Dicembre 1, 2021
Da COMIDAD
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I media sono impegnati su dilemmi decisivi per le sorti dell’umanità, come stabilire se la perplessità del professor Crisanti sul battesimo dei bambini col sacro siero vada considerata un’eresia o addirittura apostasia. Nel frattempo hanno giustamente un posto secondario nei media scadenze come la fine, nel marzo prossimo, del piano straordinario di acquisti per l’emergenza pandemica da parte della Banca Centrale Europea, il PEPP (Pandemic Emergency Purchase Programme). Per la verità la gran parte dell’opinione pubblica non sa neppure cosa sia il PEPP e che ruolo abbia svolto in questi ultimi due anni.
Il PEPP iniziò nel marzo del 2020, nel periodo dei lockdown. La politica delle chiusure si è poggiata su due pilastri: la digitalizzazione e le iniezioni di liquidità monetaria da parte della BCE. Quel poco di libertà che ci veniva concesso non era dovuto a chimere come la democrazia e i diritti costituzionali, bensì al fatto che non c’erano ancora gli strumenti tecnici e finanziari per incatenarci tutti. Senza le attuali tecnologie digitali infatti i lockdown sarebbero stati impossibili, per cui se il Covid fosse arrivato venti anni fa i governi o sarebbero stati costretti a potenziare le strutture sanitarie (invece di smantellarle), oppure, più probabilmente, avrebbero fatto finta di nulla. Alcuni pensano che le pressioni della lobby del digitale siano state persino decisive nell’attuare la scelta dei lockdown prima e del Green Pass poi, ma queste sono le solite fantasie complottiste.
Non meno importante durante i lockdown è stato il ruolo della BCE, che ha permesso ai governi di supplire al crollo delle entrate fiscali dovuto al blocco delle attività economiche. Tuttora i governi devono la loro capacità di spesa alle “terapie intensive”, alle iperventilazioni polmonari da parte della BCE, mentre la pioggia di miliardi del Recovery Fund è rimasta nel mondo delle fiabe. Quest’anno la BCE ha immesso nelle finanze degli Stati e delle imprese 1850 miliardi effettivi.
I 750 miliardi del Recovery Fund invece sono rimasti finora quasi solo sulla carta, visto che ad agosto ci sono arrivati appena 25 miliardi, mentre la raccolta finanziaria tramite i Recoverybond va a rilento. Nell’estate scorsa è stata spacciata come una grande notizia il fatto che fossero stati piazzati i primi 20 (venti!) miliardi di Recoverybond. Ciononostante i media continuano a narrarci che adesso sia la Germania a salvare l’Italia dal default garantendo per il Recovery Fund. Si tratta di mitologie europeiste in funzione di un altrettanto fittizio “vincolo esterno”, che serve da alibi all’avara oligarchia nostrana per imporre un’austerità che invece è tutta farina del suo sacco.

L’emergenza pandemica non è stata soltanto una droga euforizzante per le oligarchie e per la loro opinione pubblica di riferimento, ma anche una droga finanziaria: risorse monetarie illimitate, create dal nulla ed erogate dalla BCE, per indebitarsi a tassi prossimi allo zero, o addirittura inferiori allo zero. Con governi che fanno deficit al di sopra del 10% non c’è da stupirsi che il PIL adesso cresca. Ma la crescita del PIL corrisponde ad un’effettiva crescita dell’economia? Pare proprio di no, dato che vi sono problemi di approvvigionamento delle materie prime e scarseggiano persino i semiconduttori necessari ai processi produttivi. I lockdown hanno innescato un caos speculativo di cui ora si vedono le conseguenze. I fattori del caos c’erano comunque da prima. Se i dati ufficiali sono corretti, Taiwan controlla attualmente il 65% della produzione mondiale di semiconduttori e la Corea del Sud ne controlla il 19%, quindi l’intera economia mondiale dipende da due soli Paesi.
La prospettiva di una vera ripresa economica fa persino paura alla lobby oggi prevalente, quella dei grandi creditori, cioè i fondi di investimento, perché un rilancio della produzione, e quindi della domanda di materie prime di beni di consumo, comporterebbero sicuramente un’inflazione a due cifre, con la conseguente perdita del valore dei crediti. I media, sempre generosi e compassionevoli verso i poveri, ci parlano dell’inflazione soltanto come perdita del potere d’acquisto dei salari, il che è vero, ma solo in parte. Con una ripresa economica infatti aumenterebbe anche il potere contrattuale dei lavoratori, quindi i salari potrebbero aumentare: certamente una prospettiva da scongiurare. Molto meglio per i fondi di investimento come Blackrock e Vanguard Group approfittare della depressione per accelerare la concentrazione dei capitali, acquisendo il controllo azionario di banche e imprese. A causa del rischio di un nuovo lockdown, per le aziende del turismo invernale si prepara un altro inverno buio, perciò non sarà difficile acquisirne il controllo azionario a prezzi stracciati.
Visto che le cose sono così complicate, la tentazione di tenere tutto sospeso e di perpetuare l’emergenza è davvero forte. Sarebbe un bel guaio se nel marzo prossimo le iniezioni di liquidità della BCE si affievolissero, perciò per convincere la BCE a continuare il PEPP, o per offrirle un alibi per continuarlo, è bene spingere l’acceleratore sul rischio pandemico. Benvenuta quindi la variante sudafricana e tutte le altre possibili varianti del virus. Per dare sostanza al tutto ci vuole anche un bel lockdown che faccia toccare con mano l’emergenza. Le “virtuose” Austria e Olanda hanno così scavalcato l’Italia in fatto di emergenzialismo e iniziato per prime i lockdown. Più sono “virtuosi” e più presto imparano a fare i furbi.




Fonte: Comidad.org