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Mi interessa tutto ciò che è rivolta, disordine,
caos, in modo particolare le azioni apparente­mente prive di significato. Mi
sembra di stare sulla strada che porta alla libertà.

(Jim Morrison dei Doors)

 

Nella lingua inglese del XV secolo punk significa puttana. In seguito,
durante il proibizionismo, la parola entrò a far parte del gergo della malavita
con il significato di bandito di mezza tacca, di teppistello senza avvenire.
Nel pop viene utilizzato per indicare uno stile molto primitivo e violento, il
contrario della musica sofisticata e cerebrale di quegli anni.

Tra l’autunno del 1976 e l’estate del 1977, una musica particolare, uno
stile sottoculturale molto vistoso e una crisi nazionale sempre più incalzante
sembrarono per un momento fondersi insieme. Il punk fece irruzione in una
Londra colta di sorpresa e acquistò ben presto quei sinistri connotati che ne
fecero un nuovo spauracchio popolare, una dimostra­zione drammatica del
preoccupante aggravarsi dello stato di malessere in cui versava la Gran
Bretagna. Molti vedevano nel punk un fenomeno fin troppo ovvio, altri cercavano
di scoprire in esso un senso politico al di là dei simboli violenti e
provocatori che circondavano quella sottocultura, e si domandavano se fosse un
fenomeno fascista o anarchico.

Il punk proclamava la necessità di violare il monotono copione quotidiano
del senso comune, proponendo una macabra parodia dell’idealismo sul quale si
fondava il concetto che affermava non esistere alcun futuro al di là del
presente.

Lo stile punk era l’amalgama di tutte le precedenti sottoculture, la sua
musica era la somma di tutti i rumori giovanili ribelli.

Fu anche per l’Italia una vera rinascita musicale. Il ritrovato impulso
creativo e la vitalità giovanile dei fine Settanta portò ad un continuo proliferare
di gruppi rock, ed esplose un underground di notevoli proporzioni, in grado di
scardinare l’appiattimento culturale che l’aveva preceduto. Il punk liberò
l’energia e l’etica del Do
It Yourself fece
il resto: pur nella quasi assoluta mancanza di circuiti e strumenti di
propaganda e di informazione precostituiti, nascono le prime etichette
indipendenti, proliferano le fanzine e si affacciano nelle edicole i primi
mensili specializzati.

La cultura alternativa punk esprime concetti e progetti pratici. Combatte
per mostrare verità o teorie proprie. Paranoia, rabbia, eccesso servono a
combattere i propri antagonisti sociali. Il punk si scaglia contro,
sprigionando la più forte e incisiva passione in ogni cosa, atto, fatto, rischiando
spesso o sempre un distacco folle dalla realtà e dal ritmo che questa impone.
In questo contesto, ogni attimo può sempre, con follia, contribuire alla
costruzione di un progetto di vita. In questa ribellione vi è l’affermazione
confusa di una libertà totale. L’affermazione del furore di vivere, contro una
noia quotidiana imposta. Un rifiuto puro al vecchio mondo che ripropone
costantemente lo stesso tempo, un rifiuto nichilista, un superamento totale di
ogni dinamica imposta.

Nichilismo, situazionismo, ironia arrivarono puntualissimi insieme
all’estetica, al chiodo ormai simbolo di ribellione, tempestato di spillette,
di borchie, di toppe.

I Punk hanno stravolto con un impeto violentissimo, da cani sciolti, la
scena cittadina mandando in tilt le città. Dalle ceneri dei movimenti armati,
ai primi spazi sociali, ma in modo totalmente anarchico, senza pastoie, senza
guardare a ciò che c’era intorno. La scena musicale italiana si è creata da
sola e ha sfornato disco dopo disco buona parte del punk italiano e non solo.

 

Il punk e l’hardcore, erano
“virus” che si diffondevano, e bastava un disco, una scritta sul
giubbotto, una camicia, uno sguardo, una maglietta o una frase. Roba nostra, in
qualche modo stavamo da questa parte di una barricata, ché dall’altra c’era
tutto un mondo da fare schifo. E alla fine non c’era da stupirsi che fossimo
istintivamente, visceralmente o superficialmente anarchici. Ribelli…




Fonte: Achatnuarproduction.blogspot.com