Gennaio 19, 2023
Da Dinamo Press
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Pinky e Brain siedono uno al fianco dell’altro in un posto troppo stretto per entrambi. Alla loro sinistra un bouquet di fiori sintetici nasconde un lock-on, un ancoraggio dove incatenare le mani in caso di sgombero. Coperti da occhiali da sole e passamontagna, illuminati nel buio da un flash e circondati da terra raccontano della loro creazione.

Sotto la superficie del villaggio tedesco di Lützerath, che da due anni resiste all’espansione della miniera di Garzweiler, Pinky e Brain hanno costruito un tunnel per rendere le operazioni di sgombero più difficili e lunghe per le autorità che dal 10 gennaio hanno iniziato a sgomberare lə attivistə che proteggono Lützerath.

I volti coperti, dicono, servono per non focalizzarsi troppo su di loro: «È importante il progetto, non chi lo ha portato avanti», ma anche per non distogliere l’attenzione da quello che succede in superficie, dai barrios, alle manifestazioni, allə attivistə arroccatə sugli alberi. Il tunnel, dicono, è solo uno dei tanti modi per difendere il territorio.

La voce distorta che li intervista chiede perché proprio un tunnel. Pinky risponde «I tunnel sono un sistema estremamente efficace. Sono più facili da difendere di un edificio o una casa in quota su un albero, richiedono molto più tempo durante uno sgombero e la polizia deve agire con cautela. Ci permettono di dare più tempo alle persone in superficie di organizzarsi». L’idea, fa notare Pinky non è nuova e ha radici vecchie trent’anni.

Nel 1990 il Regno Unito si era trovato a fare i conti con l’eredità di un’era, quella di Margaret Thatcher e delle sue politiche di espansione neoliberiste. Parte di questa eredità era racchiusa, tra le varie cose, in un libro bianco chiamato Roads for Prosperity che gettava le basi del più grande programma di sviluppo infrastrutturale nella storia del Regno Unito, in linea con quella che Thatcher stessa definì «la grande economia dell’auto».

Un progetto in particolare, quello della tangenziale di Newbury, si era scontrato con un pesante dissenso popolare che in breve tempo, dal gennaio all’aprile 1996 si era trasformato in una mobilitazione di massa e per molti versi innovativa. Per impedire l’abbattimento di 50 ettari di foresta attivistə da tutto il paese si erano arrampicatə sugli alberi e avevano creato dei campi sopraelevati, interconnessi, difficili da sgomberare. Ma è sottoterra che un gruppo di attivistə muoveva una piccola rivoluzione. Ispirandosi ai tunnel di Cu-Chi che per vent’anni hanno nascosto i guerriglieri Viet Cong, Dan Hooper, detto Swampy, con un manipolo di persone aveva scavato un tunnel e ci si era barricato dentro per una settimana, prima di doverlo lasciare. Ma il seme era ormai piantato. Al primo tunnel, abbandonato per un problema di ventilazione, ne seguirono negli anni altri molto più sofisticati, meglio progettati e soprattutto, più difficili da espugnare.

Per i media britannici, alla ricerca di un nuovo fenomeno da inquadrare per caratterizzare questa nuova ondata di proteste, i tunnel si rivelarono perfetti e Swampy era il volto giusto.

L’attivismo di Dan Hooper, come quello di buona parte degli eco-warriors di quegli anni, era il frutto di un’ibridazione tra politica e musica che si era sviluppato all’inizio degli anni ‘90, un incrocio tra la nascente cultura dei free party e quella dei New Age Travellers.

Capelli corti rasati, un dread che calava dalla frangetta, maglione largo e sorriso stampato ha imparato velocemente a usare i riflettori con i quali le televisioni e i tabloid lo portavano nelle case dei britannici. Recentemente ha raccontato a “The Face”: «Accettavo le interviste perché mi pagavano le multe prese durante le proteste. Mi hanno proposto di partecipare a Have I Got News For You [un quiz show satirico della BBC] per 500£ e accettai, mi sembrava una buona idea. Poi mi sono chiesto perché l’ho fatto? Mi sentivo come un coniglio davanti ai fari di una macchina. Non avrei voluto essere lì». Il luogo dove Swampy più si trovava a suo agio era nei tunnel, circondato da travi di legno e pareti di terra illuminate dalle candele a dalla sua torcia.

