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Iniziativa in due tappe promossa dal collettivo Mujeres Libres: a Vag61 l’allestimento di una ciclofficina, poi la partenza su due ruote verso Sant’Orsola e università: bicicletta “estensione di noi stesse, arma di riappropriazione della città, modo per andare oltre i confini del nostro corpo e far procedere a ritmo diverso il grido della nostra rabbia”.

23 Giugno 2021 – 11:45

In bici verso la settimana transfemminista. L’iniziativa a firma Mujeres Libres si è svolta lunedì sera, in due tappe: prima l’allestimento di una “ciclofficina transfemminista” a Vag61 (“Prenditi cura della tua splendida bici imparando come ripararla o renderla perfetta per te, ti aiuteremo in questo percorso con un momento di socialità e autodeterminazione… che passa anche per la bici!”) e poi, con partenza dal centro sociale di via Paolo Fabbri, una biciclettata serale per le strade cittadine che ha fatto tappa al Policlinico Sant’Orsola, per tornare a sollevare il tema dell’accesso libero e sicuro all’interruzione volontiaria di gravidanza, e ha poi raggiunto la zona universitaria, luogo simbolico della “turistificazione forzata” della città.

Scrivono le Mujeres Libres: “Lo scorso lunedì 21 giugno ci siamo trovate nel cortile di Vag per creare una ciclofficina transfemminista, uno spazio protetto e stimolante nel quale abbiamo animato le nostre biciclette con la nostra tecnica e con la nostra curiosità. Ci siamo sporcate le mani, aiutate una con l’altra ed abbiamo condiviso pratiche e idee senza ovvi e obsoleti protagonismi maschili. Abbiamo scelto di lanciare questa iniziativa per ripensare e contestualizzare il nostro rapporto con la bicicletta e con tutto ciò che significa muoversi in una città sempre più inquinata, dove le malattie polmonari sono solo uno dei drammatici risultati del capitalismo sfrenato, che da una parte ci propone un blando greenwashing e dall’altra non ha nessuna intenzione di cambiare modus operandi in merito a devastazione ambientale ed inquinamento. La bicicletta è quindi un modo di muoversi fuori da dinamiche capitalistiche e anche fuori dalle paure: andare in bici ci fa sentire più sicure, più veloci, più padrone della nostra mobilità. Anche noi, a volte, abbiamo avuto paura attraversando la città. Pensiamo che la risposta non possa essere minimizzare la violenza, invisibilizzare il problema o pensare di essere invincibili: sentiamo al contrario la necessità di trovare soluzioni e strategie. La bicicletta è quindi, sempre più, una nostra estensione poiché il corpo biologico, forse, non ci basta più. Ci fa sentire più sicure, perché purtroppo, anche in una città come Bologna, spesso le donne e le soggettività non conformi devono ritrovarsi ad essere coraggiose. Coraggiose, determinate, scattanti: è proprio così che dopo la ciclofficina abbiamo attraversato lo spazio urbano. Abbiamo sottratto le vie della città al solito traffico, quello rumoroso ed inquinante, per portare il corpo transfemminista, fatto di gole urlanti e ruote con raggi ben tirati, per le vie della città. Il nostro spazio urbano è sempre più a misura di consumatore (basta vedere come i tavolini hanno cancellato le malconce piste ciclabili), preferibilmente ordinato e che va letto presto, che paga più del dovuto, che non si lamenta, che apre lo sportello della macchina a chi lo accompagna che si rincuora quando vede le pattuglie. Questa non è la città che ci piace e ieri l’abbiamo detto, attraversando alcuni luoghi simboli della turistificazione forzata di Bologna, come la zona universitaria”.

Prosegue il comunicato: “La nostra iniziativa è stata anche il principio della settimana transfemminista, che vedrà una Bologna protagonista di varie iniziative, assemblee e dibattiti che culmineranno con la Rivolta Pride. Abbiamo rivendicato, ancora una volta, la libertà di decidere sui nostri corpi. Proprio per questo, uno dei luoghi che abbiamo deciso di attraversare è stato l’ospedale Sant’Orsola, poiché nelle immediate vicinanze c’è il luogo di ritrovo di catto-fascisti e ProVita che si ritrovano a pregare contro l’aborto, cercando di intercettare le donne che, consapevolmente, decidono di realizzare un’IVG. L’obiezione di coscienza, lo stigma e la disinformazione sono gli ostacoli che ancora oggi rendono difficile l’accesso ad un aborto libero e sicuro. Gli ultracattolici e le destre reazionarie attraverso alleanze sempre più forti, cercano in tutti i modi di minare la nostra libertà di scelta e il nostro diritto all’autodeterminazione. I gruppi anti-scelta sono sempre più radicati nel territorio nazionale- basti pensare alla decisione della AUSL di Torino che ha permesso, qualche settimana fa, l’entrata delle associazioni ProVita all’interno dei consultori, così come la presenza di gruppi di preghiera davanti agli ospedali, determinati ad ostacolare il pieno e legittimo diritto delle nostre scelte sui nostri corpi, così come l’applicazione della legge 194. La nostra non è semplicemente una bicicletta ma è un’ estensione di noi stesse, un’arma di riappropriazione della città, un modo per andare oltre i confini del nostro corpo e far procedere a un ritmo diverso il grido della nostra rabbia. Ci vogliamo vivə, liberə ed autodeterminatə!”.




Fonte: Zic.it