Marzo 19, 2022
Da Il Manifesto
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Ricorrendo a una voce narrante molto singolare, una sorta di narratore fluido che si sposta tra i personaggi, entra nelle loro menti, ne mescola i punti di vista attraverso focalizzazioni incrociate, dissolvenze e carrellate, Damon Galgut offre, con La promessa, «una dimostrazione spettacolare di come il romanzo possa modificare radicalmente il nostro modo di vedere e pensare»: questa la motivazione che ha accompagnato il Booker Prize, vinto dallo scrittore sudafricano l’anno scorso, ciò che gli ha aperto le porte di una celebrità non ancora conquistata dalle opere precedenti – quattro pièces teatrali e otto romanzi – nonostante fosse già evidente la sua non comune abilità nel costruire una voce inedita e diversa a ogni nuovo lavoro.

Non esitando, nei momenti più inattesi, a rivolgersi direttamente a chi legge, la voce narrante della Promessa arriva a imbastire una sorta di discorso libero indiretto a mo’ di contrappunto, una voce plurale bianca che sovrasta l’arcobaleno sudafricano ormai sbiadito, ed è costretta a zittirsi di fronte all’universo nero, che non può penetrare e a cui non può dare voce. Così, un genere classico come la saga familiare assume connotazioni affatto originali: la storia si snoda attraverso tre decenni fondamentali per il passato recente del Sudafrica – dalla proclamazione dello stato d’emergenza del 1986 alle dimissioni del presidente Zuma nel 2018 – per ognuno dei quali viene scelto un momento topico, ovvero un funerale.

L’invecchiamento e la morte, temi chiave, accompagnano tanto il succedersi della Storia che «calpesta gli individui», quanto l’eterno ritorno del ciclo stagionale. Al rinnovarsi del quale, la figura della più giovane (e più straniante) componente della famiglia, torna a ricordare la promessa che dà il titolo al libro, un patto fatto alla vigilia del primo funerale e ripetutamente disatteso: alla fedele domestica di colore si sarebbe lasciata in dono la casupola in cui vive e la terra arida che la circonda. Letto da molti recensori come un’allegoria delle promesse non mantenute dal Sudafrica post-apartheid, questo di Damon Galgut non è tuttavia, un romanzo politico: con ironia l’autore riesce a prendere le distanze dalle osservazioni del narratore e dai suoi stessi personaggi, mantenendo leggero, e a tratti decisamente umoristico, il tono di una vicenda che nasce e si sviluppa attorno a una serie di morti. Incontriamo Damon Galgut a Roma, invitato dal Festival LibriCome.

La voce narrante che lei ha adottato è una variazione del tutto particolare del discorso indiretto libero, che non si accontenta di esprimere diversi punti di vista, ma scivola, come una sorta di narratore fluido, nelle menti dei personaggi, passa quasi senza parere dai pensieri dell’uno a quelli dell’altro e da un tono narrativo a un altro. Come è nata questa voce?
All’inizio mi ero servito di un narratore onnisciente, molto più tradizionale, ma a un certo punto mi è stata offerta la possibilità di lavorare a una sceneggiatura, e quando sono tornato al libro ho visto la chance di trasferirvi una sorta di logica cinematografica: ho capito di poter saltare in un modo molto veloce tra una prospettiva e l’altra, spostarmi da un punto di vista all’altro, dalla percezione di qualcuno alla coscienza di qualcun altro e, come in un film, passare da un luogo a un altro molto velocemente. Questo mi ha permesso di dare espressione a più voci, perché ho la sensazione che la storia del Sudafrica necessiti di un coro, anche se stonato, disarmonico. È stato eccitante per me, ma mi ha anche dato insicurezza, perché in una narrazione, mi dicevo, si dovrebbe essere più misurati, stabilire un certo realismo dei personaggi, soprattutto fissare un senso di stabilità. La prospettiva più convenzionale rende il narratore invisibile, proprio il contrario di quel che stavo facendo. Ero preoccupato, pensavo, sarà un caos, e poi mi sono detto: allora andiamo fino in fondo. E così, ho lasciato che la voce narrante assumesse un determinato tono, che desse giudizi sui personaggi, anche spostando l’identità del narratore, che a volte sembra avere una voce piuttosto disumana.

