Febbraio 15, 2022
Da Il Manifesto
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La terza edizione della «Relazione sulla ricerca e l’innovazione in Italia» presentata ieri nella sede romana del Consiglio Nazionale delle Ricerche alla presenza di governo, Confindustria e Banca d’Italia dipinge un quadro piuttosto desolante. Non solo abbiamo meno ricercatori rispetto agli altri Paesi europei, ma ne formiamo anche in numero nettamente inferiore, cosicché il divario non si assottiglia. Però nei prossimi anni abbiamo un’occasione unica: in Europa, nessuno avrà a disposizione per la ricerca così tanti soldi dell’Italia grazie al Pnrr. Da come queste risorse verranno utilizzate dipenderà gran parte del destino industriale dell’Italia.

ATTRAVERSO I DESTINI di chi consegue un dottorato di ricerca, il titolo di studio più alto riconosciuto in Italia, il report curato dagli economisti del Cnr Daniele Archibugi, Emanuela Reale e Fabrizio Tufi legge lo stato non esaltante del nostro settore di ricerca e sviluppo. La percentuale della popolazione lavorativa italiana che ha conseguito questo titolo è appena lo 0,5%, meno della metà della percentuale media dell’Unione europea (1,2%).

Il gap non è un retaggio del passato, perché anche tra i dottori di ricerca in formazione si rileva un simile divario: gli iscritti al dottorato sono lo 0,14% in Italia e lo 0,28% in Europa.

La scarsa attrattività del dottorato si spiega in gran parte con un dislivello salariale. All’estero, chi ha il Phd – questo il nome del dottorato oltre i confini – guadagna in media 2.700 euro, circa mille in più di un pari grado impiegato in Italia. E infatti una percentuale importante dei dottorandi italiani consegue il titolo fuori confine: sono circa dodicimila contando solo Austria, Svizzera, Francia, Regno Unito, Spagna e Usa, a fronte di circa trentamila dottorandi in Italia. Di contro, sono circa 4.500 i dottorandi stranieri in Italia, soprattutto da Iran, Cina e India. Oltre al gap con gli altri Paesi, colpisce anche quello di genere: tra uomini e donne detentori di questo titolo di studio, le retribuzioni medie variano di trecento euro, e nelle scienze mediche si arriva a settecento euro al mese. Anche all’estero c’è un differenza tra i sessi nelle retribuzioni di un dottorato, ma non supera i 200 euro.

NON È UNA QUESTIONE di scarso merito. Le ricerche degli accademici italiani nel 2020 sono state più citate di quelle dei colleghi inglesi, statunitensi, tedeschi, francesi, cinesi e giapponesi. Ma quando si tratta di fare “sistema” e conquistare finanziamenti in campo europeo, emergono tutte le nostre fragilità. L’Italia contribuisce ai fondi europei di ricerca per il 12,5% del totale, ma riporta a casa solo l’8,7%. Colpa di un numero inferiore di ricercatori (lo 0,6% della forza lavoro contro l’1% di Francia e Germania) ma anche di una scarsa capacità progettuale: solo l’8,6% dei progetti proposti e coordinati dalle università e dagli enti di ricerca italiani viene finanziato in sede europea, mentre in Germania, Regno Unito e Francia la percentuale di approvazione sale al 14-15%. Non compensa l’investimento pubblico, fermo all’1% e ultimo tra i grandi paesi Ocse. Né l’industria, che delle competenze elevate non sa che farsene. Su cento dottori di ricerca solo dieci trovano una collocazione nell’industria e otto nella libera professione. Il resto rimane nel pubblico.

GRAZIE AL PNRR, nei prossimi cinque anni il governo proverà a rimediare. Sul piatto della ricerca, spiega la ministra dell’università e della ricerca Maria Cristina Messa nel presentare il rapporto, metterà circa 17 miliardi di euro, più di ogni altro recovery plan europeo. Serviranno a finanziare soprattutto le attività di ricerca applicata (61%) e la ricerca di base (24%). Il resto aiuterà il trasferimento tecnologico e le attività di supporto. A differenza di Germania e Francia, i cui piani puntano su specifiche filiere industriali (legate soprattutto alla transizione ecologica), gli investimenti italiani saranno spalmati su un ventaglio più ampio di settori. La sfida sarà trasformare gli investimenti legati al Pnrr in un rafforzamento strutturale degli investimenti in ricerca e sviluppo.

L’INDUSTRIA FARÀ la sua parte? La storica arretratezza dell’industria italiana è la zavorra che frena, come emerge dalla tavola rotonda del Cnr. «È necessario che le imprese puntino alla ricerca davvero innovativa e non a “abbellimenti” dei prodotti» attacca Messa. La direttrice generale di Confindustria Francesca Mariotti ammette che le nostre imprese investono poco ma si rifugia nei soliti alibi: l’elevato «cuneo fiscale» e il difficile accesso al credito. Tocca a Roberto Torrini (Bankitalia) dirimere la questione: «La finanza conta poco» è la sua replica. «Il vero problema sono le microdimensioni delle imprese italiane, che ostacolano le economie di scala. Senza le quali fare ricerca è impossibile».




Fonte: Ilmanifesto.it