Gennaio 14, 2022
Da Il Manifesto
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Tra le mostre nascoste e preziose dell’ultima edizione di BilBolBul a Bologna, c’era quella dedicata a Da sola, il graphic novel di esordio di Percy Bertolini, allestita a Maison 22. Nella curiosa galleria che occupa i corridoi di due portoni adiacenti e comunicanti dal chiostro, si potevano vedere le tavole del libro e qualche lavoro site specific. E soprattutto, grazie a una playlist da scaricare all’ingresso e ascoltare in cuffia, si poteva ballare, o comunque muoversi quasi come la creatura protagonista del romanzo, che adotta la danza per fuggire dalla necessità imposta di definire la propria identità. Di questa narrazione grafica liberatoria, ispirata alla propria vicenda personale, arricchita da testi ispirati ai diari del ballerino russo Vaslav Nijinsky, abbiamo parlato con Percy a Bologna.

Il tuo primo romanzo è pubblicato da Diabolo Edizioni, ma hai frequentato forme più sintetiche, storie brevi e vignette, perlopiù autoprodotte. Il corpo, qui rappresentato in forma più realistica, rimane comunque al centro della tua riflessione.
In realtà questo lavoro è iniziato tre anni fa: in sei mesi è nato il cuore del libro, che è stato anche il mio lavoro di tesi, poi rimasto in un cassetto per un anno, in attesa di maturazione. Paolo Fox, Percy il buio sono nati dopo e sono una specie di liberazione del segno dalla rappresentazione realistica: sono personaggi disegnati velocemente, senza riflettere sul tipo di pennello, né la grandezza, anzi disegnati proprio con la prima cosa che ho sotto le mani. Il tratto cambia ogni volta, e questo mi rende forse meno riconoscibile, ma in fondo è proprio quello che voglio. Queste esperienze più sintetiche nascono dopo il periodo delle restrizioni da Covid, quando la costrizione del bel segno e della penna giusta mi sembrava insostenibile. Una buona occasione per scrollarsi di dosso il classicismo che caratterizza la formazione mia, ma credo di quasi tutt* l* artist* italian*.

Il corpo che rappresenti in «Da sola» si definisce proprio attraverso il movimento; la danza, la performance del tuffo, sono momenti della narrazione dove mostri pieno controllo dell’anatomia.
Sono sempre stata molto cosciente delle proporzioni del corpo, fondamentali per disegnare le anatomie in modo realistico. In Da sola c’è comunque una sintesi di questa forma, i tratti sono sintetici, puliti. Ho usato le immagini di Nijinsky, che ballava nel primo decennio del XX secolo, rigorosamente in posa, geometrica come il suo stile. Il video del tuffatore degli anni ’80 Greg Louganis, e un rimando al Pinocchio dell’illustratore Attilio Mussino.

La danza e il tuffo sono performance che si esplicitano attraverso la disciplina del corpo. Un controllo solo apparentemente in contrasto con la libertà che il tuo personaggio cerca?
La ricerca della perfezione formale è sia nei palazzi e nelle architetture, che nel corpo di questa creatura che è controllato e geometrico nella danza, ma effettivamente esiste una rottura nel rapporto tra gli spazi e il movimento. La mia creatura fa balletti classici in strada, non in teatro e indossa una tuta e non un tutù. Danza in un luogo inadeguato, balla anche in un cimitero sopra una lapide, poi si tuffa vestita, non in costume. È un mostro alla ricerca della perfezione.

Un mostro è qualcosa di difforme dalle aspettative sociali di un contesto normato. Da quale aspetto della storia credi che emerga la condanna a questa visione?
Non cercavo di denunciare o condannare qualcosa: Da sola è nato in un momento in cui mi ponevo grandi domande riguardo al mio orientamento sessuale, alla mia identità di genere, alla mia neurodiversità. Dentro di me coesistono più diversità, e sono sempre stat* considerat* stran*, anche dagli strani. Da sola avrebbe potuto chiamarsi assurda, strana, tutti appellativi che mi sono stati rivolti negli anni. Sono cresciut* non identificandomi, ma definendomi per sottrazione: sembrava la storia del brutto anatroccolo, non somigliavo a nessun altro animale.

