Gennaio 24, 2022
Da Il Manifesto
20 visualizzazioni

Laboratorio è parola chiave nella vita e nella scrittura di Primo Levi; nella formazione infantile, in quella universitaria, luogo-studio dell’individuo posto in condizioni di vita estreme in Se questo è un uomo, misura, anche, di una visione del mondo che vede le «gigantesche trasformazioni in corso» originare «nei laboratori, e non nei parlamenti»: «nuove coltivazioni e nuove armi, nuove malattie e nuove terapie, nuove fonti d’energia e nuove contaminazioni».

SI È NEI PRIMI ANNI ’70, ma gli esempi addotti da Levi sembrano pensati oggi. Laboratorio è anche lo spazio letterario e, fin dove è possibile, intimo nel quale entra Giovanni Tesio (Primo Levi. Il laboratorio della coscienza, Interlinea, pp. 243, euro 20), che dell’autore si è occupato più volte nel corso della sua lunga carriera di critico e che è stato l’ultimo intellettuale attivo al quale lo scrittore ha rilasciato un’intervista, pubblicata nel 2016 da Einaudi. Sarebbe dovuta servire per una biografia autorizzata ma non ce ne fu il tempo.
Laboratorio deriva da laborare, e il lavoro non è solo quello schiavistico del lager, né è solo sinonimo di «organizzare» (il rubare è attività diffusa nei campi: «andavamo a organizzare», scrive Edith Bruck, e Ginette Kolinka: «le più sveglie organizzano»), o un salva-dignità, come è per il muratore di Fossano prigioniero che contro le bombe costruisce un muro perfetto non perché gli è stato ordinato ma per onore professionale.

AL LAVORO APPARTIENE una precisa etica alla quale Levi torna ripetutamente nei suoi scritti; esso è scuola di vita, accettazione di responsabilità, unione di mano e mente e – se si ha il privilegio di amarlo – veicolo «per conoscere la felicità». Da non sottovalutare tuttavia l’ambiguità insita nel lavoro ben fatto, come dimostrano Stangl, il «diligentissimo carnefice di Treblinka» o Rudolf Höss «comandante di Auschwitz», che narra il «travaglio creativo» che ha generato le camere a gas.
Per varie ragioni, Levi è scrittore ideale per Tesio, che non manca di ribadire che «ogni rigo è profitto». E infatti solo una corrispondenza profonda fra critico e autore attiva l’energia e accende il tono giusto per entrare nel laboratorio di una intelligenza che ha prodotto opere nelle quali la volontà di ordine e di chiarezza (a partire dal linguaggio, ché il parlare oscuro è «antico artificio repressivo», è detto in Dello scrivere oscuro), di moralità e di ragione si accompagna alla «spinta uguale e contraria dell’enigma e delle tenebre».

NELLE PAGINE DI UN AUTORE per il quale scrittore e scritti coincidono, si avverte talora un «forte vento di contraddizione», uno scivolare dell’«immagine mite e colloquiale in una maschera scheggiata»: con condivisibile arditezza, Tesio decide allora di dipanare l’ambivalenza, quella dinamica che in letteratura appare sempre più come il vero motore della narrazione novecentesca (si veda la raccolta di saggi Dell’ambivalenza, a cura di Anna Maria Crispino e Marina Vitale, Iacobelli 2016).
Il volume restituisce così l’intera vicenda letteraria di Levi, i suoi maestri, la presenza della Bibbia, della cultura classica e moderna, proponendo una visione documentatissima se non definitiva delle sue opere, che ovviamente non possono non intrecciarsi con l’esperienza del lager, e che tuttavia vivono di una loro vita anche autonoma.

LA LINGUA ADOTTATA non è mai pura (la lingua pura è «follia» – scrive Levi) e lo stile assume, a contatto con il lessico preso a prestito dalla tecnologia e dalla chimica, i caratteri dello spiazzamento o dell’ironia. Fino a lambire l’umorismo (alle cui modalità di restituzione è dedicato un intero capitolo), perché Levi «ha dovuto – come i salmoni – risalire tutta la corrente dell’equivoco formidabile – quantunque non privo di legittimità – che ha fatto di lui il testimone, per eccellenza, del lager», mentre fin dall’inizio, «convivevano con lui gli elementi di una feconda ambiguità».
Egli stesso era italiano ma ebreo, chimico ma scrittore, deportato ma «non tanto (non sempre) disposto al lamento». Occupò una posizione laterale rispetto al mondo intellettuale, al quale peraltro apparteneva; marginale per carattere, rispetto agli snobismi intellettuali, più tecnico che scienziato; ma marginale – direi – nell’accezione che al termine diede bell hooks in L’elogio del margine, che è resistenza, libertà e molto altro.




Fonte: Ilmanifesto.it