Secondo i «cultural studies» affrontando ogni testo dovremmo porci tre domande: Chi parla? Da dove parla? A chi parla? Possiamo provare a posizionare «La promessa»? Chi parla nel suo romanzo? Da dove e a chi?
Quando ho deciso di attirare l’attenzione sul narratore invece di nasconderlo, al tempo stesso ho deciso di dargli identità mutevoli. Forse non è sempre la stessa persona a parlare: in certi momenti, sembra essere qualcuno della famiglia protagonista, in altri qualcuno non proprio umano. A volte, è uno dei personaggi che si rivolge a sé stesso, altre volte il narratore interpella direttamente il lettore, in modo quasi accusatorio: in certi momenti esce dalla pagina per dire la sua. Penso che i romanzi siano nati come una sorta di distrazione per le classi medie, di cui tradizionalmente riflette i valori, per trasmettere un senso abbastanza rassicurante del mondo. Naturalmente, nel corso del tempo, il romanzo si allontana molto da questo modello, ma sempre con dei limiti. Perché un libro sia letterariamente soddisfacente non si può avere una narrazione assolutamente disordinata, ci vuole un bilanciamento: da un lato devi risolvere la storia e darle una forma che abbia un inizio, una parte centrale e una fine; ma dall’altro infrangendo le regole ci si avvicina un po’ di più a quello che percepisco essere il reale funzionamento di un mondo non coeso, non coerente, dove i buoni per lo più non vengono premiati e i cattivi non vengono puniti.

Veniamo alla struttura del libro: abbiamo quattro parti che corrispondono a quattro funerali, che si svolgono uno ogni decennio, in quattro stagioni diverse e secondo quattro differenti riti religiosi. La scelta dei funerali come momenti topici della famiglia sembra essere vagamente ironica. Il mutare delle stagioni e dunque il passare del tempo è un tema fondamentale; ma perché tanta attenzione nel differenziare i riti?
Sebbene possa sembrare strano, visto che si parla così tanto della morte, mi sono molto divertito nello scrivere questo romanzo. La voce narrante si muove con leggerezza, quindi sì, c’è un po’ di umorismo. L’idea mi è venuta da un amico che è l’ultimo discendente della sua famiglia, e che mi ha raccontato la storia dei funerali dei suoi parenti, facendomi molto ridere. Così ho pensato che far passare una storia attraverso i funerali poteva essere insolito, interessante. A questo punto della mia vita il modo di raccontare una vicenda è forse più importante della storia stessa. In questo caso, parte dell’attrazione è dovuta al fatto che quanto è accaduto tra un funerale e l’altro si può lasciare che il lettore lo immagini, così come si immagina la vita di qualcuno che non si è visto per anni. Se avessi ripetuto lo stesso servizio funebre quattro volte, mi sarei annoiato, ma soprattutto è vero che questa varietà dice anche qualcosa sul Sudafrica, dove vivono persone di origini miste, religioni diverse. Mio padre per esempio è ebreo; quando mia madre l’ha sposato, si è convertita all’ebraismo, ha convertito me e mia sorella, ma poi ci ha cresciuto in modo laico. Poi si è risposata con un afrikaans calvinista, e siamo stati anche noi calvinisti, per qualche anno. Quando poi ha divorziato anche dal mio patrigno, ha seguito le derive mistiche di una religione orientale. Più in generale, il Sudafrica al momento è un paradiso new age.

