185 visualizzazioni

La Rete Emergenza Climatica e Ambientale Emilia-Romagna replica alle dichiarazioni rilasciate dal gruppo francese che intende realizzarel’hub: “Nulla di nuovo nel consumo di suolo imperterrito e nell’aumento spropositato di emissioni”. La petizione supera le 1.500 firme, anche il chimico Balzani stronca il progetto: “Ennesima cementificazione selvaggia e farà aumentare l’inquinamento”.

30 Gennaio 2021 – 15:08

“Leggiamo con sgomento le dichiarazioni del gruppo francese Aprc in merito al polo logistico di Altedo che sarebbe un’opera sostenibile e coerente con la vocazione agricola del territorio: come si può parlare di ‘attività agricola garantita’ quando si stanno coprendo di cemento migliaia di metri quadri in modo che diventino per sempre impermeabili?”. La Rete Emergenza Climatica e Ambientale Emilia-Romagna, che comprende 75 associazioni, risponde alle dichiarazioni rilasciate a mezzo stampa dal soggetto imprenditoriale che intende attuare il contestato progetto tra Malalbergo, San Pietro in Casale e Bentivoglio. La Rete è una delle realtà promotrici della petizione online lanciata una decina di giorni fa e che, nel frattempo, ha già superato le 2.500 firme. “Quello che viene garantito- continua il comunicato successivo alle dichiarazioni di Aprc- è ‘un polo logistico di ultima generazione’ ma non vediamo nulla di nuovo nel consumo di suolo imperterrito e nell’aumento spropositato di emissioni che migliaia di camion riverseranno sull’asse autostradale e che necessariamente danneggeranno la salute di chi abita nei pressi del polo stesso e aggraveranno il problema dell’impermeabilità del terreno alle esondazioni, che sempre più spesso colpiscono la nostra pianura, con danni agli abitati e alle colture rimanenti. L’intera trattazione dello sviluppatore è finalizzata a dichiarare la mitigazione e la compensazione degli effetti indubitabili di occupare 70 ettari di suolo agricolo con cemento e asfalto, ma questa è compatibilizzazione, ovvero rendere compatibile un’opera mitigandone gli effetti, non evitandoli, annullandoli o non rendendoli innocui. Nei fatti il progetto è del tutto sprovvisto di quella valutazione di sostenibilità ambientale richiesta dalla legge (dalla Direttiva Ue alla legge italiana) per le previsioni urbanistiche e territoriali”.

Scrive ancora la Rete: “Quale coerenza dell’opera con l’obiettivo di Regione e Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti di trasferire entro il 2030 il 25-30% del traffico merci verso la modalità ferro, per arrivare al 50% entro il 2050? A che servono tutti i piani (Piano Strategico Metropolitano, Agenda per lo Sviluppo Sostenibile, Piano Territoriale Metropolitano, Patto Metropolitano per il Lavoro e lo Sviluppo Sostenibile, Piano Urbano della Mobilità Sostenibile) se si accetta che i singoli Comuni agiscano autonomamente in direzione opposta alle scelte strategiche territoriali necessarie a fronteggiare global warming e cambiamento climatico, perdita di biodiversità, crisi economica e sociale, transizione energetica, conversione ecologica? Questo è quello che intende la Giunta regionale per patto per il lavoro e clima? Non dovrebbero essere le istituzioni regionali e metropolitane a difendere i cittadini dalle speculazioni dei privati? Queste scelte non possono essere lasciate ai Comuni sui quali il ricatto economico e occupazionale pesa molto di più. Non possiamo ridurre il concetto di ‘sostenibile’ a un vuoto marketing politico responsabile di una continua occupazione di suolo. Avere l’obiettivo europeo di azzerare il consumo di suolo al 2050 significa iniziare subito e avviare una seria riflessione su come e che cosa produrre per ridurre le emissioni di gas serra del 50% al 2030, cioè fra 19 anni, a partire dal trasporto delle merci. Da qui al 2030 i consumi di energia dei trasporti, rimasti invariati dal 1990 al 2018, dovranno ridursi del 14%. È possibile vivere ancora nel 2021 nel ricatto occupazionale novecentesco di attività tradizionali senza avere la lungimiranza di fare atterrare sui territori attività davvero ‘sostenibili’ e funzionali alla conversione ecologica cui siamo chiamati, tutti, per avere capacità di futuro. Cosa sono i 1500 posti di lavoro promessi di fronte ai 5000 addetti all’Interporto che è correttamente dotato di uno scalo merci ferroviario? La crisi economica post-covid rischia di essere insanabile se aggravata dalla crisi ambientale: dobbiamo ricostruire meglio e in modo diverso, con innovazione, sostenibilità, attenzione al disagio sociale e alle disuguaglianze cresciute in questi anni”.

Prende pubblicamente posizione contro il progetto anche il chimico Vincenzo Balzani, professore emerito dell’Alma Mater, vicino qualche anno fa alla vittoria del Nobel. “Siamo di fronte all’ennesima cementificazione selvaggia, a beneficio di una sola azienda”, afferma Balzani: “E’ un’opera fantasma, non prevista nei piani e non sottoposta a nessuna valutazione ambientale strategica”. La zona scelta per il polo logistico, sottolinea ancora il professore, “è vicina al casello autostradale, quindi continuerà a favorire il trasporto su gomma e ad aumentare l’inquinamento”. E intanto l’Emilia-Romagna, ricorda Balzani, “ha consumato 404 ettari nel 2019 ed è una delle regioni dove si consuma piu’ suolo, ma dove si verificano anche molti allagamenti a causa del cattivo mantenimento dei corsi d’acqua. Tutte le amministrazioni parlano di ridurre a zero il consumo suolo e l’inquinamento, ma nei fatti si va nella direzione opposta. Non si prendono mai decisioni coerenti con gli obiettivi”.




Fonte: Zic.it