Dicembre 6, 2021
Da Le Maquis
155 visualizzazioni

Edito da Feltrinelli, Milano, 2009, 200 p.

Introduzione di Piero Scaramucci
Questa è la storia che Licia Pinelli mi raccontò all’inizio degli anni ottanta. Era rimasta appartata, quasi silenziosa per una decina d’anni, da quell’inverno del 1969, quando la bomba fece strage alla Banca dell’Agricoltura di piazza Fontana a Milano, suo marito Pino, ferroviere anarchico, precipitò da una finestra della questura e l’Italia scoprì che la democrazia era sotto attacco. Licia si era tenuta lontana dai riflettori concentrandosi in una tenace battaglia per ottenere giustizia dalla Giustizia. Non la ottenne. Dopo dieci anni Licia fece forza sul suo severo riserbo e si decise a raccontare di sé e di quel che era successo. Scelse lei stessa di parlare e mi chiese di intervistarla. Non fu un percorso facile, per Licia fu come reimparare a parlare e a guardare dentro se stessa dopo anni di silenzio e autocensura. Oggi, a distanza di tanto tempo, questo racconto appare come un documento di rara verità, chi vorrà scrivere la storia di quegli anni durissimi non ne potrà prescindere.
Non è un documento politico, tutt’altro. Licia è costretta a muoversi in questo cupo scenario di cui stenta a capire il senso, la bomba del 12 dicembre, le retate di anarchici decise a spron battuto, Pino trattenuto illegalmente in questura, l’inspiegabile precipitazione dalla finestra, la morte. E le accuse dei dirigenti della questura, quella stessa notte: si era visto incastrato – dicevano –, si è gettato capendo che era la fine dell’anarchia. E poi la macchina della giustizia che insabbia, temporeggia, diluisce. Menzogne, oggi lo sappiamo con certezza, sappiamo che Pino era assolutamente innocente e che non si era ucciso, Licia lo sapeva da subito. Ma quel che non sospettava e che invece si delinea man mano nel suo racconto, è che Pinoera finito in una macchinazione politica che aveva profonde radici nel paese, una strategia che da tempo aveva condizionato la vita sociale e avrebbe lasciato profonde conseguenze, tutt’ora visibili.
Ignorando i complotti dei fascisti, costruendo montature a carico degli anarchici, mentendo su Pinelli, i dirigenti della questura di Milano eseguono, per connivenza o per ubbidienza, direttive impartite dall’alto. Nel ’69 sono ormai anni che l’Italia è paese di frontiera della Guerra fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica, le direttive sono quelle di sconvolgere la vita sociale con atti politici e terroristici, di cui si incaricano fascisti e servizi segreti, con l’obiettivo di contrastare con ogni mezzo le sinistre. Attorno agli anarchici è tessuta una ragnatela di indagini, infiltrazioni, provocazioni che mira a farne i capri espiatori di attentati compiuti da altri. Interi settori della macchina dello Stato lavorano su questo binario parallelo, al quale si aggregano interessi economici e politici che poco hanno a che vedere con la Guerra fredda, ma che trovano il loro tornaconto nella demolizione dei conflitti sociali e – in ultima analisi – della democrazia. È alla democrazia che invano si appella Licia, e la sua sconfitta è emblematica. Lei resterà fedele, nonostante tutto, ai suoi ideali, ma nel paese si radicherà, negli anni, un costume di indifferenza alla verità, una assuefazione alle mistificazioni, un desiderio di autoritarismo che ignora le leggi, una predilezione per quel che appare in luogo di quel che è, in definitiva uno scetticismo rinunciatario dal quale sarà difficile risalire.
Inaspettatamente il 9 maggio del 2009, a quarant’anni dalla morte di Pino, il presidente della Repubblica ha compiuto un passo dirompente, invitando Licia al “Giorno della Memoria” e iscrivendo di fatto Giuseppe Pinelli tra le vittime del terrorismo. L’emozione è stata grande, le immagini della vedova del commissario Calabresi che stringeva la mano alla vedova dell’anarchico Pinelli si sono viste in tutto il mondo, anche alla TV cinese, accompagnateda commenti sulla necessità della pacificazione, se non addirittura su una conciliazione raggiunta. La valenza umana di quell’incontro è stata così forte da indurre, anche in molti commentatori, la sensazione che le ragioni della morte di Pino, il significato della strage di piazza Fontana, la natura dell’intera strategia della tensione avessero trovato una rasserenante archiviazione. Ma non è così.
