Dicembre 29, 2021
Da Fuoridallariserva
94 visualizzazioni


Pubblichiamo un articolo dello scorso giugno contenuto nel Bollettino n. 6 della Biblioteca dello Spazio Anarchico “Lunanera” di Cosenza. L’ articolo è stato a suo tempo discusso con alcuni compagni della redazione del giornale anarchico Vetriolo all’interno dell’iniziativa “Scienza e Stato” del 27 luglio 2021. È visibile a tutti che, in merito alla pandemia in corso, la rapidità delle informazioni contrastanti e dei provvedimenti insensati che caratterizzano l’attuale drammaturgia dei governi, non sono più solo il frutto di scelte opportunistiche da parte di chi ci sfrutta, ma ormai hanno il sapore patetico della “coazione a ripetere”. È opportuno, dunque, ribadire alcuni punti fermi delle nostre analisi, frutto del pensiero critico e non di freddi algoritmi.

Politici, scienziati e imprenditori farmaceutici non potranno più uscire di casa tranquilli.
 Ci sarà un’altra Norimberga e coinvolgerà tutto il sistema da destra a sinistra.
Voglio un mondo nuovo e l’avremo.
(Miguel Bosé, Messico, 20 aprile 2021)

Questo scritto vuole essere un approfondimento su quanto già discusso nei numeri precedenti del Bollettino. Gli strumenti di cui ci dotiamo per analizzare quanto accade intorno a noi non sono il frutto di una specializzazione sul campo o di una settorializzazione delle nostre lotte, ma si costruiscono giorno per giorno nello sfruttamento che subiamo sulla nostra pelle e nell’autodeterminazione che contraddistingue il nostro vissuto. Le considerazioni mosse da più parti nell’interpretare gli avvenimenti che si susseguono da più un anno, si soffermano sulle dinamiche di avvitamento della macchina repressiva: perdita di libertà, di autonomia, dei diritti fondamentali. Esse criticano l’operato dei governi, degli Stati, delle aziende farmaceutiche che non risponderebbero adeguatamente alla crisi pandemica e a tutto ciò che da essa deriva. Partendo da una ricostruzione storica della pandemia, è possibile notare che i governi, gli Stati, le aziende farmaceutiche brancolano nel buio rispetto all’ “ospite inatteso” che ha bussato alle porte e non sono in grado di agire efficacemente in merito alle conseguenze che da esso derivano; inoltre, non sono in grado di rabbonire efficacemente le proteste che, seppur ad intermittenza, si sollevano da più parti. Non riteniamo affatto che tali proteste democratiche ed interclassiste siano parte integrante delle nostre tensioni, ma assolutamente rifuggiamo dai sensi di colpa del militantismo di professione che fa del presenzialismo un dovere e della partecipazione attiva il passaggio necessario per avere diritto di parola. Il peso “politico” costruito con il riformismo, condiviso al fianco di piccoli commercianti e padroncini lo lasciamo ai signori delle assemblee, alla loro strategia ben calibrata. Ad oggi, i politicanti più intransigenti, nonché gli intellettuali, gli imprenditori, gli stessi sfruttati danno lezioni su qualunque argomento. Riportano documenti, studi, approfondimenti scientifici e filosofici su quanto accade. Tutti sono informati, tutti sono canalizzati nei flussi di connessioni e di dati che aspettano di trasformarsi da “campo aperto” in svariate enclosures per i nuovi capitalismi. Su questo versante ci soffermeremo a breve. Sanità pubblica o privata, scuola a distanza o in presenza, vaccini, restrizioni e divieti, aperture e chiusure, vanno a rimpinguare il dibattito “sinceramente democratico” su cui commisurare la politica, mentre chi può, approfitta in modo proficuo delle velocizzazioni a cui i nuovi assetti conducono. La salute pubblica? Nell’ottica del capitalismo è un fardello, un investimento in cui c’è solo da rimettere. Perché chi ci ha sempre sfruttato dovrebbe mostrare un volto umano proprio adesso, se non lo ha mai fatto in passato? Cosa dovrebbe impietosire coloro che hanno sempre guadagnato dalle ingiustizie? Per i padroni e per i governi è meglio mostrare un volto umano su versati più strategici: aiuti alle aziende, investimento su nuove fonti energetiche, campagne di sensibilizzazione sui comportamenti positivi da tenere, adesione a proteste radicali incentrate su come cavalcare storiche ovvietà del pensiero liberale. Di fatto, tra la digitalizzazione e il caporalato, tra il capitalismo informazionale e l’assassinio quotidiano cui i padroni e chi li protegge, ci sottopongono, non vi è differenza, ma una stretta correlazione. Ebbene, negli ultimi anni, molte rivendicazioni collettive, nate in pieno contrasto con l’assetto istituzionale, sono diventate un elemento per rendere addirittura sostenibile, sia la macchina militare e repressiva dello Stato, sia la devastazione ambientale: una forma di collaborazione al proprio graduale annientamento, una riduzione delle distanze tra chi governa e chi è governato, ovviamente non da un punto di vista economico, ma soprattutto per quanto riguarda la sfera dei cosiddetti “valori condivisi”: i “beni comuni”, per intenderci. Tra i vari fattori che hanno contraddistinto le lotte per