Gennaio 6, 2022
Da Il Manifesto
31 visualizzazioni


Nelle pagine della prefazione a quel magnifico duetto sul fare film che è Il cinema secondo Welles (Il Saggiatore), quando racconta nel 1968 il suo primo incontro col regista di Quarto potere, «vestito con un comodo abito nero» in un ristorante, Peter Bogdanovich  dà voce ancora una volta a quel sentimento di amore per il cinema che attraversa tutta la sua esperienza da regista e da critico, da programmatore al Moma, da produttore e da scrittore, autore di altri testi preziosi che lo vedono di fronte a John Ford o a Hitchcock – i suoi registi preferiti. Il libro prese molto più tempo del previsto, Welles era già morto quando uscì, lasciando incompiuto anche The Other Side of the Wind in cui Bogdanovich «interpreta» il giovane regista di successo quale era nella realtà in quell’inizio degli anni Settanta, accanto all’enigmatica figura del protagonista (John Houston), regista pure lui ma di grandezza catastrofica in un gioco infinito di specchi e di riflessi tra il cinema e gli enigmi vita.

ANCHE Bogdanovich finirà qualche tempo dopo ai margini della stessa macchina hollywoodiana che lo aveva celebrato dopo successi come The Last Picture Show-L’ultimo spettacolo (1971), il romanzo di formazione di due ragazzi in una cittadina del Texas negli anni Cinquanta – che rivelò i giovani interpreti, Jeff Bridges e Cybill Shepherd – in cui la fine di un tempo e di una cultura, della spensieratezza e della strana innocenza di giornate tutte uguali coincide con quella della piccola sala cittadina, luogo dell’immaginario e della memoria, delle prime esperienze e amori, di una nostalgia per un mondo (e un cinema, quello classico e popolare) che non torneranno più – si dice che il suggerimento di girare in bianco e nero venne da Welles.

O COME due anni dopo Paper Moon (1973), il road movie iniziatico di un uomo e di una bambina – Ryan O’Neal e sua figlia Tatum che per il ruolo vinse l’Oscar – nel paesaggio in bianco e nero (firmato da Lazlo Kovacs) dell’America della Grande Depressione punteggiato di cinefilia, omaggi a Ford e al cinema muto.Nel mezzo c’è Ma papà ti manda sola?(1972) con la coppia Ryan O’Neal e Barbra Streisand, variazione sulla screwball comedy e ancora una volta un gesto d’amore per il cinema e la sua storia di cui la sua opera  è continua affermazione.
Nato nel 1939 a New York, padre serbo e madre ebrea austriaca che erano arrivati quello stesso anno in America, Bogdanovich scopre la vocazione cinefila da ragazzino frequentando le sale col padre, inizia poi la sua attività di critico e di programmatore passando presto alla recitazione e alla regia. Ha quindici anni quando si iscrive ai corsi di Stella Adler, al Theater Studio di New York, e diciannove quando esordisce come regista teatrale con The big knife di C. Odets. Nel frattempo si trasferisce a Los Angeles e approda alla factory di Roger Corman, con cui esordisce nel 1968: Targets, prodotto dallo stesso Corman e basato sulla storia di un giovane serial killer, il cui destino si incontra con quello di una star del terrore cinematografico, viene accolto molto bene, e la carriera di Bogdanovich inizia la sua rapida ascesa. Che però comincia a soffrire già nel 1974 con Daisy Miller,adattamento di Henry James, c he si rivelò un fallimento al botteghino. E se come diceva Billy Wilder, Hollywood è un luogo di «grandi gelosie e avidità», Bogdanovich ne finisce intrappolato non senza metterci di suo – «Ho commesso molti errori» dirà. Arrivano le liti con gli studios, la bancarotta col tentativo di distribuire da solo i suoi film (… e tutti risero), gli scontri legali con Universal che lo rendono persona non grata a Hollywood (Mask, 1985). E le tragedie personali che lo segnano per sempre. Proprio ai tempi di ... e tutti risero era iniziata la sua relazione con Dorothy Stratten, giovane attrice, lanciata come Playmate, che era accanto a Audrey Hepburn e Ben Gazzarra nel film. Ma quella stessa estate, il suo ex, e manager Paul Snider la uccise – la vicenda è ispirazione per Star 80 (1983) di Bob Fosse . Lo racconta ancora una volta lo stesso Bogdanovich in The Killing of the Unicorn: Dorothy Stratten,1960-1980 durissima critica contro il mondo di «Playboy», la sua pseudo rivoluzione sessuale e la violenza hollywoodiana sui corpi e i destini delle donne. Il film, …e tutti risero fu una catastrofe, e Bogdanovich divenne da quello più coccolato il regista più crtiicato di Hollywood. Anche perché nelle reciproche accuse ci fu anche quella contro di lui di avere tentato di sedurre la sorella di Dorothy, Louise, che allora aveva tredici anni e che lui prese in carico supportandone studi ecc e che sposò a vent’anni. Era un modo per sentire ancora vicino Dorothy disse.

Nel 2001 il ritorno al cinema dopo decenni di tv di successo con Cat’s Meow, ancora un omaggio alla vecchia Hollywood, a cui seguono alcuni documentari tra cui un ritratto di Buster Keaton, The Great Buster (2018)




Fonte: Ilmanifesto.it