Novembre 1, 2022
Da Umanita Nova
69 visualizzazioni

L’iniziativa, promossa da A foras e il movimento indipendentista corso Core in Fronte, ha unito diverse anime dell’ala antagonista dell’isola fra realtà indipendentiste, antimilitariste, anarchiche e comuniste (Caminera Noa, Sardinnia Aresti e molti altri movimenti politici).

Le motivazioni che hanno spinto tale manifestazione sono ormai radicate nell’estrema sinistra sarda, in una voglia di riscatto, di ribellione e di riappropriazione del proprio territorio occupato e inquinato dall’esercito italiano e dalla NATO.

Inoltre questa giornata è risultata necessaria a fronte di un’intensificazione delle esercitazioni in atto nei poligoni di Capo Frasca, Teulada e nel salto di Quirra, che riducono l’isola ad uno stato di guerra oggi e a un obbiettivo militare in futuro.

Ma tutto ciò porta anche delle novità: questa manifestazione ridefinisce e ribadisce concretamente la netta contrapposizione fra la lavorazione della pace e la fabbricazione della guerra.

La ribadisce nella forma e nei soggetti: la solidarietà fra due popoli, quello corso e quello sardo, si contrappone al fittizio e cieco globalismo dove l’unità fra società diverse è mediata dal profitto e distrutta dallo stesso; la solidarietà è la lotta comune di due popoli oppressi dal colonialismo che si ritrovano assieme per un percorso internazionalista determinato dalle lotte locali.

Il corteo è partito nel primo pomeriggio, arrivando poi davanti alle reti della base, dove nonostante il lancio di gas lacrimogeni da parte delle forze di polizia in tenuta antisommossa, si è riuscito a rompere la recinzione.

L’occupazione militare in Sardegna diventa sempre più una lotta che inserendosi nelle problematiche locali implica inevitabilmente lo scontro con i padroni della guerra, del profitto e dell’autorità politica, che in termini di violenza sociale e coloniale opprimono i popoli e l’ambiente. La militarizzazione dell’isola è un problema annoso che affonda le sue radici nel dopoguerra: dopo l’inserimento dell’Italia fra paesi sconfitti e con l’adesione al patto atlantico, la penisola è diventata nella guerra fredda il fronte orientale nel quale agli occhi della NATO risultava necessario dislocare le basi militari in previsione di una possibile invasione. In Sardegna, nel 1956 si installano tre basi militari: a Capo Teulada, a Capo Frasca e nel Salto di Quirra. Ma già due anni prima risultano presenti nel territorio di La Maddalena e nei territori adiacenti a Cagliari basi americane, motivate da degli accordi bilaterali fra USA e Italia (Bilateral Infrastructure Agreement). A tutto ciò si aggiunge la RWM, fabbrica presente a Domusnovas-Iglesias (SU) che produce ordigni esplosivi destinati all’utilizzo bellico. Queste basi, insieme all’inquinamento ambientale e al danno al popolo sardo, si fanno complici di vere e proprie guerre, fornendo ordigni all’Arabia Saudita o facendo esercitare nei territori summenzionati eserciti criminali come quello israeliano.

Attualmente il 60% delle servitù militari italiane si trova in Sardegna, una condizione che fa del militarismo una vera e propria metastasi produttrice di sostanze radioattive e cancerogene come uranio, piombo, mercurio e arsenico, con la conseguente registrazione di tumori nei territori adiacenti alle basi (per esempio nel Salto di Quirra). Tutto questo insomma, avviene dal dopoguerra ad oggi, un percorso storico che ha portato ad altre bieche azioni come la manovra Fortza Paris dell’estate del 1992 ma anche grandi lotte come quella di Pratobello nel 1969 fino alle più recenti che hanno avuto come risultato il blocco delle esercitazioni, portando a un clima di forte ostilità fra l’ala antagonista sarda e lo Stato italiano e la Regione Sardegna, con continue denunce e arresti dei compagni antimilitaristi.

Come scrive Maria Teresa Pistis “La militarizzazione rappresenta l’aspetto più evidente, appariscente e odioso della colonizzazione dell’isola e così emerge chiaramente dalle fonti. […]. L’individuazione chiara della funzione (vissuta e sperimentata dalla popolazione sarda sulla propria pelle) dell’esercito come puntello della conservazione e strumento repressivo, del suo ruolo nell’ambito dei processi di sfruttamento capitalista basterebbero certo da soli a mobilitarsi contro il militarismo in tutte le sue forme e espressioni, ma cosa dire dei danni economici causati dall’esproprio di terre e pezzi di mare da cui le popolazioni traevano sostentamento e che erano spesso l’unica fonte di sopravvivenza? […] Non si può fare a meno di notare inoltre come la classe dirigente isolana abbia subito passivamente le installazioni militari senza alcuna opposizione, manifestando in pieno il servilismo strisciante che caratterizza certa borghesia compradora, non troppo desiderosa di emanciparsi”.

Ma questa breve e approssimativa analisi non vuole liquidare l’argomento a una sola comprensione della storia e dell’attuale condizione di subalternità della Sardegna, ma vuole essere invece un invito al movimento anarchico, italiano e non, a partecipare insieme al popolo sardo e all’estrema sinistra sarda, alle manifestazioni contro le basi e a insinuarsi nel dibattito, in quanto la presenza anarchica in Sardegna è un valore che può rivalutare sotto ottiche diverse dalle solite, quella che è la lotta di liberazione nazionale sarda e la lotta contro lo Stato italiano, l’imperialismo statunitense e in genere contro il colonialismo, lo Stato e il capitalismo.

Ci troviamo inoltre in un momento storico dove l’attuale livello di fuoco della guerra NATO Russia fa della Sardegna un obiettivo militare, essendo la base delle sperimentazioni che si effettuano a Salto di Quirra, anche a livello nucleare e spaziale.

Rivolgendomi a tutt* compagn* anarchic*, invito dunque a rimarcare e intensificare la solidarietà e la lotta comune contro le criticità della Sardegna, che fanno di essa un deposito di bombe, una colonia energetica, una colonia carceraria (nella quale è inserita anche la repressione contro alcun* anarchic*) e nelle città turistiche come Alghero un tetro e sporco connubio di sfruttamento degli stagionali, occupazione del territorio con ristoranti e gelaterie e infiltrazioni mafiose.

Gli anarchici, hanno qualcosa da dire e da fare anche oggi, in Sardegna e altrove, sempre in funzione dell’autodeterminazione dei popoli, delle comunità, dei singoli individui. Salvo l’arroccarsi in purismi dogmatici, troppo funzionali come pretesti per attendere il concretizzarsi della migliore rivoluzione sociale possibile, secondo le aspettative di… chi la vorrebbe, ma ne ha semplicemente terrore!” [Costantino Cavalleri].

Cristian Augusto Grosso




Fonte: Umanitanova.org