Novembre 24, 2020
Da Non Fides
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Il primo maggio 2019 a Parigi poco prima di mezzogiorno, quattro

compagni (due di nazionalità italiana e due di nazionalità francese)

sono stati arrestati in rue Bichat da degli agenti della Bac (ndt:

Brigade anti-criminalité, agenti in borghese della polizia francese)

come molte altre persone durante quella giornata.

Sono state ritrovate in loro possesso delle “armi” (3 martelli e un

bastone) così come del “materiale di protezione”.

è stata loro contestata la partecipazione a un “groupement en vue de la

préparation de violences” (ndt: qualcosa di simile all’italiana

“radunata sediziosa”), il rifiuto si sottomettersi a operazioni di

“rilievi segnaletici” (DNA), e per tre di loro il rifiuto di

sottomettersi a operazioni di “prelievo esterno” (foto e impronte).

L’avvocato, che difende tutti e quattro compagni, richiede

l’annullamento di tutto il procedimento mettendo in luce il fatto che

gli sbirri non hanno rispettato la procedura, effettuando una

perquisizione fuori dal perimetro della manifestazione senza la presenza

di un ufficiale di polizia giudiziaria (OPJ) e senza flagranza di reato.

Per giustificare quest’ultima cosa, il procuratore, citando uno dei

verbali di arresto (il solo sul quale è indicato) menziona il fatto che

una delle persone avrebbe accelerato il passo alla vista della BAC.

L’avvocato lo interrompe; la corte di cassazione ha già deliberato su

questo punto: accelerare il passo non costituisce in alcun caso

flagranza di reato. A questo il procuratore risponde con un eloquente

balbettio.

Per uscire da questa situazione spinosa (nessuna ragione valida per aver

perquisito i compagni, dunque perquisizione illegittima, dunque

annullamento di tutti i capi di imputazione) il giudice, tenace,

sospende l’udienza, si ritira in consultazione una buona oretta e mezza,

prima di ritornare con una formidabile trovata: la menzione di “martello

nella cintura” su un verbale di perquisizione di uno dei compagni è ora

diventata “un’arma apparente” e quindi una flagranza di reato.

Annullamento respinto.

Quello che mostra questo passaggio è che il giudice ha la completa

possibilità di interpretare le carte a suo piacimento con lo scopo di

rinchiudere quelli che non lo convincono. Il tribunale non giudica dei

fatti, bensì giudica delle persone, dei profili, delle idee, delle

intenzioni, dei ruoli sociali. E siccome il fine giustifica i mezzi, la

menzogna può rivelarsi molto utile.

Da parte sua, il procuratore è un tale rosicone che quasi accusa gli

incriminati di aver mantenuto il silenzio.

Invece, il rifiuto di sottomettersi alle operazioni di rilievi

segnaletici (DNA), così come, per uno di loro, il rifiuto di

sottomettersi a operazioni di “prelievo esterno” (foto e impronte)

cadono per i due compagni italiani a causa della mancata notifica in

italiano del loro stato di fermo nei termini di legge previsti.

A questo punto, l’avvocato fa appello alla decisione del giudice di

perseguire i capi di imputazione. Il processo è rimandato al 23 maggio

2019. Poiché non possono più pronunciarsi sulla questione, questi

maniaci dell’ordine sparano la loro ultima cartuccia, per ripicca, e

sicuramente anche per amarezza, e decidono di pronunciarsi sulle misure

di sicurezza in attesa del processo.

è chiaro: come con altri quel giorno, hanno fame di controllo, di

sbarre, di reclusione, di privazione. In breve, di incarcerazione.

In questa operazione, e nel quadro di cooperazione delle polizie dello

spazio Schengen, la polizia italiana è stata molto rapida a fornire

tutte le informazioni possibili sui “cittadini italiani” sotto forma di

note informative. Le note, non avendo nessuno statuto legale come

potrebbe invece avere una fedina penale, tuttavia pesano enormemente

sulla decisione del giudice.

