Gennaio 27, 2022
Da Il Manifesto
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La notizia è di alcuni giorni fa: Neil Young è entrato in rotta di collisione con Spotify. La ragione che ha spinto il musicista a scrivere una lettera, minacciando di rimuovere il proprio catalogo dalla piattaforma, è l’atteggiamento tenuto del conduttore Joe Rogan in merito alla vaccinazione contro il covid durante il suo podcast The Joe Rogan Experience. Non un podcast qualunque tra gli oltre tre milioni disponibili su Spotify ma il n. 1, il più ascoltato in pianta stabile. Un fenomeno innanzitutto statunitense di cui in Italia fatichiamo a cogliere la portata, considerando che la trasmissione di Rogan, secondo Forbes, viene scaricata circa 190 milioni di volte ogni mese e il reddito netto del conduttore viene stimato intorno ai 100 milioni di dollari nel 2020.
Joe Rogan è un personaggio controverso. Nato in New Jersey nel ’67, ha iniziato proponendosi nelle serate di stand-up comedy e tentando, parallelamente, una carriera come lottatore di kickboxing. Non gli riuscì, ma la passione per le arti marziali rimase e così, dopo alcune esperienze in radio, iniziò a farsi conoscere come commentatore di incontri di Mma. Nel 2009 lanciò infine il podcast che lo ha reso noto e milionario. Nel corso delle puntate si parla un po’ di tutto e gli ospiti sono spesso personaggi famosi, con i quali Rogan instaura un dialogo franco e diretto. Il momento rimasto più impresso negli ultimi anni risale al 2018, quando il conduttore riuscì a convincere il magnate hi-tech Elon Musk a fumare uno spinello in diretta.

POLITICAMENTE, Rogan definisce se stesso di «tendenza libertaria». In occasione delle primarie dei democratici del 2020 dichiarò che avrebbe «probabilmente» votato per Bernie Sanders, un endorsement per il quale il politico venne criticato dalla sua base perché il conduttore, nel corso degli anni, ha collezionato una serie di battute omofobe, transfobiche, misogine e razziste – nonostante Rogan sostenga di supportare i diritti delle comunità in questione. Una volta fuori gioco Sanders, lo showman disse che avrebbe sostenuto Trump piuttosto di Biden, perché quest’ultimo non avrebbe avuto le necessarie «risorse cognitive» per gestire la presidenza in quanto troppo anziano. Rogan è pro-caccia e pro-armi e, allo stesso tempo, pro-droghe per uso ricreativo.
Il conduttore, insomma, ama le posizioni estreme seppur sfuggendo dalle categorie in maniera piuttosto furbesca, o almeno finora era sempre riuscito nell’intento. Sulla pandemia però le cose non sembrano filare così lisce. Ad inizio gennaio 270 dottori e professionisti della medicina hanno scritto una lettera, sempre indirizzata a Spotify, per chiedere che venisse «mitigata» la diffusione della disinformazione nei loro contenuti. Incriminata nello specifico è la puntata del 31 dicembre 2021 nella quale l’ospite di Rogan era stato Robert Malone, scienziato e ricercatore ormai voce degli scettici del vaccino negli Stati uniti. In precedenza, lo stesso Rogan era stato criticato da Anthony Fauci per le sue posizioni scettiche, soprattutto in relazione al vaccino per bambini ed adolescenti. Ed è qui che entra in gioco Neil Young – che evidentemente deve essere venuto a conoscenza della lettera dei medici con un po’ di ritardo.

IL MUSICISTA ha terminato la sua missiva indirizzata alla piattaforma con un aut-aut: «Potete avere me o potete avere Rogan, entrambi è impossibile». Il colosso dello streaming, c’è da dire, ha preso l’ultimatum piuttosto sul serio e forse non nel senso in cui Young si sarebbe aspettato. Due giorni dopo ha eliminato l’intero catalogo della rockstar, auspicando un suo presto ritorno ma sottolineando anche di aver già rimosso decine di migliaia di podcast per la disinformazione sul covid – sottotesto: non abbiamo nessuna intenzione di fare lo stesso con il popolarissimo e redditizio show di Rogan.
Si potrebbe, tuttavia, «consolare» Neil Young facendogli notare che le ragioni per boicottare Spotify non mancano. Lo scorso novembre, il Ceo Daniel Ek si era detto entusiasta dell’accordo raggiunto con l’industria di tecnologie militari Al defence, una compagnia anglo-tedesca nella quale Ek ha investito 100 milioni di dollari. Inoltre, il pagamento delle royalties di Spotify agli artisti continua ad essere scandalosamente basso: in media $0.004 per ogni canzone ascoltata. Insieme alla scarsa qualità di ascolto che il colosso garantisce, sono questi i motivi che stanno spingendo molti musicofili – ma non il grande pubblico – a migrare verso altre piattaforme, soprattutto Qobuz e Tidal. Eppure, Neil Young aveva discusso anche con quest’ultima – di proprietà attualmente del creatore di Twitter, Jack Dorsey – perché Tidal avrebbe mentito, in passato, sulla qualità dei file spacciando per «master» brani in realtà compressi. Sia come sia, con l’uscita dell’ultimo album Barn il rocker deve averci ripensato rendendo nuovamente disponibile tutto il suo catalogo su Tidal. Per lo meno lì, possiamo sognare di «rockeggiare in un mondo libero» e senza covid.




Fonte: Ilmanifesto.it