Anche le parole di Giorgio Napolitano non chiudono, bensì riaprono una necessità di sapere. Sullo stragismo, sulla “destabilizzazione del sistema democratico, fino a creare le condizioni per una svolta autoritaria nella direzione del paese”, Napolitano ha invitato a continuare a riflettere. Voce isolata in un contesto politico che preferisce rimuovere, il presidente ha posto una pietra miliare che rafforza la necessità di tutte le ricerche, di tutte le battaglie, di tutte le storie che come quella di Licia rappresentano chi non cede alla rassegnazione.
Giuseppe Pinelli è ormai un’icona, se ne tessono persino le lodi, anche da parte avversa, purché non si scavi nelle ragioni della sua morte. Perché è morto? Una fatalità?
Pochissimi ormai sanno che cosa sia avvenuto in quella stanza al quarto piano della questura di Milano la notte fra il 15 e il 16 dicembre 1969. E dovette trattarsi di cosa molto grave se in quarant’anni nessuno di quelli che erano con lui quella notte ha mai parlato. Qualcuno è morto, il commissario Luigi Calabresi è stato assassinato, altri si sono chiusi nel silenzio. Fu suicidio? Le ragioni addotte per spiegarlo si sono tutte rivelate false. Un “malore attivo”, come concluse sei anni dopo il giudice Gerardo D’Ambrosio, forse credendoci poco lui stesso, tanto da specificare “verosimilmente”? Fu una percossa fuori misura, come crede Licia? O fu qualcosa che Pinelli capì nel corso degli interrogatori, tanto importante da costargli la vita, come ipotizza qualcun altro? Vedendo da vicino i fatti, i precedenti, le persone, i contesti si capisce solo che gli stessi che si trincerarono dietro l’inverosimile e calunniosatesi del suicidio, direttamente o indirettamente, volutamente o inconsapevolmente allora cooperarono alla strategia della tensione, dal che è inevitabile collocare Giuseppe Pinelli tra le tante vittime innocenti del terrorismo, terrorismo di Stato in questo caso.
Benché la cronaca di Licia sia un documento storico, essa acquista un’ulteriore e diversa valenza. Rivisto a distanza di decenni il racconto esce dai confini del suo tempo, assume i connotati di una storia in sé, datata ma appunto fuori dal tempo. Potrebbe essere collocata cent’anni fa o oggi o fra altri cento anni. Il doloroso percorso interiore della sua memoria, la sua storia di donna sola di fronte alla crudeltà del potere, la statura severa di Licia e la lotta con i suoi sentimenti, la sconfitta giudiziaria e la vittoria morale sua e di Pino nell’impari battaglia tra etica e macchinazione ricordano l’epica di una tragedia greca, vicenda emblematica nella quale si toccano punti cruciali della vita.
Ripubblichiamo integralmente il racconto che mi fece Licia nel 1981. Quando questo libro era già alle stampe, l’inatteso invito al Quirinale ha reso inevitabile un ulteriore colloquio in cui Licia racconta quella memorabile giornata e risponde alle domande su che cosa, ora, potrebbe cambiare.
Aggiungiamo in questa edizione alcuni brevi contributi – scritti prima di quella visita – di persone che hanno avuto a che vedere con le vicende di Pino e Licia, angolazioni personali anche discordanti tra loro, ma che nell’insieme aiutano a meglio collocare le loro figure e il loro tempo. Per agevolare i riferimenti storici Saverio Ferrari ha curato una cronologia della strategia della tensione, dal 1965 ai giorni nostri, e una bibliografia aggiornata.
Milano, giugno 2009

Link Download: https://mega.nz/file/aEhiACKZ#-AmzOVBOTlbKDMY0vsg5oTJGARp9yrSGD6451Go3La4




Fonte: Lemaquis.noblogs.org