Dopo che il giudice e il procuratore, che condividono la stessa veste,

hanno usato tutti i loro artifici per impedire la loro liberazione, i

due compagni italiani sono ormai in detenzione provvisoria (DP) nel

carcere di Fleury-Mérogis in attesa del processo, previsto per il 23 di

maggio nel tribunale di Parigi. Gli altri due compagni sono usciti sotto

controllo giudiziario (avendo potuto presentare delle “garanties de

représentation” -ndt: documenti presentati al tribunale che dimostrano

la buona integrazione nel tessuto sociale, il fatto di essere un buon

cittadino, ad esempio contratto di lavoro, d’affitto, iscrizione

all’università etc.- valide agli occhi del magistrato).

è stata immediatamente presentata un’istanza di scarcerazione. Inoltre,

hanno avuto entrambi un foglio di via (OQTF) dalla Francia della durata

di due anni che potrebbe implicare di essere portati in un CRA (ndt:

centre de retention administrative, i cpr francesi) dopo un’eventuale

uscita di prigione. Questo OQTF (obligation de quitter le territoir

francais), così come la decisione di non riconoscere l’annullamento di

tutti i capi d’accusa è stato contestato in appello dall’avvocato

durante il processo (depositando la domanda al cancelliere del tribunale

durante la consultazione dei giudici).

La richiesta di scarcerazione (DML) è cruciale per tutte le persone che

avrebbero voluto produrre delle “garanties de représentation” con lo

scopo di evitare la detenzione preventiva ma che non hanno potuto farlo

per mancanza di conoscenza o di preparazione. Presentare delle garanzie

è una scelta, e sebbene sia criticabile in quanto contribuisce a

dividere gli imputati in base a criteri di integrazione in questa

società che ci urla “cammina o crepa”, è importante poter avere

l’opzione di farla.

Una DML accettata permette di arrivare al proprio processo come persona

libera, cosa che ha molta influenza sulla decisione dei giudici (se

conoscete delle persone in questa situazione, fate loro sapere che

possono parlarne al loro avvocato, anche se escono dalla detenzione

preventiva il giorno del loro processo è un vantaggio enorme).

Nell’aula, quando il giudice annuncia la decisione di incarcerare i

compagni, una compagna ha sputato in direzione del procuratore, una

parte del pubblico ha urlato la propria rabbia ed è uscita in

solidarietà.

è partito un procedimento per oltraggio alla corte.

Se noi condividiamo qui alcuni dettagli precisi del processo è perché

riteniamo che possano essere importanti per tutti i futuri procedimenti

e che potrebbero permettere ad altri di difendersi (se possibile

collettivamente), di richiedere l’annullamento dei capi d’accusa o di

far valere dei vizi di procedura. Questo episodio non è che uno tra

tanti, ma è mettendo in comune le nostre esperienze e i nostri

strumenti di difesa che potremo tenere testa alla giustizia e che

potremo dire loro, dritto in faccia, che non sono che dei buffoni di un

sistema che mantiene vivo il cadavere di questa società marcescente.

Per inviare lettere, testi o disegni ai due compagni arrestati, M. e S.,

potete inviare una mail a [email protected]

per scrivergli direttamente :

Mr MARCO CAVINATO

N° d’écrou 451050 – Bâtiment D5

Maison d’Arrêt de Fleury-Mérogis

7 avenue des Peupliers

91705 FLEURY-MÉROGIS

Mr STEFANO MARRI

N° d’écrou 451049 – Bâtiment D5

Maison d’Arrêt de Fleury-Mérogis

7 avenue des Peupliers

91705 FLEURY-MÉROGIS

Contro tutti gli stati, al di là delle loro frontiere, solidarietà!

Nessuna gabbia potrà mai rinchiudere i nostri sogni di libertà.




Fonte: Non-fides.fr