggiamento verso la cultura». Il modo di lavorare dell’artista, che elimina il confine tra arte e vita, trasforma il linguaggio estetico in uno strumento utile per l’analisi di problemi sociali. Rivoluzione e totalitarismo sono termini che possono incontrarsi in ogni processo storico. Perché, come scrive Reinhart Koselleck in Futuro passato. Per una semantica dei tempi storici, negli ultimi sessant’anni, a volte, hanno viaggiato insieme.

ALTRETTANTO TOCCANTE è Plusvalía, opera che presenta una copia in scala 1:1 dell’insegna «Il lavoro rende liberi», all’ingresso di Auschwitz. Si entra nella sala semibuia, dove vi è un uomo che smeriglia l’insegna, l’odore del ferro bruciato è disturbante, gli occhi sono abbagliati dalle schegge provenienti dalla smerigliatura. L’opera si è ispirata al furto della vera insegna da parte di cinque giovani che volevano rivenderla. Furto che ha suggerito a Bruguera una riflessione sul valore dell’oggetto e sulle sue connotazioni simboliche e politiche. Lo statement «Il lavoro rende liberi», oltre ad essere memoria delle peggiori atrocità naziste, si contrappone alla «Great Resignation» in atto in diversi paesi occidentali, dove i lavoratori si sottraggono a mestieri umilianti e mal retribuiti. E il rifiuto del lavoro diventa riappropriazione del tempo della vita.




Fonte: Ilmanifesto.it