Dicembre 29, 2021
Da Il Manifesto
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«Ho avuto la sensazione per molto tempo – mia madre è stata prigioniera nei campi e non ha mai detto una parola al riguardo – che io dovessi parlare per lei, il che è assurdo perché non si può parlare per qualcun altro. Così ero ossessionata da questo, dalla sua vita. Ero ossessionata anche dal modo in cui quando è uscita dai campi ha trasformato la sua casa in una prigione. Questo è Jeanne Dielman. Ora posso raccontarlo, ma non ne ero consapevole quando l’ho fatto» diceva Chantal Akerman (in una conversazione con David Kasman) a proposito di No Home Movie (2015) – quello che diventerà il suo ultimo film, e che forse nella distanza del tempo di questo sentimento «ultimativo» conteneva già le tracce – o è invece lo sguardo condizionato dagli accadimenti a suggerircelo? Lo aveva presentato in concorso nel 2015 al festival di Locarno – cancellando il giorno dopo le interviste – era agosto, Akerman lascerà il mondo a agli inizi di ottobre.

A PROPORRE in prima tv il film il 2 gennaio è Fuori orario (Raitre, dalle 01.25), sempre più lo spazio con una visione di progetto – specie se si pensa alla terribile programmazione «festiva» in questi giorni sul servizio pubblico. E in una serata che lo vede insieme al magnifico film di Laurie Anderson Heart of a Dog (2015), l’addio della musicista alla sua cagnolina amatissima Lolabelle che si fa percorso di memoria fino all’infanzia, riflessione sul linguaggio, la creazione artistica, le sue forme, sulle storie e su quanto le nutre.
Cosa ci racconta invece No Home Movie? Di una figlia, la stessa cineasta, di una madre, e di una relazione che attraversa il tempo, si fa storia, muta, intreccia sentimenti, emozioni, lascia alle spalle il ricordo delle rivolte adolescenti (la Jeune Fille a Bruxelles) per la dolcezza emotiva di un bisogno: essere figlia, continuare a sentirsi tale, prolungare l’istante fragile di questo stato.
Quando Akerman aveva presentato il film la madre era da poco mancata, era già malata – e proprio la malattia era stata una delle ragioni per filmarla. Eppure No Home Movie come suggerisce il titolo non è semplicemente un film «familiare» anche se vediamo la regista muoversi nella casa di famiglia in Belgio dove la madre era arrivata nel 1938 dalla Polonia fuggendo le persecuzioni. Pensavano di essere al sicuro e invece i nazisti poco dopo li hanno raggiunti con il loro piano di sterminio. Ma questo, l’Olocausto, l’essere ebrei come materia fondante una narrazione famigliare che a un certo punto mette da parte la pratica religiosa – il padre della regista non vuole che si seguano più le tradizioni – è solo una delle linee del racconto. Prima appunto c’è il rapporto tra la regista e la mamma – in cucina assieme mentre pelano patate citazione di Jeanne Dielman – in cui la storia entra seguendo la necessità che ha Akerman di «ricostruire» una memoria storica nell’esperienza privata, senza separarla però da tenerezza, amore, con la madre che guarda ancora quella figlia come la ragazza eccentrica piena di idee bellissime e un po’ folli. «Un film sul mondo che cambia e che mia madre non vedrà» lo aveva presentato la regista. Quando non è in Belgio Akerman la chiama via skype dall’America, la donna le chiede: perché mi filmi? Per dimostrare che le distanze non esistono più le risponde. E lei ride orgogliosa, preoccupata di mangiare quello che la figlia le prepara nei ruoli ormai inversi per non deluderla anche se deve sforzarsi sempre di più per inghiottire ogni boccone.
È stanca, il mondo è la voce di Chantal con le sue storie, le sue domande, la sua ostinazione a scrivere una Storia che la madre sembra voler mettere da parte. O nella quale non vede gli stessi significati. Parlano della nonna, la madre di sua madre, che forse aveva un amante, quell’amico speciale che l’ha sempre aiutata. Era una femminista prima del tempo dice Akerman, la madre sorride. Poi altri parenti, altri esili, altre fughe. I tedeschi che si impossessano del Belgio e il padre di Akerman che rifiuta la stella gialla.
E i ricordi della madre della figlia, gli occhi blu quando era piccolina che tutti guardavano incantati. L’esterno è l’ombra di Akerman riflessa nell’acqua torbida, sono le lunghe fughe nel paesaggio sul confine di un deserto israeliano. Le domande che rimangono sospese, e che non sempre trovano quelle risposte che lei attende.

È QUI, su questi bordi, che la regista si mette in gioco, scoprendosi in una dimensione amorosa intensa, e commuovente, nel gesto di voler trattenere istanti, sguardi, sorrisi, presenza. Nello spazio condiviso dell’attesa in cui il tempo cola impercettibile, e dove mentre la madre cerca rifugio nel sonno scorre il movimento inafferabile della vita.




Fonte: Ilmanifesto.it