La creatura di «Da sola» è indefinita per genere, specie, età. Però più che limitante, questa mi sembra un’indefinitezza piena di possibilità, sempre in divenire.
Nelle classiche dicotomie maschio-femmina, adulto-bambino, umano-animale, lei sta nel mezzo e non si polarizza mai; questo la rende fastidios* per tutti, crea scompiglio semplicemente esistendo. Da sola nasce dal ricordo di una mattina. Avevo 13 anni, abitavo ad Ancona, in piena provincia, non capivo cosa mi succedeva, come mi sentivo. Stavo molto male, non volevo crescere e ho smesso di mangiare, rischiando di non sopravvivere. Sono stata prelevata e portata in un ospedale.

I medici sono rappresentati come figure violente, con espressioni inquietanti, sembrano la rappresentazione fisica della coercizione.
Mi sentivo molto piccola, non avevo potere, senza soldi, senza documenti. Ho iniziato a tirare calci e sono scappata. Mi sono nascosta in un bidone dell’immondizia e quando ho capito che fuori non mi stavano più cercando sono uscita, ho visto un cancello e ho superato le grate, visto che ero così sottile da poterci passare in mezzo e così mi sono trovata al cenone del bridge. Tutto questo è nel libro.

Come ti sei imbattuta nei testi di Nijinsky? Hai riconosciuto qualcosa di familiare nella sua vicenda umana?
Non sono mai stata in un manicomio, ma tra i 13 e i 17 anni ho passato dei periodi in luoghi di cattività, cliniche specializzate nelle patologie legate a disturbi alimentari, dove ci toglievano il telefono e ci isolavano dal mondo. La cattività è violenza e la fuga nel libro non è un’idea, ho provato a scappare molte volte.

Le parole del ballerino russo, nei testi che accompagnano la narrazione grafica, risaltano per la loro lucidità.
Esatto: a lui è stato attribuito il delirio, mentre nella restituzione del suo pensiero è lucidissimo. Allo stesso modo il mio libro è stato commentato come un trip allucinogeno, e invece racconta semplicemente la verità.

Si balla e si muore da soli?
La solitudine è molte cose: quella dell’esclusione, quella generata dall’ostracismo, dal non essere compresi e quindi allontanati. Ci si ritrova in un mondo parallelo, in mezzo agli altri ma come su un piano sovrapposto, come la figura rosa trasparente tra quelle scure, nel libro. Però c’è anche la solitudine che la mia creatura ricerca perché ne ha bisogno: gli umani sono animali sociali ma a lei piace molto stare da sola, per la possibilità di libertà e movimento che la solitudine le permette, può decidere dove e quando andare. Ballare da soli è rivoluzionario, camminare per una città ha sempre uno scopo, invece la mia personagg* prova piacere a vagare da solo/a, senza meta. Per una persona identificata femmina tutto questo è abbastanza rivoluzionario. Le figure marginali, i pazzi, i mostri, gli anziani, i bambini, in generale sono figure della soglia, e per tanto molto connesse alla morte. Lei non nega la morte, la sente e ci balla insieme.

Tra le architetture brutaliste compare anche una biglia, nella quale la creatura si muove.
Le architetture, aldilà della loro estetica austera, sono spazi di grande libertà. La biglia invece viene dall’abitudine di disegnare la morte dentro agli oggetti, spesso dentro ai giocattoli. Qui si racconta la morte dell’infanzia e anche la vicenda di una persona oggettificata, attraverso la cattura e la cattività. Sono tutte immagini che ho sentito: il fatto di trovarsi chiusi e morire dentro agli oggetti oppure di esserne imprigionati e doversi liberare. Credo che l’idea della biglia sia legata al fatto un po’ buffo che dentro alle biglie, oggetti tipici dell’infanzia, spesso sono raffigurati corridori, calciatori, ciclisti; sono figure che corrono, ma qui si trovano immobili e chiuse dentro a un oggetto.




Fonte: Ilmanifesto.it