Dicembre 7, 2021
Da Il Manifesto
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«Credo sarebbe incauto cantare vittoria: in assenza di stato di diritto e indipendenza della magistratura il regime gioca sull’imprevedibilità e l’opacità del proprio processo decisionale per incutere timore e dissuadere dalla manifestazione del dissenso».

Dell’ordine di rilascio di Patrick Zaki abbiamo parlato con Francesca Biancani, ricercatrice in Storia e Istituzioni del Medio Oriente al Dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università di Bologna.

Come va letta la decisione del tribunale per la sicurezza di Mansoura di scarcerare Zaki?

Va letta a mio parere in rapporto alla scarcerazione, il 3 dicembre scorso, dei dirigenti di Eipr (Egyptian Initiative for Personal rights, ong egiziana con cui Zaki collaborava, ndr), il direttore esecutivo Gasser Abd El Razeq, il responsabile amministrativo Muhammad al Basherr e il responsabile della giustizia penale Karim an-Nahara. Con la scarcerazione di Patrick viene completato il quadro di relativa «riabilitazione» dell’Eipr, l’organizzazione di advocacy attiva nella difesa dei diritti civili più nota, autorevole e pertanto profilata dal regime.

Che cosa questo significhi realmente è difficile dirlo. Il percorso legale è tuttora incerto anche se credo sia legittimo sostenere che pressioni e vigilanza della società civile e della diplomazia europea hanno rivelato la loro fondamentale importanza. Per questo è assolutamente importante perseverare in un momento di snodo delicatissimo che potrebbe preludere tanto alla risoluzione della vicenda quanto a un suo avvitamento. Non sarebbe senza precedenti, per esempio, la fabbricazione di nuovi capi di imputazione dopo il rilascio con conseguente riarresto, la «porta girevole» usata anche per allungare termini della detenzione preventiva alla fine dei due anni legali.

Quale sarà la vita di Patrick fino a febbraio? Oltre al divieto di espatrio, sono previsti altri limiti alla sua libertà?

Non avrebbe obbligo di firma, quindi non c’è il rientro notturno in niyabah, la stazione di polizia. Stante ovviamente il divieto di espatrio per le pendenze che ha. Fonti della campagna per il rilascio dicono che l’ordine di scarcerazione è già stato firmato dal magistrato. Dunque ha effetto immediato.

Quali sono in genere i tempi della scarcerazione?

Possono essere ore, già domani (oggi per chi legge, ndr), dipende dai tempi della burocrazia giudiziaria e la protocollazione. Non stupiamoci se impiegano di più. La vigilanza della società civile e della diplomazia europea è ora imperativa.

In previsione della revoca dello stato di emergenza, già definita fumo negli occhi, tra agosto e settembre le autorità egiziane hanno aperto decine di processi contro attivisti e il governo resta comunque con un ventaglio di leggi anti-dissenso a disposizione. Qual è l’attuale situazione?

La revoca della legge di emergenza, paradossalmente o forse no, ha prodotto un ulteriore giro di vite sull’attivismo e il dissenso nel paese. Fermo restando che il regime ha a sua disposizione una serie di strumenti per limitare l’espressione del dissenso, non dimentichiamoci che nell’ordinario pervertimento dello stato di diritto in Egitto abbiamo processi che neppure tengono conto della summenzionata revoca della legge emergenziale. Il caso di Alaa Abd el Fattah è un esempio lampante: i suoi capi di imputazione non vengono neppure derubricati a reato minore con il conseguente adeguamento della pena, ma rimangono inquadrati nell’ambito della legge di emergenza.

Dal regime di Mubarak a oggi, c’è stato un cambiamento nella legislazione di emergenza e in quella ordinaria per limitare l’attività della società civile, le proteste e il dissenso e comprimere i diritti civili e politici della popolazione?

Il regime di Mubarak usava altri strumenti e strategie per autoconservarsi e autoriprodursi, primi tra tutti l’apertura e poi la chiusura, come una fisarmonica, degli spazi di partecipazione politica e l’articolazione di visioni dissonanti ma controllate, e dunque sterilizzate. Finché una serie di fattori non ha minato la stabilità del regime permettendo l’erompere delle street politics, ovvero piazza Tahrir. Qui abbiamo assistito a un riconsolidamento autoritario, reso possibile dal modo in cui il recupero del mito fondativo dei militari a tutela del progetto nazionale si è innestato in un contesto di maggiore permissività internazionale verso l’Egitto. Questa permissività internazionale ovviamente è legata all’instabilità regionale post primavere arabe (crisi libica, migrazioni, terrorismo) e al potenziale ruolo stabilizzatore dell’Egitto. Lascio aperta la domanda su come possa fungere da elemento di stabilità un regime che terrorizza i suoi cittadini.




Fonte: Ilmanifesto.it