Ottobre 8, 2021
Da Campania Libertaria
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“Non ha mai fatto uso di droghe, ha le idee molto chiare, e la sua forza fisica e mentale lo hanno aiutato a sopravvivere in prigione nonostante la FIES (Fichero de Internos de Especial Seguimiento – Dossier dei detenuti sotto sorveglianza speciale Ndt). Quasi tutti i suoi compagni sono morti. È sopravvissuto a un genocidio”, ci spiega la compagna del prigioniero anarchico.

Elisa di Bernardo si è recata nella giornata di ieri ad Oviedo per raccontare la situazione del suo compagno Gabriel Pombo da Silva. È stata invitata dal gruppo Higinio Carrocera, in collaborazione con il centro comunitario Cambalache, approfittando della sua visita a Pombo nel carcere di Mansilla de las Mulas a León. Elisa ha fatto un resoconto molto completo sia della situazione giuridica del prigioniero anarchico, che della sua vita e della sua lotta durante più di 30 anni di carcere. È stato un discorso che non solo ha fornito informazioni su Pombo, ma ha anche mostrato come, all’interno delle mura della prigione, la “democrazia” scompare e si entra in un mondo oscuro, in cui si è sottoposti a torture fisiche e psicologiche, a vendette personali da parte di giudici e carcerieri, a prigioni dentro la prigione (FIES). Inoltre, Elisa ci ha offerto inoltre una prospettiva su questo contesto, su come la disuguaglianza, la miseria, l’ingiustizia e la povertà, inerenti al sistema capitalista e statalista, producono “criminali”.

Elisa ha iniziato il suo discorso prendendo dal suo zaino tre importanti libri sulla situazione dei prigionieri e sul mondo della lotta anti-carceraria: “Estrema indigenza, estrema violenza”, “Per non dimenticarmi” di Madri unite contro la droga e il Rapporto sulla tortura nello Stato spagnolo, che Elisa ha spiegato essere stato censurato dalla polizia, poiché racconta gli anni più tristi del regime FIES.

Dopo questa introduzione bibliografica, Elisa di Bernardo ci ha parlato della vita di Gabriel Pombo. “Visse a Vigo (città della comunità autonoma della Galizia Ndt) in una baracca, fino a quando decise di emigrare in Germania per guadagnarsi da vivere. Lì scoprì un nuovo mondo e cominciò anche a conoscere l’istintiva solidarietà tra i poveri. La prima domanda politica che Gabriel si pose fu: “Se mio padre costruisce case, perché noi non ne abbiamo una?”.

Gabriel è cresciuto in Germania ed fu arrestato per la prima volta a 13 anni, per una rissa. Lo portarono al carcere minorile. Con la condizionale scappò e decise di tornare in Spagna. Il suo ritorno fu un’avventura. Nel 1981 erano gli anni della droga. “Gabriel non divenne mai dipendente, ma vide morire i suoi compagni. Sapeva da dove veniva la droga, chi l’aveva introdotta e, soprattutto, per cosa”, spiega Elisa. Quello è stato il momento in cui decise di espropriare. Iniziò con i camion che trasportavano cibo, per distribuire la merce tra le famiglie povere e, a 15 anni, iniziò ad espropriare le banche, con l’obiettivo di sostenere i prigionieri e le loro famiglie con il ricavato delle rapine. Contribuì anche all’ organizzazione di sostegno ai prigionieri della Copel (Coordinadora de Presos en Lucha – Coordinamento dei prigionieri in lotta Ndt), anche se non ne faceva parte.

Nel 1984, quando aveva 17 anni, Gabriel fu condannato a 3 anni di prigione per una delle rapine, proprio quella che non aveva commesso. “Era molto arrabbiato e da allora andò nelle banche con il volto scoperto e lasciando le sue impronte digitali”. I tre anni si trasformarono così in cinque anni di vita carceraria. Elisa ci ha parlato della nascita del carcere modulare, avvenuta negli anni 90, con l’obiettivo di evitare le rivolte, “consiste nel non lasciare i prigionieri insieme per molto tempo, anche se questo non ha impedito che la lotta continuasse. Per questo sono stati creati gli APRE (Asociación de Presos en Régimen Especial – Associazione dei prigionieri in regime speciale Ndt), per denunciare l’isolamento permanente. Nonostante questo, carcerieri e giudici hanno sempre considerato Gabriel Pombo come il “leader” delle rivolte “anche se era impossibile perché era sempre in isolamento. Ma era solo una scusa per evitare le condanne ordinarie. In totale ha passato 23 anni in isolamento”, spiega Elisa, che aggiunge che ora lo Stato ha cambiato strategia e invece di applicare la tortura “semplicemente ti tolgono i diritti che hai affinchè ti comporti bene”.

