Novembre 17, 2021
Da Il Manifesto
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Samir è diventato grande con le storie della buonanotte che il padre inventa per lui. Un’intera epopea che si arricchisce ogni sera di un nuovo capitolo e di bizzarri personaggi che ruotano intorno ai protagonisti: Abou Youssef, il mercante, e Amir, il suo dromedario parlante. Il Libano, che la famiglia aveva dovuto lasciare in seguito alla scoppio della guerra civile nel 1975, riviveva così nella loro nuova casa in Germania. Immerso in questi racconti fantastici, circondato dal calore di una comunità pronta a riunirsi il fine settimana di fronte alla tv per una partita di un campionato mediorientale, tra cibo e musica, Samir scoprirà suo malgrado che qualcosa non torna nella descrizione del Libano come una terra degna di una fiaba quando si recherà finalmente a Beirut sulle tracce del padre improvvisamente scomparso senza lasciare alcuna traccia dietro di sé.

Cresciuto in una famiglia cristiano-maronita, l’uomo non aveva però preso parte in alcun modo al conflitto, decidendo di lasciare Beirut solo quando la situazione si era fatta troppo pericolosa per lui e la sua famiglia. Ripercorrendone i passi, lungo le pagine di Là dove crescono i cedri (Sem, pp. 442, euro 19, traduzione di Emilia Benghi) Samir si misurerà così sia con la memoria dolente della guerra civile, ancora viva tra la popolazione locale, che con la propria identità di giovane, ormai tedesco che sente il proprio cuore battere al ritmo di una terra lontana e fino a quel momento per lui in realtà sconosciuta, il Libano. Un percorso alla ricerca dei propri affetti e della consapevolezza di sé che segue per molti aspetti le vicende dell’autore del romanzo, Pierre Jarawan, una delle figure più note del circuito della slam poetry tedesca, la «poesia di strada» legata all’hip hop, cresciuto a Monaco ma con delle salde radici nel Libano paterno.

Tra gli ospiti del festival Bookcity che si sta svolgendo a Milano, Pierre Jarawan presenterà il libro, insieme a Daniela Dawan, sabato 20 novembre alle 14 nello spazio delle Sale Panoramiche del Castello Sforzesco.

Pierre Jarawan fotografato da Marvin Ruppert

Il protagonista indaga sul destino toccato a suo padre, ma per questa via scopre soprattutto qualcosa di sé. Cosa lo attende lungo questo percorso?
Samir capirà che l’immagine che aveva del Libano da bambino era per lo più frutto di storie, di racconti di fantasia. È un processo doloroso quello attraverso il quale arriva a riconoscere che ciò che ha portato lui e la sua famiglia in Germania è prima di tutto una storia di violenza. E, alla fine, deve accettare che non c’è una sola verità per rispondere a tutte le sue domande, ma piuttosto più versioni autentiche offerte dai suoi diversi interlocutori. Allo stesso modo, imparerà che a volte perdonare significa comunque soffrire e che per raccontare la propria vera storia dovrà riprendere il ruolo di narratore che svolgeva suo padre quando lui era bambino.

Recandosi in Libano sulle tracce del padre, Samir scopre un Paese che non rappresenta solo le radici della propria famiglia, ma anche un mondo a un tempo meraviglioso e terribile, a lungo dominato dalla violenza. Sono il Libano e Beirut, i veri protagonisti della storia?
Mi piace l’idea che il Libano e Beirut siano i protagonisti del romanzo e penso che lei abbia ragione. A un certo punto Samir afferma che «Beirut è come me». Il che significa che è una città che desidera la pace, piena di energia, ma anche ammalata, sofferente, disorientata. Nella storia volevo mostrare entrambi i volti del Paese: la bellezza e il terrore.

In parallelo con questa «scoperta» del Libano, il suo sguardo si concentra sulle vicende dei rifugiati in Germania. Cosa è cambiato nell’accoglienza riservata via via ai libanesi quarant’anni fa, ai bosniaci e ai kosovari negli anni ’90, ai siriani di recente? La xenofobia sembra aver trovato uno spazio crescente nella società tedesca.
Purtroppo anche in questo caso sono d’accordo. Mettiamola così: penso che la xenofobia, il razzismo e le spinte di destra siano sempre esistite. L’unica differenza è che oggi, a mio giudizio soprattutto a causa dei social media, della disinformazione, della nascita dei nuovi partiti della destra radicale, dell’ascesa del populismo, in Germania come nel resto d’Europa e del mondo, sono diventate più visibili. Le persone non hanno più paura di esprimere pubblicamente le proprie opinioni vergognose. Confondono il razzismo con la libertà di parola. È un peccato. Allo stesso tempo è importante ricordare che stiamo ancora parlando di una minoranza, per quanto rumorosa e arrabbiata. E qui vedo uno spazio d’intervento per la letteratura, i romanzi, che possono costruire dei ponti tra le persone, renderti partecipe della vita e della sofferenza degli altri. E forse possono aiutarti a cambiare il tuo modo di pensare.