i beni comuni, uno di quelli che più influenza le scelte del capitalismo odierno riguarda la “scienza aperta”. Si tratta di un metodo per produrre conoscenze scientifiche condividendo i risultati ed aprendoli alla revisione scientifica, rimuovendo ostacoli alla circolazione e allo scambio di informazioni. Un cambiamento recente, ma molto veloce nella rimodulazione dei suoi stessi principi fondanti. Questo è accaduto per ogni “bene comune” sostenuto dalle cosiddette lotte parziali. Andiamo nello specifico. Le tecnologie digitali hanno ampliato le possibilità di produrre, condividere e utilizzare informazioni e conoscenze scientifiche in forma aperta, cioè accessibile a chiunque possegga un computer connesso alla rete, senza barriere all’accesso. Riviste scientifiche e archivi open access hanno sfidato le riviste tradizionali gestite da editori commerciali e accessibili solo a chi paga i loro costosi abbonamenti. Piattaforme libere, modificabili ed aperte vanno a costituire una nuova frontiera innovativa nel rapporto tra scienza aperta e scienza chiusa. Ad ogni modo, modelli sia aperti che chiusi di gestione dei dati convivono sia nel settore pubblico che in quello privato. In poche parole, come già accaduto per la cosiddetta green economy, anche la scienza aperta si fonda su “beni comuni” condivisi. I modelli open sources di business sono ormai diffusi grazie alla convergenza di imprese commerciali, agenzie pubbliche e istituzioni no-profit che partecipano all’utilizzo di sistemi di scienza aperta. Sono emerse, infatti, imprese private basate su metodi open: DNANEXUS, NEXTBIO che hanno reso a suo tempo disponibili, in rete, tutti i dati prodotti e collaborano con grandi conglomerati di imprese biomediche e farmaceutiche. Queste pratiche, come molte altre, garantiscono sia esposizione mediatica che accumulazione di capitale. Il modello di innovazione open source si è stabilizzato da anni nell’industria del software e si è riversato in più settori dell’informazione e della conoscenza. Ma anche questo modello moderno è fondato sulla competizione. Questo ci induce ad ampliare quanto anticipato prima in merito alle trasformazioni dei capitalismi odierni. Partiamo da semplici fattori. L’accumulazione primitiva è il processo nel quale il produttore viene separato dai mezzi di produzione rendendo possibile le forme di produzione tipiche del capitalismo. Questa però, non è data per sempre, ma ha bisogno di ristrutturasi ogni qual volta il capitalismo necessita di uscire da una crisi. Le nuove enclosures del capitalismo informazionale, non mirano a impedire le informazioni, ma a controllarle per metterle a valore. Ecco spiegata l’inverosimile quantità di dati ed informazioni odierne. Non conta la contraddittorietà di ciò che si afferma, la durata che un concetto o una riflessione hanno nel vortice comunicativo in perenne avvitamento, è importante quanto si può ricavare dalla nuova proprietà che si va accumulando. Un’ultima riflessione. Non riteniamo di avere sollevato nulla di nuovo con queste considerazioni che abbiamo ripreso da uno studio condotto dieci anni fa; tuttavia, è importante ricordare che la nuova proprietà, ovvero i dati immessi in rete, non sono un bene materiale da potere eventualmente re-distribuire, non sono un mezzo di produzione di cui riappropriarsi. Sono un bene fornito dalle tecnologie ai capitalismi. Sono il prodotto finanziario delle guerre imperialiste, dello sfruttamento, della devastazione ambientale; sono il ricavato di queste ingiustizie riciclato nelle raffinerie della digitalizzazione e della green economy. Questo dovrebbe fare riflettere anche i più scettici sulle discriminanti che spesso si fanno in merito al discorso tecno-scientifico. Le tecno-scienze non sono un qualcosa di neutro da poter eventualmente condividere o migliorare, sono uno dei tanti strumenti che limitano le nostre esistenze. Non è l’uso che se ne fa ad essere giusto o sbagliato. La nuova faccia del capitalismo non smentisce quelle che lo hanno preceduto nel tempo, tuttavia, esso si dota di un orizzonte necrotizzante maggiormente incisivo, ma non per questo meno attaccabile. Tutto il discorso sull’automatizzazione e la libertà che una certa letteratura “libertaria” ha intrapreso negli anni ‘80 dovrebbe essere da monito, più delle distopie Orwelliane. Sia l’ambientalismo radicale, che l’informatizzazione hanno trovato ampia applicazione nei nuovi ambiti del capitalismo. Chi ci sfrutta ha già compreso quale è il suo nuovo ruolo, quello degli sfruttati non è certo fondato sullo specializzarsi in proteste, presìdi o controinformazione “dal basso”. La compenetrazione tra capitalismi e tecno-scienze è un elemento decisivo da tenere in considerazione ed attaccare incondizionatamente: gli uni non esistono senza le altre. Si auto-alimentano, non curano, non salvano e sono nelle mani di cellule morte, i governi, che ormai nulla sarebbero senza gli apparati tecno-scientifici che li tengono in vita.

Lunanera giugno 2021




Fonte: Fuoridallariserva.noblogs.org