“Oggi”, spiega Elisa, “dei cento prigionieri del FIES degli anni ’90, solo sei sono ancora vivi. Gabriel è sopravvissuto a un genocidio pianificato, ma si è salvato, tra l’altro, stando lontano dalla droga”. Il suo passaggio all’anarchismo avvenne negli anni ’90. Nel 2001 entrò nelle carceri basche, dove c’era una politica carceraria diversa. Nel 2003 gli furono concessi dei condoni e gli diedero dei permessi, e durante uno di questi riuscì a scappare. Già in precedenza, nel 1989, a causa di un errore, fu rilasciato e si diede alla fuga”. Durante quei mesi continuò a rapinare banche e ad attaccare sfruttatori e mafiosi appartenenti al mondo della droga. Un altro dei suoi obiettivi era liberare prigionieri e facilitare la fuga di persone come Xosé Tarrío, anche se non ci riuscì. “In quei 4 mesi giustiziò uno sfruttatore mafioso proprietario di un bordello, a cui aveva già dato un avvertimento”.

Nel 1990 aveva già sulle spalle condanne per un totale di 166 anni, quando il codice penale ne impone un massimo di 30. “Per più di 30 anni è stato sottoposto al brutale regime del FIES, creato da un governo del PSOE (Partido Socialista Obrero Español – Il Partito Socialista Operaio Spagnolo Ndt), una prigione nella prigione. Per oltre 10 anni il regime carcerario più brutale fu quello della prigione di Teruel. I condannati al carcere sapevano che sarebbero stati torturati una volta rinchiusi li, al punto che, nelle loro case, usavano l’elettricità per preparare i loro corpi a quello che gli avrebbero fatto una volta finiti dentro”.

Elisa ha aggiunto che a Gabriel fu offerto un lavoro come educatore di minori, da parte dell’ amministrazione carceraria, che lui rifiutò strenuamente, poiché capì che significava servire l’istituzione penitenziaria “passando dall’altra parte”. Successivamente si recò ad Aquisgrana, in Germania, dove scrisse il suo libro “Diario e ideario de un delinquente” (Diario e ideologia di un delinquente Ndt).

In Germania fu condannato a 14 anni, ma dopo aver scontato 8 anni e mezzo fu riportato in Spagna. Della sua permanenza nelle carceri tedesche, Elisa dice che Gabriel ha sottolineato spesso che sono molto più ‘democratiche’, nel senso che è un modello di prigione dove la legge è semplicemente applicata e tutto è più corretto, rispetto all’arbitrarietà delle carceri spagnole dove vige ” la continua vendetta di carcerieri e giudici”.

Nel gennaio 2013 Gabriel tornò in Spagna dove il suo gruppo di sostegno legale iniziò a lavorare sulla base di uno dei pilastri del diritto europeo, il principio di specialità. Elisa ci spiega che: In base al principio di specialità un paese dell’UE può restituire un prigioniero a un altro paese che lo richiede solo se deve scontare la pena in sospeso e non un’altra condanna. Quello che Gabriel doveva ancora scontare erano 3 anni e sette mesi.

Nel maggio 2016 la liberazione di Gabriel Pombo sembrava finalmente vicina. La Germania diede l’ordine di liberarlo. Fu allora che il tribunale di Gerona fece una strana rifusione delle sentenze e il giudice Mercedes Alcázar decise che doveva ancora scontare 16 anni per il calcolo lordo. L’avvocato di Gabriel intentò una causa per illecito contro il giudice, che fu sospeso per 6 mesi. Gabriel venne così rilasciato dopo 30 anni passati in prigione.