Samir sembra voler far luce sulla propria identità, quasi sentisse che lontano dal Libano non riesce ad essere se stesso fino in fondo. Eppure la sua vita e i suoi affetti sono quasi tutti in Germania. Perché si sente così?
Volevo che Samir incarnasse appieno un individuo appartenente alla seconda generazione di immigrati. Coloro che non hanno scelto di nascere o crescere in Paesi diversi: questa scelta è stata fatta per loro. Crescono parlando tedesco, frequentando scuole tedesche, avendo amici tedeschi, ma tornano ogni giorno in una casa dove i loro genitori a volte dopo trent’anni ancora non parlano tedesco, guardano la tv araba, cucinano cibo arabo, si circondano di altri membri della loro comunità e si comportano come se fossero ospiti in questo Paese, non cittadini. Penso che questo crei un conflitto di identità. Molti membri di queste «seconde generazioni», proprio come fa Samir, continuano a chiedersi: «Dov’è davvero la mia casa?».

Pagine molto intime e poetiche si alternano al racconto delle vicende terribili che hanno scosso la società libanese fin dalla guerra civile degli anni ’70. Come ha costruito questo incrocio di memorie individuali e collettive, restituendo entrambe con grande forza emotiva?
Mi ci sono voluti tre anni di ricerche per comprendere appieno la storia del Libano e le guerre che hanno sconvolto il Paese. Ho letto libri, parlato con le persone, frequentato gli archivi e mi sono recato più volte a Beirut. Mentre procedeva la ricerca mi è apparso chiaro come non si possa scrivere della realtà libanese se non attraverso un romanzo che sia in qualche modo politico. Perché a Beirut tutto è politico, anche come ti vesti. Allo stesso tempo ho adottato un linguaggio poetico perché credo che la poesia sia un tramite per creare sia intimità che distanza rispetto a ciò che si descrive. L’intimità mi permette di avvicinarmi di più ai protagonisti. E la distanza serve a scrivere di eventi orribili senza alcun voyeurismo.

Padre libanese, madre tedesca, nato ad Amman dopo che i suoi genitori avevano lasciato Beirut per sfuggire alla guerra civile. Cosa c’è di lei come uomo, prima ancora che come scrittore e poeta, in questo romanzo?
Il libro è pieno di odori, sapori e immagini che sono così nitide perché ne serbo il ricordo dalla mia infanzia. Come Samir, la mia prospettiva sul Libano è cambiata quando sono diventato più grande. Da bambino l’ho sempre considerato solo come il Paese più bello del mondo. Quando ho iniziato ad approfondirne la storia, ho però capito che ci sono molte cose che non vanno e che l’immagine che avevo in mente doveva cambiare. Penso che questo renda anche me un tipico esempio di immigrato di seconda generazione.

L’eco della poesia è costante nel romanzo, dai versi di Gibran alle canzoni di Fairouz per finire con le storie raccontate dal padre del protagonista. Lei è una figura molto nota della slam poetry: quale è il rapporto tra questo stile e il libro, scritto comunque in prosa?
Penso che il linguaggio cui faccio ricorso sia simile in entrambi i casi. Ciò detto, la differenza più grande risiede nel fatto che quando scrivi poesie slam ti rivolgi ad un pubblico che ascolta. Quando scrivi un romanzo, lo fai per dei potenziali lettori. La slam poetry funziona con le battute, è meno complessa, chi si esibisce punta a non perdere l’attenzione del pubblico. Scrivendo «Là dove crescono i cedri», invece, ho apprezzato il fatto di potermi prendere tutto il tempo che volevo per dare vita a personaggi complessi, inventare una storia che funzioni con suspense e svolte inattese. Dopo aver recitato poesie sul palco per dieci anni, ho davvero amato molto il fatto di scrivere questo romanzo.

L’epilogo della storia sembra lasciar intravedere una speranza per un futuro di pace che parta da una nuova consapevolezza dei giovani appartenenti alle diverse comunità del Libano. Si tratta solo di un auspicio o nelle piazze di Beirut si vede già qualcosa del genere?
Se mi avesse fatto questa domanda solo un paio di anni fa, avrei risposto che sì, è giusto coltivare la speranza. Perché le giovani generazioni iniziano a porsi domande sul passato, rendendosi conto che per costruire un futuro insieme bisogna perdonarsi a vicenda. Purtroppo oggi devo invece constatare che nella terribile esplosione avvenuta il 4 agosto dello scorso anno nel porto di Beirut, è come se fossero andate distrutte anche tutte le speranze dei libanesi. Le persone sembrano aver perso l’energia necessaria per creare il cambiamento. Cercano solo di sopravvivere. E i giovani vogliono lasciare il Paese. Ma come si fa a costruire un futuro, se il futuro se ne va? Quindi, oggi sono più scettico che mai.




Fonte: Ilmanifesto.it