Febbraio 3, 2022
Da Il Manifesto
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R.W. Fassbinder muore quarant’anni fa, il 10 giugno del 1982, aveva 37 anni e una filmografia imponente (più radiodrammi, regie teatrali, serie per la tv, scritti critici e teorici illuminanti), scandita dal desiderio quasi frenetico di fare, sperimentare, creare, mettere alla prova talento e mezzi produttivi in un corpo a corpo dolcemente spericolato col proprio tempo, i vissuti e la materia di cui sono composti – aveva cominciato a girare neppure a vent’anni i primi corti dedicati a Godard e a Rohmer, Il vagabondo e Il piccolo caos, divenendo ben presto uno dei rivoluzionari protagonisti di quel Nuovo cinema tedesco, che tra gli anni 60 e quelli 80 aveva cercato di rifondare una cinematografia nazionale in profonda crisi.

OGNI SUA opera intreccia la storia della Germania, passata e a lui contemporanea, e quella del cinema – era stato anche attore per Straub e Huillet in Il fidanzato, l’attrice e il ruffiano (1968) – gli amori dell’immaginario, a cominciare da Douglas Sirk il suo riferimento coi melodrammi «belli e entusiasmanti» come i film di Hollywood che Fassbinder amava ma non «ipocriti», e mai rassicuranti – «I personaggi di Sirk non erano felici. Ecco perché mi piacciono più degli altri» diceva. E poi Fuller o anche Hitchcock, e la politica, la sconfitta di una generazione, la sua, affrontata in tempo reale – come nel magnifico episodio del film collettivo Germania in autunno (1978) girato durante i funerali delle vittime di Stammheim, che diventa il requiem di un movimento. E l’idea di una «factory» unica in Europa – le star Ingrid Caven che è stata anche sua moglie o Hanna Schygulla e ancora Lilo Pempeit, cioè Liselotte Eder, la madre amatissima, i direttori della fotografia Michael Ballhaus e Xavier Schwarzenberger, l’attore e scenografo Kurt Raab, il musicista Peer Raben. Diceva Fassbinder: «Non trovo il melodramma irrealistico, a ognuno di noi piace drammatizzare ciò che accade, a questo si aggiungono le piccole nevrosi che cerchiamo di aggirare per metterci in discussione ,e il melodramma si scontra con loro. Prendi Come le foglie al vento (1956): ciò che passa sullo schermo non è qualcosa con cui posso identificarmi direttamente perché è così puro, così irreale. Eppure dentro di me diventa una nuova realtà perché la sola realtà che conta è nella testa dello spettatore».
Che cosa è dunque questo Otto ore non sono un giorno che arriva per la prima volta in Italia grazie a Fuori orario (stasera e domani, Raitre, dalle 01.10 alle 0.6)? Una serie andata in onda tra il 1972 e il 1973, e prodotta dalla Westdeutscher Rundfunk, che rivoluzionò la televisione tedesca reinterpretando un genere con grande successo di pubblico e molte critiche – sia da destra che da sinistra. Cosa disturbava tanto? Forse che i protagonisti dei cinque episodi (dovevano essere otto ma venne interrotta prima nonostante appunto l’ottimo risultato ottenuto) rimasti a lungo invisibili fino al restauro nel 2017 – quando vennero presentati alla Berlinale – sono operai, cosa mai accaduta fin lì in una serie tv. O che si parla della fabbrica ma in una cifra diversa da quella dei film «militanti» dell’epoca – anche se alla base c’è un anno di ricerche e di incontri e discussioni coi lavoratori.

I PROBLEMI in fabbrica e coi padroni si mescolano alle vicende amorose e alle avventure esistenziali dei singoli componenti della famiglia secondo le «regole» del feuilleton e con molto umorismo e un’allegria rara nell’universo fassbinderiano – che qui per la prima volta rispetto ai film girati fino allora si confronta con un budget maggiore e un prodotto destinato a un pubblico più ampio dimostrando di saper controllare formalmente e sul piano produttivo l’intera operazione. E soprattutto senza rinunciare a quella visione rivoluzionaria che caratterizza i suoi film: nel quotidiano a volte lunare dei protagonisti si parla di lotta di classe e di resistenza pacifica ma ostinata, di solidarietà e di utopia. Di difesa dei lavoratori e emancipazione delle donne, dei diritti dei bambini e degli anziani, della pensione, della mobilità interna e dei salari. Come combattere contro l’alienazione del lavoro, in che modo coinvolgere gli operai in fabbrica nelle battaglie?

IL PICCOLO appartamento dei Kruger a Colonia racconta un universo il cui centro è il nipote, Joachem (Gottfried John) proletario sexy che vive in coppia con l’esplosiva Marion (Hanna Schygulla). Tra quelle stanze, il bar, la fabbrica e gli attrezzi di lavoro Fassbinder mostra come si può pensare la rivoluzione, e lo fa con ottimismo, ironia, invenzione narrativa, e soprattutto una libertà che rifiuta il dogma del suo soggetto.




Fonte: Ilmanifesto.it