Dicembre 21, 2021
Da Il Manifesto
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Nei racconti ucronici assistiamo al deragliamento del tempo reale ritrovandoci in un altrove ipotetico, uno scenario alternativo i cui eventi rispondono alla domanda «cosa sarebbe accaduto se?». Di quelle trame abbiamo familiarità letteraria e cinematografica, e non ci aspettiamo di ritrovarle in forma canzone. Ma non è forse un altrove ipotetico anche quello di Paolo Conte? La sua grammatica musicale apparteneva già al passato, quando decise di farne cifra stilistica, eppure nella sua poetica gli anni ruggenti del jazz non sono mai tramontati. In quella realtà parallela il Mocambo è ancora aperto e tra le sue pareti sempre più immateriali risuonano Art Tatum, Earl Hines e verdi milonghe.

FUORI dal tempo e dallo spazio lo è sempre stato, l’avvocato poeta con l’alibi della canzone: l’ascolto e la visione del suo ultimo concerto corroborano tale impressione. Intonata all’architettura juvarriana della Reggia di Venaria, la sua musica rischia di apparire come un fregio, un souvenir stilistico fedele alla perfezione formale dei suoi giorni migliori. Ma nell’arte di Conte anche la nostalgia viene sottratta allo scorrere del tempo.

OTTANTACINQUE ANNI il prossimo 6 gennaio, il Maestro dà le spalle all’orchestra di undici elementi, concedendo talvolta a un sax, talaltra a una chitarra, di affiancarlo sul proscenio. A parte i membri della crew non ci sono spettatori cui rivolgere occhiate sghembe e negare il bis. In luogo degli applausi, scrosci d’acqua e giochi di luce attorno alla dimora sabauda. Allo spettacolo trasmesso in streaming — su piattaforma ITsART dallo scorso 30 settembre — si aggiungono ora le versioni in cd e vinile, con l’ormai rituale box in edizione limitata (questo sì in linea con i tempi).
Un nuovo brano, El Greco, apre la scaletta antologica. Scorrono le note di Hemingway, Aguaplano, Madeleine, Via con Me, gli scat grezzi e le inconfondibili incursioni al kazoo. Genova per noi è eseguita in solitudine al pianoforte, lasciato poi alle mani di Massimo Pitzianti per il finale, Le chic et le charme. La grana vocale è appena ispessita e l’orchestra — un organico che è un misto di classico, jazz e pop — ne rispetta tinte e dinamiche. Solo ne Gli impermeabili la palette timbrica deroga alla tradizione, concedendosi un assaggio di elettronica. Ma anche questa appare fuori dal tempo, avulsa dall’attualità, come una drum machine tra le mura del Mocambo.




Fonte: Ilmanifesto.it