Dicembre 15, 2021
Da Il Manifesto
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La bocciatura, da parte della Corte costituzionale ungherese, del ricorso governativo contro la Corte di giustizia dell’Unione europea, è stata uno smacco per il premier Orbán. Probabilmente nel paese in pochi si aspettavano uno sviluppo simile dato il controllo esercitato dall’esecutivo sul mondo istituzionale ungherese.

Ma riepiloghiamo sinteticamente la vicenda: il ricorso era stato presentato, per conto del governo, dalla ministra della Giustizia Judit Varga, contro la condanna pronunciata nei confronti dell’Ungheria dalla Corte di giustizia dell’Ue per violazioni sistematiche delle norme Ue sulla protezione di migranti e profughi. Questi ultimi verrebbero regolarmente respinti dalle autorità di frontiera ungheresi verso la Serbia.

I giudici costituzionali ungheresi si sarebbero limitati a riconoscere l’impossibilità di contestare la decisione della Corte di giustizia dell’Ue e la circostanza secondo la quale la giustizia ungherese avrebbe ragione a dare la precedenza al diritto nazionale solo qualora gli organi di giustizia europei non concepissero norme eque e chiare, aventi pari validità su tutto il territorio dell’Ue, senza eccezione alcuna.

Uno smacco, si diceva, per il premier Orbán, rispetto ad un tema a lui caro, quale quello del primato del diritto nazionale su quello Ue. Del resto, il primo ministro ungherese aveva avuto modo di appoggiare la sentenza emessa dai giudici costituzionali polacchi a sostegno di questo principio. In un documento del governo di Budapest, firmato dal primo ministro, si legge infatti che la decisione della Corte costituzionale polacca è frutto della cattiva prassi delle istituzioni europee. Prassi che, secondo il suo parere, intende privare gli stati membri di poteri e competenze mai ceduti all’Unione europea. È quindi chiaro che, per Orbán, la sentenza della Corte costituzionale polacca è l’affermazione di un principio sacrosanto legato alla difesa della sovranità nazionale che il premier danubiano e quanti la pensano come lui vedono minacciata dai vertici Ue e dalle loro intromissioni negli affari interni dei paesi membri.

La vicenda si svolge in un momento particolare per il sistema di potere di Orbán che si prepara alle elezioni dell’anno prossimo in uno scenario mutato rispetto alle tornate elettorali svoltesi dal 2010. Per la prima volta, da che il Fidesz è tornato al governo, l’opposizione crea un’alleanza, a livello nazionale, in funzione del voto previsto per aprile. In precedenza c’era riuscita solo in occasione di elezioni amministrative ottenendo comunque dei buoni risultati. Ora, quindi, quella parte di Ungheria che non si colloca entro l’orizzonte politico descritto da Orbán ha un riferimento, si sente rappresentata e guarda al test elettorale con maggior fiducia.

Orbán sa che nel paese qualcosa è cambiato rispetto a prima, ma ostenta sicurezza e dice che le forze governative si affermeranno di nuovo. L’uomo forte d’Ungheria cerca sempre di consolidare non solo il suo potere personale ma anche il rapporto esistente con i diversi soggetti del mondo politico conservatore a livello europeo. Cosicché, parlando a Radio Kossuth si è riferito al vertice dei leader conservatori europei che si è svolto di recente a Varsavia e ha affermato che il mondo conservatore non si accontenta di essere un’alternativa ma intende divenire la maggiore forza politica europea e dar vita a un fronte compatto anti-immigrazione e pro-famiglia. Ritiene che le norme dell’Unione non siano in grado di gestire la difficile situazione in cui si trova oggi il Vecchio Continente, considera puramente illusorio e fallimentare il tentativo di dar vita ad una società multiculturale ed elenca i rischi legati all’immigrazione: terrorismo, destabilizzazione sociale e del mercato del lavoro dei vari paesi europei. Sono cose che dice da tempo.

È noto che ne ha anche per il mondo Lgbtq e di recente il parlamento ungherese ha approvato la risoluzione che consente al governo di tenere un referendum sulla legge che intende impedire l’”incoraggiamento della cultura omosessuale” fra i minori. Una legge che la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha definito vergognosa e che per la comunità Lgbtq ungherese è discriminatoria e insultante.

Tutto questo è senz’altro troppo e, conoscendo il personaggio Orbán non è detto che non si aggiunga dell’altro, anzi.




Fonte: Ilmanifesto.it