Gennaio 25, 2022
Da Il Manifesto
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«Ci dicono spesso che il nostro è uno spettacolo anomalo e credo sia esatto perché anche il libro lo è» afferma Alexia Sarantopoulou. Il libro in questione è Emilio o dell’educazione di Jean-Jacques Rousseau, ed è sulla base di questo affascinante e contraddittorio approccio alla pedagogia, quasi un flusso di coscienza seppur datato 1762, che prende vita l’Emilio interpretato da Ondina Quadri e diretto da Sarantopoulou, da venerdì 28 a domenica 30 gennaio in scena all’Angelo Mai a Roma. Uno spettacolo dove le relazioni – tra essere umano e oggetti, natura e cultura, organico e inorganico – sono fondamentali, dove si afferma con forza il principio secondo cui l’immanenza, intesa come arte degli incontri e delle composizioni, è alla base della vita e dello sviluppo. Entrambe in passato performer con i Motus e attualmente nella compagnia greca Nova Melancholia, abbiamo incontrato Sarantopoulou e Quadri in un bar nel quartiere Pigneto, non lontano dallo spazio teatrale indipendente Fivizzano27 che entrambe animano e frequentano.

Come avete trasformato il testo di Rousseau in una messa in scena meditativa e astratta?
Alexia Sarantopoulou: L’idea della natura morta è arrivata abbastanza presto, così come quella di creare nuovi mondi a partire dagli stessi oggetti in una mutazione e trasformazione continua. Abbiamo poi lavorato molto con alcune immagini, che abbiamo preso come punti di riferimentoper fare delle improvvisazioni e poi delle coreografie. Nel libro si dice che il bambino deve crescere all’aperto, lontano dalla città, ma oltre all’argomento principale Rousseau parla di molte cose tra cui il cibo, la religione, le classi sociali e il contrasto tra natura e cultura. Volevamo portare in scena questi temi, fedeli all’approccio non lineare della sua scrittura.

Il rapporto tra Emilio e gli oggetti presenti sulla scena è centrale, quest’ultimi hanno una valenza simbolica o li considerate come materia?
A.S. Sono gli oggetti a portare con sé la cultura, ma entrando a far parte dell’universo di Emilio il personaggio diventa una sorta di cyborg, una creatura nuova in un complesso rapporto tra organico e inorganico. Gli oggetti sono veicoli per altri mondi che vengono creati e poi distrutti.
Ondina Quadri: La cosa che più mi piace dello spettacolo è proprio la creazione di diversi paesaggi con i quali si aprono degli universi semantici. C’è molta libertà per lo spettatore, i tempi sono dilatati e succedono diverse cose ma molto piccole, quindi ci si può focalizzare su un gesto piuttosto che un altro. Alla fine però, in qualche modo, quello che le persone vedono riflette sempre uno dei temi che abbiamo esplorato e che è presente nel libro. L’indagine quindi prosegue attraverso i loro sguardi, gli oggetti sono sempre gli stessi, di fatto ciò che c’era prima c’è anche dopo ma nel frattempo interviene un altro modo di manifestarsi della materia.

La scelta della nudità del personaggio per tutta la durata dello spettacolo che significato ha?
A.S. Penso che quando si osserva un corpo nudo la dimensione del tempo svanisce, è un punto per me molto importante. Emilio poi è un maschio, e secondo Rousseau è proprio un maschio il modello da prendere in considerazione per l’educazione perché la femmina è meno capace in molti ambiti. Mi interessava quindi introdurre un elemento femminile in una scrittura pensata totalmente al maschile.
O.Q.: Credo che per il pubblico l’effetto della nudità finisca presto, di fatto in scena sono un essere non ben definito che usa il corpo in maniera particolare. Penso quindi che sia un fatto che si accetta quasi subito non essendoci il tema dello spogliarsi. C’è un corpo che si trasforma attraverso una comunicazione con gli oggetti ma non c’è nessun tipo di pudicizia o vergogna.

Per Alexia Sarantopoulou è la prima volta alla regia, cosa ti ha spinto a cambiare ruolo rispetto a quello di performer?
A.S. Negli spettacoli a cui ho lavorato ero parte integrante del processo decisionale, da lì ho sentito il bisogno di fare qualcosa di mio. Non credo però di essere diventata una regista che da ora in poi produrrà continuamente qualcosa, non mi sento a mio agio nel meccanismo e nei ritmi che impone il mercato.
Ondina Quadri, invece, lavora molto anche al cinema. Per te si tratta di un unico percorso artistico?
O. Q. Sono due dimensioni che fanno parte della mia vita e credo di aver bisogno di entrambe. Si completano in molti modi: nel cinema ci sono più soldi ed è piuttosto comodo nel momento in cui si vogliono fare anche delle produzioni indipendenti a teatro. I progetti teatrali sono molto più lunghi, c’è tanta ricerca per fare poche date, è un processo che cresce negli anni mentre al cinema, una volta passato il provino, il lavoro è intenso ma dura solo un breve periodo. Anche dal punto di vista della temporalità mi piace quindi come le due attività si mescolano tra loro.




Fonte: Ilmanifesto.it