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Tra il difensore della giustizia e il complice del crimine
non ci son vie di mezzo! In questo campo, come in tutte le altre questioni sociali,
si pone il grande problema che si discute tra Tolstoi e gli altri anarchici, quello
della non-resistenza o della resistenza al male. Da parte nostra, pensiamo che l’offeso
che non resiste consegna in anticipo gli umili ed i miseri agli oppressori ed ai
ricchi. Resistiamo senza odio, senza rancore né spirito di vendetta, con tutta la
dolcezza serena del filosofo e la sua volontà intima in ciascuno dei suoi atti,
ma resistiamo!” (…) “Dal punto di vista rivoluzionario, mi asterrò dal
preconizzare la violenza e sono desolato quando degli amici trasportati dalla passione
si lasciano andare all’idea della vendetta, tanto poco scientifica, sterile. Ma
la difesa armata di un diritto non significa violenza” (…) “Quotidianamente
si compiono tante ingiustizie, tante crudeltà individuali e collettive che non ci
si stupirebbe di vedere nascere continuamente tutta una messe di odii… e l’odio
è sempre cieco” (…) “Naturalmente, ammiro la nobile personalità di Ravachol,
come si è andata rivelando persino durante gli interrogatori di polizia. È pure
superfluo aggiungere che considero ogni rivolta contro l’oppressione come un atto
buono e giusto. “Contro l’iniquità la rivendicazione è eterna”. Ma dire
che “i mezzi violenti sono gli unici davvero efficaci”, oh no, sarebbe
come dire che la collera è il più efficace dei ragionamenti! Essa ha la sua ragion
d’essere, ha il suo giorno e la sua ora, ma la lenta penetrazione della parola e
dell’affetto nel pensiero ha tutt’altra potenza. Già per definizione, la violenza
impulsiva non vede che lo scopo; sollecita la giustizia con l’ingiustizia; vede
“rosso”, ossia l’occhio ha perduto la sua chiarezza. Ciò non impedisce
affatto che il personaggio di Ravachol, così come lo vedo io e come lo tramanderà
la leggenda, non sia una figura grandissima.




Fonte: Achatnuarproduction.blogspot.com