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L’incontro in corso oggi e domani nelle aule universitarie di viale Berti Pichat a Bologna: “Le ragioni della nostra iniziativa femminista e transfemminista si sono moltiplicate e dobbiamo essere in grado di affrontarle insieme”.

09 Ottobre 2021 – 15:50

“Dall’ultima volta sono passati due anni, nel frattempo tutte le sfere della vita si sono trasformate, spesso sono peggiorate”. Parte da qui il comunicato di indizione dell’assemblea nazionale di Non una di meno, in corso oggi e domani nelle aule universitarie di viale Berti Pichat.

Spiega la rete transfemminista: “Pensiamo che sia essenziale ritrovarci tra di noi donne, persone LGBT*IA+, chi subisce il razzismo, persone migranti, seconde generazioni, lavoratricə, precariə, disoccupatə, studentə, madri, casalinghə, lavoratori e lavoratrici sessuali, persone con disabilità, soggetti in lotta per neutralizzare il contrattacco patriarcale, per sentire e far sentire la forza del nostro corpo collettivo. Vogliamo trovare insieme parole e percorsi per rafforzare il processo che in questi cinque anni ha portato migliaia di donne e persone LGBT*IA+ a lottare per rifiutare collettivamente la violenza maschile, di genere e omolesbobitransfobica, in Italia e in tutto il mondo. La pandemia ci ha tenute lontanə, ma non sono venute meno le ragioni della nostra iniziativa e della nostra presa di parola comune. Più di ottanta sono i femminicidi dall’inizio dell’anno, innumerevoli e troppe volte invisibili gli episodi di violenza contro le donne che accadono ogni giorno. La violenza omolesbobitransfobica è aumentata ed è diventata più intensa a ridosso della discussione sul ddl Zan, che a quella violenza dovrebbe dare una prima risposta, seppur parziale. Per svolgere i cosiddetti lavori essenziali abbiamo dovuto accettare livelli sempre più duri di sfruttamento, abbiamo dovuto lasciare il lavoro salariato per poter portare avanti quello di cura gratuito nelle nostre famiglie, abbiamo subito un razzismo sempre più pervasivo per tenere stretto un permesso di soggiorno legato al lavoro oppure a quello di un marito violento, abbiamo dovuto mettere continuamente a rischio la nostra salute perché come persone migranti senza documenti, lavoratricə sessuali, lavoratricə in nero e precarie siamo state obbligate ad accettare il rischio del contagio in cambio della sopravvivenza.

Eppure, nonostante tutto, abbiamo lottato ogni giorno, singolarmente e collettivamente, in ogni città e in connessione transnazionale, perché la nostra voce non fosse soffocata. Non si è fermata l’attività dei centri antiviolenza, non si sono fermati gli scioperi contro lo sfruttamento del lavoro essenziale, non si sono interrotte le reti di solidarietà e le lotte transnazionali come quella per difendere la Convenzione di Istanbul. Abbiamo continuato ad attraversare i confini per rifiutare la violenza patriarcale, abbiamo preso le piazze ogni volta che abbiamo potuto. Siamo state distanziate ma non distanti, abbiamo tenuto duro per far sentire la presenza della lotta contro la violenza maschile e di genere, contro lo sfruttamento e il razzismo patriarcali, per opporci alla devastazione degli ecosistemi, per rovesciare lo sfruttamento dei corpi e dei territori, e le condizioni sociali che ci privano della nostra salute e del nostro benessere”.

Prosegue il comunicato: “A Bologna abbiamo la possibilità di ripensare queste esperienze per guardare avanti, perché le ragioni della nostra iniziativa femminista e transfemminista si sono moltiplicate e dobbiamo essere in grado di affrontarle insieme. Lo facciamo mentre in Afghanistan la guerra contro le donne diventa ancora più feroce, le persone LGBT*QIA+ rischiano la vita per il solo fatto di esistere e la battaglia antipatriarcale per la libertà di movimento diventa sempre più urgente. Lo facciamo mentre da Nord a Sud, da Est a Ovest la libertà sessuale e la possibilità di autodeterminazione sono sfidate da leggi oppressive e violente. Lo facciamo mentre in Italia il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza si copre della bandiera ideologica della parità di genere, che per le donne significa scegliere tra la subordinazione domestica, la precarietà o la libertà di impresa. Lo facciamo perché quando si riaprirà la battaglia sul ddl Zan non accetteremo che i diritti delle donne siano invocati contro quelli delle persone LGBT*QIA+, perché sappiamo che il patriarcato si riproduce alimentando gerarchie, e noi invece queste gerarchie le vogliamo abbattere. Il 9 e 10 ottobre rilanciamo la sfida di tessere ancora insieme tutti i frammenti di queste lotte quotidiane, molteplici e necessarie, di pensare in avanti un piano di iniziativa collettivo e condiviso, perché del grido femminista e transfemminista che ci unisce c’è più che mai bisogno: Non Una di Meno!”.

Diverse realtà cittadine stanno rilanciando sui social network foto e video dall’assemblea, tra le quali Mujeres Libres, Laboratorio Cybilla, La mala educación, Coordinamento migranti, Crash, Cua.




Fonte: Zic.it