Luglio 8, 2021
Da Umanita Nova
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Di fronte a una sempre maggiore presenza di truppe italiane in Africa non basta prendere posizione, serve rilanciare l’iniziativa antimilitarista, lottando per il ritiro di tutte le missioni di guerra.

Il governo ha recentemente deciso di lanciare due nuove missioni, una in Somalia e una nello stretto di Hormuz, dove la tensione con Iran e Cina è molto alta. Sono state confermate altre 38 missioni, di cui 17 nel continente africano. Queste missioni sono principalmente finalizzate a mantenere il controllo delle aree per l’estrazione e il passaggio di risorse strategiche, nonché delle zone chiave dei movimenti migratori. Le truppe di occupazione in Libia così come le navi nel golfo di Guinea difendono i siti estrattivi e le infrastrutture dell’ENI. Nel Sahel, dove la Francia è in difficoltà in una vera situazione di guerra, lo stato italiano manda carri armati, elicotteri e soldati con l’operazione Takuba, mentre in Niger sta entrando in funzione una base militare italiana.

La dimensione del militarismo italiano, pur dipendente dalla potenza statunitense e dal quadro dell’Unione Europea, non deve essere sottovalutata. Sia perché lo schema delle alleanze non è più rigidamente stabile come venti anni fa, sia perché è proprio il comparto militare-industriale l’unico settore che il governo italiano continua a sostenere. Questo settore infatti è stato trasformato in uno dei principali motori dell’economia nazionale. È necessario quindi riattivare l’iniziativa contro le politiche militariste e imperialiste dello stato italiano.

Mentre annuncia da anni il ritiro da Iraq e Afghanistan, lo Stato italiano orienta la sua proiezione militare anche verso l’Africa, eccitando vecchie nostalgie coloniali mai estirpate. Nuove missioni di guerra per la “difesa degli interessi nazionali”, come ormai si dice anche nella propaganda ufficiale e negli atti istituzionali. Le missioni militari non sono più neanche giustificate con l’ipocrita formula della “guerra umanitaria” o “per la democrazia”, è caduta anche la foglia di fico del diritto internazionale che permetteva di chiamare una guerra “intervento di pace”. Il carattere neocoloniale e imperialista di queste missioni è davanti agli occhi di tutti.

Venti anni fa iniziava l’invasione dell’Afghanistan, iniziava la “guerra al terrore”. Venti anni di massacri, distruzione e oppressione per le popolazioni locali. Pure di fronte al fallimento militare le tasche di pochi potenti hanno continuato a riempirsi di miliardi, mentre anche in Italia, come negli altri paesi della coalizione, a pagare il costo della guerra in termini di impoverimento, repressione, militarizzazione, restrizione di libertà e diritti è stata la classe lavoratrice, la popolazione sfruttata ed emarginata.

Perché la guerra è anche in casa nostra, con l’operazione “strade sicure” e con i militari che intervengono contro gli scioperanti, oppure per sedare le rivolte nelle carceri, o in Val di Susa contro il movimento No Tav. La guerra è qui, con la militarizzazione, le servitù militari e i poligoni. Con le produzioni belliche, i traffici di materiale militare pericoloso nei porti, le grandi fiere delle armi dove si vendono gli strumenti di morte più all’avanguardia. La guerra ci tocca da vicino con i radar, gli aeroporti, le basi militari, che distruggono i territori in cui si trovano, avvelenando la gente che li abita. Da qui partono le guerre. Le nostre vite sono toccate dalla guerra, perché per foraggiare l’esercito e l’industria degli armamenti si tagliano servizi essenziali, si escludono milioni di persone dall’accesso alle cure mediche, dall’accesso allo studio, dalla possibilità di vivere in un alloggio adeguato. Nelle strade delle città la guerra è contro la popolazione migrante e contro tutti gli sfruttati. La guerra si vede nella propaganda nazionalista e razzista, nel militarismo, nella struttura patriarcale, gerarchica e classista che governa la nostra società.

È l’ora di riprendere un intervento antimilitarista complessivo e allargato. Contro ogni guerra. Per il ritiro delle truppe italiane dall’Africa e di tutte le missioni militari all’estero. Contro la militarizzazione dei territori, i poligoni e le basi. Contro la produzione e il mercato degli armamenti.

Proponiamo un’assemblea da tenersi il secondo fine settimana di settembre per lanciare una campagna antimilitarista articolata, che sappia riunire momenti di mobilitazione nazionale con le lotte e i movimenti attivi sui territori, le iniziative locali del 4 novembre e l’opposizione all’Aerospace and defence meeting di Torino a fine novembre.

4 luglio 2021

Gruppo di lavoro antimilitarista della F.A.I.




Fonte: Umanitanova.org