Era la creatività e la possibilità di costruire tunnel sempre più difficili da sgomberare che lo facevano scavare giorno e notte per settimane. In un video girato nel 1997, durante le proteste per l’ampliamento dell’aeroporto di Manchester, si vede Swampy emergere da un buco nel terreno indossando una muta da sub, con una bombola di ossigeno sulla schiena, dopo aver scavato per ore immerso nell’acqua sotterranea.

Diventato ormai una piccola celebrità, in un’intervista al “Guardian” ha raccontato di come si sentisse sempre più a disagio con l’attenzione mediatica e non solo. Sempre più di frequente veniva arrestato dalla polizia ancora prima di prendere parte alle azioni.

Durante un’azione venne preso solo lui, in mezzo a una folla di manifestanti, tutti vestiti allo stesso modo e con i volti coperti e Swampy decise quindi di tenere un basso profilo e sparire dall’occhio dei media, tornando a essere Dan Hooper. Solo nel 2010 si è poi scoperto che negli anni Novanta Scotland Yard aveva riempito di informatori e agenti sotto copertura i movimenti ecologisti.

I tunnel però non si fermarono, come scrive David Dragonetti nella sua Disco Dave’s Tunnel Guide, quella che oggi viene considerata la bibbia della costruzione dei tunnel di protesta. Dal primo tunnel del 1996, abbandonato dopo sette giorni, si arrivò a occupazioni durate più di un mese come i 40 giorni di Essex nel 2000.

L’obiettivo era particolarmente importante, racconta Disco Dave: «Le case sugli alberi, ad esempio, non solo sono un ottimo strumento di difesa, ma anche un simbolo potente di resistenza che può essere visto da chilometri di distanza. I tunnel sono l’opposto, dalla superficie sembreranno poco più di un buco nel terreno circondato di immondizia ed è questa la loro vera forza». Le case sugli alberi e le barricate erano ben visibili e questo permetteva alle autorità di fare una stima del tempo e dei costi necessari per lo sgombero. I tunnel rendevano ignote queste variabili, costringendo le autorità ad assumere ditte specializzate nella rimozione dei manifestanti dai tunnel che si facevano pagare milioni di sterline.

L’obiettivo era colpire le autorità e le imprese dove più avrebbero sofferto, nel portafogli. «Scavare i tunnel può fare paura, ma a loro fa ancora più paura doverli sgomberare».

All’arrivo degli anni Duemila l’era d’oro dei tunnel stava lentamente finendo e la loro popolarità andava scemando. Moltə tra lə attivistə più bravə erano statə raggiuntə dalla repressione delle autorità; le denunce, le multe e gli arresti si accumulavano e via via lə tunneler si ritiravano dalla loro arte, ma i tunnel non sono mai scomparsi del tutto.

Oggi Swampy vive in una comune in Galles tra tipi, yurte e case dal tetto di torba. I capelli sono cresciuti e il dread è scomparso, ma il vizio non l’ha perso, anzi, lo ha tramandato. Nel 2021, infatti, sono spuntati dei tunnel di protesta al progetto TAV britannico HS2. A occupare insieme a Swampy per oltre 22 giorni un tunnel a Euston c’era suo figlio Rory di 16 anni. Così come i tunnel hanno fermato in parte l’esagerato piano di espansione stradale negli anni ’90, le proteste contro l’HS2 e i suoi tunnel hanno raggiunto per ora l’obiettivo di aver fatto cancellare il tratto tra Birmingham e Leeds.

Nel frattempo, in Germania, Pinky e Brain hanno lasciato il loro tunnel dopo una settimana di resistenza e in un comunicato hanno fatto sapere che, come molti altri a Lutzerath, vogliono chiamare la società ad unirsi alle forme di resistenza attiva necessarie contro l’assurdità della miniera. «Questa battaglia è persa, ma la lotta per la giustizia sociale deve continuare. Ci sono attivistə ancora in prigione per il loro impegno verso la giustizia climatica. Ci sono persone che ancora lavorano per il profitto di pochi. E c’è il carbone di Lutzerath, che per ora è ancora sottoterra».

Immagine di copertina da fotogramma YouTube LuetziBleibt | Unser Aller Wald, Pinky e Brain nel loro tunnel




Fonte: Dinamopress.it