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Con un’assemblea di piazza convocata da Non una di meno inizia la costruzione della mobilitazione femminista e transfemminista: “Nella cura della salute di tutte e tutti sentiamo forte l’esigenza di scendere in piazza”. Nei giorni scorsi attacchinaggio in università del Laboratorio Cybilla.

21 Febbraio 2021 – 17:25

“A un anno dal primo caso di Covid registrato in Italia ci troviamo in un mondo trasformato, con livelli di insicrezza, precarietà e sfruttamento decisamente inaspriti”. È il punto di partenza dell’assemblea che Non Una di Meno ha tenuto oggi in piazza dell’Unità in vista dello sciopero femminista e transfemminista dell’otto marzo, per parlare di come scioperare, dare visibilità alle lotte dal basso, come diffondere la parola d’ordine di quest’anno: ‘Essenziale è il nostro sciopero, essenziale la nostra lotta’. Nella cura della salute di tutte e tutti sentiamo forte l’esigenza di scendere in piazza, come lo abbiamo sentita il 25 novembre”. Il count-down verso lo sciopero comincerà il 26 settembre con una conferenza stampa nazionale e locale, il 28 ci sarà un’assemblea di B-Side e nei giorni successivi è in cantiere un incontro sul tema della violenza. Non mancheranno volantinaggi e banchetti sul territorio.

Prosegue l’attivista di Nudm: “Durante i gruppi di lavoro e l’assemblea nazionale di Nudm di un paio di settimane fa abbiamo descritto l’impatto che la pandemia ha avuto sulle nostre vite e siamo tornate a ribadire l’essenzialità dello sciopero. L’accesso alla salute è peggiorato, l’accesso alla salute riproduttiva delle donne è diventato in molti territori ancora pià complicato, per le sogettività trans l’accesso ai servizi per la transizione è ancora più difficile. L’accesso alla salute si lega sempre più ai rapporti di forza e di potere. In questo momento solo alcuni stati si stanno accaparrati i vaccini, in Europa si sta ora definendo come distribuire i vaccini in esubero, una sorta di elemosina per evitare una guerra alle risorse che in realtà è già in atto. Sul territorio un sistema sanitario che segue logiche privatistiche rende complicato curarsi a chi ha meno risorse. La pandemia ha avuto un impatto negativo sui già gravi livelli di violenza che c’erano in precedenza. Quest’anno si contano tanti femminicidi, l’ultimo ieri. I centri antiviolenza sono sottofinanziati e il livello di indipendenza economica è ancora più basso. La violenza strutturale ha i suoi riflessi anche sul lavoro produttivo e riproduttivo, a un anno dall’inizio della pandomia sono stati stravolti. I lavori sono divisi tra essenziali e non, questa divisione segue la logica della divisione sessuale del lavoro. Sono spesso le donne che ricoprono i lavori precari in forma precaria, poco remunerata. Su dieci persone ammalate di Covid sul posto di lavoro sette sono donne. Il ricatto dei salari è ancora più difficile da reggere: è il caso delle compagne della Yoox che si sono viste stravolgere gli orari di lavoro, perdendo la possibilità di stare con figlie e figli. Le lavoratrici autonome e false autonome svolgono i lavori in smart-working senza che si sia raggiunta un’effettiva regolamentazione. Si stima che tra lavoro domestico e lavoro salariato svolgano 60 ore a settimane”.

Con l’arrivo del governo Draghi le cose non sembrano destinate a migliorare: “Pari opportunità e famiglia sono un ministero unico e questo fa presagire che si continuerà con politiche conciliative per donne lavoratrici che rendono ancora più precarie, in un momento in cui a perdere il lavoro a dicebre sono state 99 mila donne su 101 mila persone licenziate. A livello transnazionale l’impatto della pandemia non è molto diverso: durante l’incontro con East di questa settimana è emersa la volontà di combattere insieme e costruire un otto marzo transnazionale”.

> Ascolta l’audio raccolto in piazza:


Giovedì scorso, intanto,  i temi dell’otto marzo hanno iniziato ad apparire sui muri della zona universitaria, per iniziativa del Laboratorio Cybilla: “Si fa sempre più impellente, in un momento come questo, la riappropriazione di spazi universitari che siano alla portata delle nostre necessità e dei nostri desideri, in cui si costruiscano saperi critici dal basso, femministi e transfemministi, che si discostino dalla logica neoliberista del sapere che l’Università e la società in cui viviamo ci impongono. Siamo stanchə di essere invisibilizzatə dall’ateneo di Bologna che, come qualsiasi istituto di riproduzione e produzione capitalista, non si cura minimamente dei nostri bisogni e delle nostre necessità, e non fa altro che tingersi di rosa, portando avanti campagne elettorali fittizie e politiche neoliberiste. Tanto si sta parlando in questo periodo di campagna elettorale universitaria della possibilità di una nuova governance condotta da una donna, ma le quote rosa non ci bastano e non ci appartengono se non c’è discontinuità con le politiche attuate finora. Pensiamo sia fondamentale far vivere la zona universitaria di tutte le rivendicazioni che stiamo portando avanti, guardandole con uno sguardo femminista e transfemminista, che tinga il filo che connette tutte le nostre lotte di un fucsia capace di leggere le contraddizioni che attraversano tanto l’università quanto la società tutta”.




Fonte: Zic.it