Comincia a riorganizzare la sua vita, si stabilisce in una casa familiare che intende sistemare per creare un centro sociale libertario a cui vuole dare il nome di Agustín Rueda, ha una figlia. Tuttavia, la tranquillità fu di breve durata. Un avvocato tedesco che non aveva elaborato correttamente il principio di specialità, costrinse Gabriel, Elisa e la loro figlia a fuggire dalla Spagna, dopo oltre un anno e mezzo, per evitare un nuovo arresto, costringendoli ad abbandonare i loro progetti di vita. “Si trattò di una relativa “clandestinità”, con una bambina piccola non si può fare molto. Eravamo in Portogallo, in una clandestinità familiare, e le nostre uniche armi erano solo i pannolini”, scherza Elisa. Le cose iniziarono a complicarsi e al ricorso dalla Spagna se ne aggiunse un’altro dall’Italia a cui seguì un mandato d’arresto internazionale. Chiedemmo la nazionalità portoghese (la madre di Gabriel è portoghese) per evitare il trasferimento, ma non poterono evitarlo, in quanto in Portogallo non esiste una giurisprudenza sul principio di specialità, “vince il paese più forte”, spiega Elisa. Allo stesso tempo, la giudice di Gerona, riabilitata alla sua professione, “preparò la sua vendetta” ed iniziò a fare pressione sui giudici portoghesi dicendo loro che Gabriel era pericoloso. Così, nel maggio 2020, viene consegnato a Badajoz, la cui prigione ha una pessima reputazione. “Fu uno shock per Gabriel il quale, una volta rinchiuso, venne anche a sapere che, per una strana coincidenza, i file che contenevano materiale per le organizzazioni dei diritti umani, per conoscere e documentare le torture che venivano applicate, erano stati bruciati. “Ma questa è l’impunità cronica delle carceri spagnole”, spiega Elisa.

Rimase a Badajoz per 5 mesi, proprio nel momento in cui fu creato il cosiddetto “modulo del rispetto”, che implica una sottomissione totale, “è uno strumento di controllo”, dice Elisa.

Per la prima volta Gabriel fu considerato un prigioniero di secondo grado, anche se poi con l’arrivo della pandemia le visite furono sospese. Successivamente fu trasferito nella prigione di Mansilla de la Mulas, costruita nel 1999, “una prigione che finge di essere più progressista. Quindi è mezza vuota. Gabriel si rifiutò di entrare nel modulo del rispetto e fu portato in quello che si chiama “modulo di osservazione”, dove venne lasciato da solo tutto il tempo”, racconta Elisa.

Elisa spiega anche che ora c’è una nuova generazione di prigionieri la cui “etica” è cambiata in peggio. Non ci sono più lotte, non ci sono più prigionieri organizzati, non c’è più solidarietà. Il sistema ha trionfato ancora una volta grazie agli anni di applicazione delle politiche di isolamento…

Elisa di Bernardo ci spiega qual è la strategia di difesa legale che stanno portando avanti attualmente, e che si basa su tre fronti. Il primo è quello di continuare a lavorare sul diritto di specialità, che è in fase di elaborazione presso la Corte di Giustizia UE in Lussemburgo. Un altro fronte è la richiesta di rifondere le sentenze sulla base del nuovo codice penale (che riduce le pene massime a 20 anni). Il terzo fronte è che il calcolo penitenziario riconosca tutte le commutazioni che gli spettano. Grazie a tutto questo, Gabriel Pombo dovrebbe già essere in libertà. Tuttavia, aggiunge Elisa, “oggi la magistratura usa il tempo a suo vantaggio per punire. Ritardando ed evitando così di applicare la legge”.

“Crediamo e speriamo che esca presto, anche se la sentenza del tribunale italiano è ancora un mistero, non si sa mai da dove possa arrivare”, dice Elisa che, però, capisce che “abbiamo vinto una parte della battaglia”. Il tribunale provinciale di León ha obbligato il carcere a eliminare i divieti alle sue comunicazioni, sostenendo che non è un detenuto pericoloso e che non ha alcuna giustificazione. L’ordine è stato molto severo nei confronti dell’istituzione penitenziaria. Questo è il motivo per cui ora sta iniziando ad avere problemi nella sua attuale prigione. “Un’altra vendetta, questa volta hanno cominciato a negargli i permessi”, conclude Elisa.

Fonte: actforfree.noblogs.org

Traduzione in italiano a cura di: infernourbano




Fonte: Campanialibertaria.noblogs.org