Dicembre 11, 2021
Da Il Manifesto
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Lo status di «giovane compositore» possiede in Italia, come si sa, confini assai incerti e sfumati: si può godere la fortuna o la sciagura di questo stigma anche se si è passata da un pezzo la soglia del mezzo secolo di vita… Effetto della vaghezza del termine (quando si smette, in effetti, di essere giovani se si fa lo strambo mestiere di scrivere musica?), ma anche della retorica che attribuisce alla «giovane promessa», quasi per investitura elettiva, un candore e una verginità creativa sconosciuti sia al «venerato maestro» che al «solito stronzo» (per ricorrere al sublime paradigma arbasiniano).

Ma proviamo per un istante a ricondurre la categoria dell’«artista da giovane» entro i suoi naturali limiti anagrafici, ponendo l’asticella, per convenzione, non oltre i trentacinque (giusto per tracciare la consueta linea d’ombra…). Ebbene: è possibile disegnare un profilo, compilare una carta d’identità delle giovani compositrici e dei giovani compositori, di qualsiasi provenienza essi siano, che operano, lavorano, scrivono in Italia? La risposta è no, naturalmente: se gli anni Settanta e gli anni Ottanta sono stati, secondo la felice definizione di Armando Gentilucci, l’età del molteplice, gli anni Duemila sono l’età del prisma, in cui ogni compositore, forse ogni opera, occupa una delle incalcolabili facce di un infinito Hyperprism… Ciò non significa però che non si possa rintracciare nella «musica attuale» degli under trentacinque, dopo aver compiuto una meditata ricognizione statistica, qualche nervatura, qualche filigrana comune.

L’occasione di una sia pur parziale «indagine sul campo» è data da due esperienze recenti che vanno al cuore della creazione «contemporanea»: i College promossi, quest’anno, dalla Biennale Musica di Venezia, e un progetto di lungo respiro, dedicato ai rapporti tra Hölderlin e la musica del XX e XXI secolo, avviato lo scorso anno dal Conservatorio di Milano. Il lavoro dei quindici compositori, provenienti dai quattro angoli del mondo, ascoltati tra Milano e Venezia, ha lasciato affiorare sorprendenti similitudini e assonanze. Uno: tutti o quasi dimostrano innanzitutto una fortissima attitudine progettuale: la tendenza cioè a costruire non tanto e non solo «oggetti sonori» di maggiore o minore originalità, ma veri e propri «percorsi ideativi» dotati di solide basi concettuali. Due: una dichiarata propensione per l’autoproduzione, ossia per la confezione semi artigianale dei propri prodotti, lontani dalle logiche del mercato. Tre: la totale estraneità nei confronti di correnti, tendenze, stili compositivi legati alle estetiche di fine secolo.

A nessuno dei nuovi compositori sembra importare un granché del conflitto tra musica seriale e musica neo-tonale, tra neo-complessità e neo-semplicità, tra radicalismo e postmodernismo che ha segnato per anni la musica nuova dello scorso secolo. Quattro: la capacità di dominare materiali compositivi assai eterogenei tra loro, senza operare alcuna gerarchia: frammenti di musica scritta, schegge improvvisative, suoni concreti, suoni elettroacustici, dj set, echi di popular music, memorie di musica colta contemporanea… Cinque: una forte consapevolezza drammaturgica, l’idea cioè che il suono, in qualsiasi forma sia organizzato possiede una spontanea vocazione alla rappresentazione. Sei: un mix in buona parte inedito tra un forte individualismo stilistico, poco propenso alla messa in comune di stili, atteggiamenti, scuole, ma al tempo stesso uno sguardo radicalmente transnazionale, cosmopolita, globale che manda in soffitta qualsiasi koinè nazionale, locale o regionale.

Tutto questo non autorizza certo a immaginare l’avvento, nello scenario della musica del nostro tempo, di una Fase Terza, evoluzione e sviluppo della celebre Fase Seconda teorizzata da Mario Bortolotto. Ma di sicuro consente di smentire i frettolosi esecutori testamentari della cosiddetta «musica contemporanea». Al contrario: il suono nuovo, il suono attuale, il suono del nostro tempo non ha alcuna intenzione di farsi sopraffare dal silenzio, né di lasciarsi estinguere dal preteso tramonto della complessità.




Fonte: Ilmanifesto.it