Ottobre 4, 2021
Da Il Manifesto
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In fondo No Time To Die, l’ultimo 007 con Daniel Craig nei panni dell’agente con licenza d’uccidere, è il film che maggiormente ha tematizzato tutte le trasformazioni macroscopiche che hanno investito il cinema in sala da quando è scoppiata la pandemia. Mentre tutti fissavano il dito di Netflix, la mancata distribuzione di 007 provocava di fatto la chiusura della catena di Cineworld, dando così vita a voci su una caccia all’asta per accaparrarsi il film da parte delle grandi piattaforme.

L’uscita  continuamente rimandata nelle sale di No Time To Die è anche  il racconto più affidabile (con le varie puntate scandite dai rumour riportati dai trade del settore) degli stravolgimenti affrontati da tutta la filiera del cinema. L’agonia di un’economia cinematografica sta nelle strategie adottate dall’industria per salvaguardare le ultime tappe di un passaggio verso lo streaming globale in condizioni impreviste – il film peraltro è  balzato subito uin testa agli incassi dopo il primo fine settimana.

Tutto ciò, ovviamente, non può che riverberare in maniera sinistramente ironica nel film stesso, con l’importanza drammatica ricoperta dai virus e veleni di Lyutsifer (!) Safin interpretato da Rami Malek. Il plot, ovviamente, come da tradizione, è bello complesso, e s’articola in vari filoni che toccano tutta la saga di 007. La volontà, a quanto è dato di capire, sia degli sceneggiatori che dello stesso Daniel Craig (senz’altro il Bond più working class di sempre) è stata quella di comporre un capitolo finale, definitivo. In grado sia di proiettare una nuova prospettiva sul passato che, soprattutto, di rilanciare il personaggio nel futuro. Da questo punto di vista Craig si cala con intensità crepuscolare nel ruolo. Gioca molto di ironia autoreferenziale (la gag dello smoking a Cuba, per esempio) e dimostra di avere recepito l’esigenza di una riscrittura di quella che sostanzialmente è un’icona della guerra fredda, al servizio dell’imperialismo britannico. In fondo il miracolo culturale più interessante di Bond è di essere riuscito a sopravvivere al suo contesto storico e di essere assurto a icona atemporale.

D’ALTRONDE è l’adattabilità del mito a dire della sua forza ed efficacia. In questo senso il discorso su una successione «sostenibile» di Bond, magari non occidentale, bianca ed eterosessuale, è forse più interessante di quel che sembra. Infatti, non si tratta di adeguarsi ai tempi (scelta di mero marketing) ma di rendere il mito stesso più ospitale, accogliente. In grado di parlare a quante più persone possibili. Il film si apre a Matera, dove Bond giunge assieme a Madeleine Swann (Léa Seydoux). Accompagnato da Pio Torre (A ciambra) 007 si reca alla cappella dove è seppellita Vesper Lynd (l’indimenticabile Eva Green). La tomba, come in una perfetta situazione da Looney Tunes, gli scoppia in faccia. Inizia così un interessante set piece (inseguimento in moto, auto e sparatoria) coreografato dal coordinatore stunt Gary Powell (epica la corsa sulle scale in moto). L’apice della parte italiana è senza dubbio il salto mozzafiato dal ponte di Gravina di Puglia (eseguito dal temerario David R. Grant) che nella precisione chirurgica del montaggio di Elliot Graham e Tom Cross sembra eseguito in continuità da Craig e, infatti, il pubblico letteralmente trattiene il fiato.

Nella sua lunghezza (ben 163 minuti) il film si riserva ancora qualche momento emozionante (la resa dei conti nei boschi) ma seguendo lo spirito travelogue istituito dagli altri film della saga (anche se strada facendo il ritmo perde colpi). Si fa largo, inevitabilmente, un sospetto di seriosità, ma l’interpretazione partecipe di Craig equilibra. Si capisce perfettamente come l’attore tenti di lasciare un segno profondo nel personaggio e nell’immaginario che lo regge, visto che questi, di riflesso, saranno inevitabilmente parte della sua persona, pubblica e privata, per sempre. Questa consapevolezza del mito, e della sua funzione, permette al film di sopravvivere anche a luoghi comuni come la solita isola deserta dove il cattivo di turno (Safin) complotta contro il mondo.

È VERO, probabilmente ha ragione Alan Moore che nella saga di La Lega degli Straordinari Gentlemen appioppa a Ian Fleming e a Bond il ruolo di lacchè dell’impero, eppure anche lo spettatore più smaliziato alla fine è sfiorato dal rito collettivo che si compie in No Time To Die. James Bond ha attraversato la storia del ventesimo secolo, e segnato quella del cinema intesa come spettacolo popolare. Coloro che all’epoca di Operazione Moonraker, Solo per i tuoi occhi, La spia che mi amava, Octopussy vedevano 007 come il conseguimento di una maggiore età cinefila, di fronte all’esibita complessità merceologica, narrativa e politica di No Time To Die, il primo film della saga a essere diretto da un americano (Cary Fukunaga) – un altro cambiamento epocale – si ritrovano un po’ come a commemorare un’innocenza perduta. Sulle note della canzone eseguita da Billie Eilish, ci si chiede «sono stato stupido ad amarti?». Domanda destinata a restare senza risposta, perché tanto non c’è mai tempo per morire.




Fonte: Ilmanifesto.it