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La rete transfemminista manifesta con Mujeres Libres e La Mala Educacion nella giornata di mobilitazione nazionale “per il riconoscimento di malattie invisibilizzate come vulvodinia, endometriosi, fibromialgia, neuropatia del pudendo e dolore pelvico”. Una “battaglia femminista”, perchè “a subire un altissimo ritardo diagnostico è il dolore che colpisce donne e persone con vulva e vagina”.

23 Ottobre 2021 – 14:44

Questa mattina presidio di Non Una di Meno, Mujeres Libres e La mala educacion in piazza del Nettuno “in occasione della giornata di mobilitazione nazionale per il riconoscimento di vulvodinia, endometriosi, fibromialgia, neuropatia del pudendo e dolore pelvico”. La rete transfemminista ha promosso presidi lungo tutta la penisola e spiega nei post pubblicati sui social network come per queste malattie tante persone vivano “esperienze simili di colpevolizzazione, invisibilizzazione del nostro dolore e ritardo diagnostico: il problema quindi è medico, sociale e politico, non è affatto nella nostra testa!”. Dare visibilità al tema – tanti i cartelli esibiti in piazza per denunciare la marginalizzazione di questi disturbi – è infatti “una battaglia femminista a tutti gli effetti: siamo di fronte, per l’ennesima volta, ad una forma di violenza istituzionale agita sui corpi delle donne. Non è un caso che a non essere riconosciuto e a subire un altissimo ritardo diagnostico sia proprio il dolore che colpisce per la maggior parte donne e persone con vulva e vagina: ciò deriva da una cultura che sopprime la nostra sessualità e la conoscenza del nostro corpo, che considera la ginecologia solo a scopo riproduttivo e che ancora ci accusa di problemi psicologici per ogni nostro dolore. Retaggio culturale di una tradizione medica patriarcale che ci ha definite prima ‘isteriche’ e ‘pazze’, nel corso dell’Ottocento, e poi ‘frigide’ nel Novecento, compromettendo il nostro diritto alla salute fisica e psicologica”.

Continua il comunicato di Non Una di Meno: “Nessun diritto nella storia è stato mai regalato: dobbiamo partecipare e impegnarci dal basso per prenderci quanto ci spetta, pretendendo il riconoscimento di queste patologie e la costruzione di nuove tutele per chi ne soffre, ma anche modificando le strutture culturali e socio-politiche che ancora ci opprimono, che incidono sulle nostre possibilità di autodeterminazione, che costruiscono le rigide norme alla base delle relazioni sessuali ed affettive e che ci fanno sentire erroneamente ‘sbagliat*’. Vogliamo che il mondo cambi! Che in esso ci sia spazio per malattie e vulnerabilità, che sono componenti intrinseche della vita. Ci ritroviamo insieme per rompere l’isolamento in cui alcun* di noi si sono rifugiat*. Abbiamo bisogno di aiuto e sostegno perché facciamo i conti ogni giorno con il dolore. Abbiamo diritto alla felicità, nonostante l’esperienza della malattia. Non ci identifichiamo con le nostre malattie, e anzi vogliamo riaffermare il valore delle nostre vite. L’assenza del Servizio Sanitario Nazionale e dello Stato ci ha rubato tempo prezioso, energie spendibili altrove, spazio mentale meglio impiegabile, e questo perché tutto ricade sulle nostre spalle: la ricerca di specialist*, i viaggi per raggiungerl*, il puzzle delle diagnosi e delle cure da mettere insieme in solitudine e autonomia perché non esiste un approccio integrato e multidisciplinare, il reperimenti dei soldi necessari a curarci o a convivere il meglio possibile con la malattia, ecc. ecc. Vogliamo tempo per prenderci cura di noi e vogliamo un sistema che si curi di noi!”.




Fonte: Zic.it