Marzo 18, 2022
Da Il Manifesto
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Si comincia dallo sfondo: una Russia sconvolta dalla guerra di Crimea, da una crisi economica catastrofica, dallo scontro fra opposte ideologie, tenute a freno da una polizia onnipresente. Così dice il narratore, tenendo in mano il libro che poi cederà alla lettrice. Tutto molto vicino a quel che stiamo vivendo, sembra. Siamo in realtà poco dopo la metà dell’Ottocento, quando Ivan Turgenev pubblica Padri e figli. Ma non si sfugge.

L’attualità bussa comunque alla porta, brutti tempi se il narratore deve spiegare al pubblico «perché andiamo in scena», di fronte all’esplodere di una insensata violenza. E meno male che in scena ci va, allo Storchi di Modena, questo bellissimo lavoro (suddiviso in due parti che nei fine settimana confluiscono in un unico spettacolo di cinque ore, oggi e domani all’Arena del sole bolognese poi al Mercadante di Napoli). Con gli imbecilli che, ergendosi a Santo Uffizio, pretendono abiure da Dostoevskij e altri artisti colpevoli di essere russi, non si sa mai.

IN REALTÀ la riduzione per la scena del romanzo di Turgenev non nasce sull’onda emotiva dell’attualità. All’origine c’è il Centro Santacristina dove sei anni fa ha preso in via il progetto ora concretizzato dall’impegno produttivo di Ert, coinvolgendo tredici giovani attori appena usciti dall’accademia oltre a una musicista che al pianoforte esegue la partitura di Giovanni Vitaletti, e c’è la tenacia del regista Fausto Russo Alesi, autore anche dell’adattamento insieme al professor Fausto Malcovati. È proprio lui, il sulfureo studioso della letteratura russa, a indossare in scena i panni che ben gli si addicono del narratore. Dunque la lettrice ha aperto il libro e gli attori hanno raccolto i loro copioni e il narratore ha preso posto su una sedia di fronte a loro. L’adattamento di Malcovati ha strutturato il testo in una serie di ampi capitoli che fanno capo in buona sostanza ai luoghi dell’azione, assunti in tal modo come altrettante espressioni dei protagonisti. O più concretamente sono le case il loro correlativo oggettivo, sempre in costruzione o in disfacimento a seconda dei punti di vista. È un vero e proprio cantiere il piano della scena a grandi assi di legno che si appoggiano su una struttura portante metallica, quando non sono accatastati da un lato per essere inseriti negli spazi ancora vuoti. E su quel solaio viene scomposta e ricomposta su un paio di cavalletti la tavola domestica che ne è il centro e il simbolo.

ECCO LA MALMESSA tenuta dove vivono i fratelli quarantenni Nikolaj e Pavel e dove giungono due ragazzi appena usciti dall’università, Arkadij con l’amico Bazarov, i due figli del titolo ancora incerti su cosa fare delle loro vite. Ecco il palazzo di città dove il governatore dà una festa per il politico di passaggio. La dacia dove la bellezza austera di Anna Odincova dispensa fascino e si prende cura della assai più giovane sorella Katja. La casa più modesta dove si sono ritirati i genitori di Bazarov. Nikolaj rimasto vedovo si è preso in casa la giovane serva Feneka, che gli ha dato un figlio, e lui se ne vergogna un po’. Bazarov si professa nichilista e non rispetta nessun valore tradizionale, nemmeno il temperato liberalismo dei due fratelli, che considera ruderi di un passato da abbattere. Sbraita il suo odio verso gli aristocratici senza accorgersi che per il popolo di cui vorrebbe farsi alfiere lui è un possidente come gli altri – ma poi perde la testa per Anna che lo rifiuta e anche la sua ideologia si perde un po’. Il fatto è che Turgenev si cala dentro le contraddizioni dei suoi personaggi, senza distribuire patenti di buona condotta, consapevole che con le buone intenzioni non si fa arte (neppure buon teatro, per questo). E poi Padri e figli è soprattutto un grande affresco corale (meriterebbero tutti una citazione i giovani attori, dalla efficace lettrice Marina Occhionero ai due figli Matteo Cecchi e Luca Carbone in lotta con i padri Stefano Guerrieri e Luca Tanganelli, e poi la severa Daria Pascal Attolini con la sorella Zoe Zolferino, senza dimenticare la Dunjaša di Giulia Bartolini).

SIAMO alla fine. Bazarov è morto di tifo, dopo un’ultima, più dolorosa invettiva cui Malcovati ha prestato le parole di Aleksandr Gercen. C’è tempo ancora per un riepilogo di quel che ne è stato dopo dei protagonisti, qualcuno si è sposato, qualcuno è andato all’estero. Manca solo la serva Dunjaša. Dimenticata, come il vecchio servitore Firs del Giardino dei ciliegi, dimenticato nella casa andata all’asta. Sono passati quarant’anni dal romanzo di Turgenev e il tema è sempre lo stesso, cosa fare di quella casa, di quel giardino che abbiamo ricevuto in eredità (noi, i padri) e dovremmo trasmettere ai figli. Si finisce sulle note di Eve of destruction che fu di Barry McGuire. The eastern world it is exploding, dicevano le parole. You don’t believe we’re on the eve of destruction. Qui è una più sbiadita cover italiana, ma fa niente.




Fonte: Ilmanifesto.it