Maggio 12, 2021
Da Finimondo
11 visualizzazioni


Nei suoi dispacci inviati da Parigi dopo la presa della Bastiglia, l’ambasciatore veneto Antonio Cappello indicava alle autorità della Serenissima una delle cause principali della rivoluzione in corso: i libri. Scagliandosi contro la libertà di pensiero, la quale «non produce che scritti incendiari per ogni parte», egli identificava le idee pericolose in quelle «che vanno inoculando per tutta la Terra l’odio de’ Sudditi contro i Governi, e contro i Sovrani» ed evocano agli occhi dei sudditi quella «libertà chimerica che è l’anarchia». Rientrato a Venezia, nella sua relazione del 2 dicembre 1790 al Serenissimo Principe, l’ambasciatore diede testimonianza di come «già una pretesa Filosofia, espansa col mezzo della licenziosa libertà della Stampa, e che fece perdere la riverenza prima alla Religione, e poi al Governo, aveva molto influito sull’opinione; e tolto il freno del Cielo, tolse anche quello della Terra».

Per esercitare il proprio potere in santa pace (sociale), gli oppressori non hanno bisogno solo della forza dei propri scagnozzi, hanno bisogno soprattutto della debolezza degli oppressi. Una debolezza derivante sia dalla paura che paralizza i muscoli sia dall’ignoranza che annebbia la mente (l’una alimentando l’altra). Questa certezza sulla diffusione dell’Idea come premessa di trasformazione sociale radicale è stata tramandata per quasi due secoli, generazione dopo generazione, contribuendo all’apertura di tipografie, alla creazione di case editrici, alla stampa di innumerevoli volantini, manifesti, giornali, libri. Perché solo una coscienza infine illuminata può armare il braccio e compiere l’impresa di spezzare le catene del pregiudizio, della rassegnazione, dell’obbedienza. Un convincimento talmente introiettato che chiunque l’abbia messo in discussione è stato presto dimenticato, come accadde a quell’Ernest Cœurderoy che verso metà dell’800 profetizzava che non è dai Filosofi, dall’accensione delle buone lanterne, ma è dai Cosacchi, dallo scatenamento delle cattive passioni, che può venire la Rivoluzione.

Ma poi, quanto accaduto nel breve arco di una ventina d’anni — l’avvento dei fascismi, la sconfitta della rivoluzione spagnola, l’orrore assoluto scaturito durante la seconda guerra mondiale (con l’organizzazione industriale dell’Olocausto da una parte e l’uso militare dell’energia atomica dall’altra), l’avvento della società di massa con il suo sfrenato consumismo — hanno iniziato a far vacillare la fiducia nei Lumi della ragione. Intravedendo le nubi oscure che si addensavano all’orizzonte, colei che sarebbe diventata la prima donna ad entrare nell’Académie Française lanciava in un suo romanzo del 1951 un monito destinato ad essere sempre più ricordato col passare del tempo: «Fondare biblioteche è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che da molti indizi, mio malgrado, vedo venire». 

Nel terzo millennio, allorquando i libri portatori di cultura stanno venendo spazzati via da tecno-dispositivi generatori di demenza digitale, mentre la servitù volontaria ha assunto proporzioni planetarie e sembra non conoscere eccezioni, appare evidente che non è un inverno stagionale quello in cui si trova congelato lo spirito umano, ma una vera e propria era di glaciazione la cui fine è non solamente sconosciuta, ma persino incerta. Quanto ai cinguettii che si odono, impossibile ingannarsi: non annunciano più l’arrivo della primavera, solo il consolidamento dell’alienazione.

Ordunque, considerata la situazione, perché continuare a pubblicare libri? Per diffondere l’idea di una rivoluzione sociale scomparsa dall’immaginario o per prepararsi ad una resistenza individuale più o meno effimera? 

In un certo senso, la nostra risposta trova un riferimento storico proprio nella terra dei Cosacchi, quando in un piccolo villaggio sperduto della Siberia arrivò un esule illustre: Nikolaj ČernyÅ¡evskij, autore del romanzo Che fare? nonché cofondatore della società segreta rivoluzionaria Zemlja i Volija (Terra e Libertà). Lì poteva respirare un’aria che, se non era stantia come quella delle prigioni, era quanto meno rarefatta. In una lettera alla moglie scriveva di ritrovarsi costretto a vivere in un luogo che «in realtà non è neppure un villaggio nel senso russo della parola. È qualcosa di così deserto e piccolo che non v’è nulla di simile in Russia». Quanto agli esseri umani in cui si imbatteva, la loro miseria era tale da spingerlo a prendere decisioni drastiche: «Ho smesso d’andare in giro per la città, per non vedere questi disgraziati… C’è da chiedersi cosa siano, se gente o qualcosa di peggio di cani dimenticati, animali che non hanno nome… Non si può parlare con loro, son paurosi al punto di sospettare in ogni parola qualche menzogna rovinosa per loro. E così si comportano non soltanto con me, ma l’un con l’altro». Privi di stimoli e d’interesse, abbrutiti dall’abitudine, gli abitanti del villaggio trascorrevano il tempo dedicandosi ai solitari. Non c’è da stupirsi se spesso e volentieri ponevano fine ai propri giorni attaccandosi a un cappio. Il celebre scrittore, filosofo, traduttore, lessicografo, giornalista, sarebbe vissuto per undici anni e sette mesi in quel distacco quasi assoluto dal mondo vitale ed è stato lui stesso, in un’altra lettera alla moglie, a rivelare come vi fosse riuscito: «Per me poco male, io ho la possibilità di non parlare con gli uomini, di non vederli. Il libro me li sostituisce. Ma per gli altri vivere qui sarebbe impossibile».

Ecco. Non intendiamo crogiolarci in una insulsa nostalgia e nemmeno in un rassegnato fatalismo. Ma abbiamo comunque un ottimo motivo per insistere ostinatamente a pubblicare libri. Per prenderci ed offrire la possibilità di non parlare con, di non vedere, di sostituire gli umanoidi vaccinati contro la libertà in mezzo ai quali ci sentiamo in esilio — siano essi procacciatori di poltrone, proprietari di portafogli, collezionisti di selfie, mercanti di estetismo, tenutari di militanza… 

Cominciamo ad annunciare la pubblicazione di tre nuovi titoli:

Propaganda, detergente del pensiero critico, pp 244, euro 12.50 (collana Elementi)

Konrad Bayer, la pietra filosofale, pp 40, euro 3                            (coll. Pandemonio)

Gabrielle Wittkop, Litanie per un’amante funebre, pp 48, euro 3   (coll. Avversi)

oltre alla ristampa di due vecchi titoli andati esauriti:

l’Adunata dei Refrattari, Barricate e decreti – Spagna 36-37, pp 256, euro 13

Gherasim Luca, L’inventore dell’amore, pp 48, euro 2.50

Inoltre, entro pochi mesi vedranno la luce tre nuovi titoli e saranno nuovamente disponibili altri titoli al momento esauriti.

Per qualsiasi richiesta, delucidazione, critica, appunto e quant’altro:




Fonte: Finimondo.org