Lei dà alla fattoria della famiglia protagonista un ruolo centrale. Mi domando se si possa inserire «La promessa» nella tradizione della «farmhouse novel» sudafricana, cui appartengono Olive Schreiner con il suo «Storia di una fattoria africana» e, soprattutto, il Coetzee di «Nel cuore del paese». Peraltro, la struttura di saga familiare strettamente legata alle vicende politiche e sociali del Sudafrica, mi ha riportato alla mente «La polvere dei sogni» di André Brink. Si riconosce in queste tradizioni?
C’è un momento nel libro in cui Astrid sfoglia il romanzo fallito del fratello Anton e legge una nota a margine: «è una saga familiare o una farm novel?» Naturalmente sono io che mi sto ponendo la domanda, e che sto passando ad Anton le mie insicurezze sul libro. Credo che Olive Schreiner e le prime farm novels facessero parte di un progetto coloniale per romanzare l’occupazione della terra. Coetzee l’ha ribaltato molto consapevolmente: Nel cuore del paese è stato il primo dei suoi libri che ho letto e ricordo quell’esperienza come straordinaria. D’altra parte, non sono sicuro che si possa effettivamente parlare di una particolare tradizione di scrittura sudafricana: c’è stata la corrente coloniale e poi una sorta di scrittura di resistenza, ma dopo il 1994 si è aperto un periodo completamente nuovo, e io credo che le tradizioni siano troppo vaghe e forse troppo aperte perché possa sentirmi l’anello di una catena prestabilita. Se sto consapevolmente seguendo le orme di qualcuno, questo è Coetzee, ma sono riluttante ad ammetterlo, perché sento per la prima volta che forse mi sono liberato della sua ombra.

Molti critici, in effetti, hanno paragonato «La promessa» a «Vergogna», ma io trovo che quello di Coetzee sia un romanzo molto più cupo e pessimista.
Mi fa molto piacere, perché alcuni hanno scritto che sono più pessimista di Coetzee, ma a me sembra che si debba essere davvero sordi se non si trova dell’umorismo nel mio libro.

Passiamo ai personaggi: Amor è la ragazza che caparbiamente ricorda a ogni funerale la promessa che il padre ha fatto alla madre morente e che puntualmente è disattesa. È diversa da tutti: è una folle, una santa… Perché l’ha resa così misteriosa, forse perché ne voleva fare un personaggio simbolico, come hanno scritto in molti?
Decida lei. Non sono nemmeno sicuro di cosa vogliano dire con quel «simbolico». Volevo lasciare Amor nell’ambiguità, e a tempo stesso intendevo farne il centro morale del libro: perché vuole mantenere «la promessa»? È possibile che creda altruisticamente di fare la cosa giusta, ma è anche possibile che ci sia qualcosa di sbagliato in lei. Diversi personaggi, infatti, fanno riferimento al fatto che è stata colpita da un fulmine e forse ha subito danni cerebrali: ho voluto lasciare questa possibilità aperta. Amor ci mette comunque trenta anni per far sì che venga mantenuta la promessa: così funziona il mondo reale, puoi avere buone intenzioni, ma si possono frapporre mille ostacoli alla loro realizzazione.

All’altro polo del libro c’è il personaggio di Anton: è una controparte di Amor?
Rappresentano in qualche modo due aspetti della mia natura sudafricana. Come Anton, ho sentito ad un certo punto della mia vita che il futuro era nelle mie mani: non era vero e non è detto sia una brutta cosa. Corrisponde a una parte di  me che corre su un binario parallelo a quello di Amor, e che  sente l’impulso morale di rinunciare al privilegio e al potere, ma non sa come farlo.

Gli atteggiamenti di molti personaggi nei confronti della popolazione di colore si possono interpretare come esempi di razzismo di ritorno?
Si potrebbe dire che tutti i personaggi, a parte Amor, non si preoccupano molto della storia o di rimediare al passato, e questo vale anche per la maggior parte dei sudafricani bianchi, inclusi i componenti della mia famiglia, che alzano le spalle e dicono: non ho creato io l’apartheid.

È per questo che il narratore non entra mai nella mente delle persone di colore?
Ho preso questa decisione abbastanza alla leggera e si è rivelata essere l’aspetto più controverso del libro. Ho voluto fare di un problema della vita reale un problema letterario, e se chi legge ne risulta infastidito, se sente che qualche domanda non ha avuto risposta, c’è più speranza che la cerchino nella loro mente e forse nella vita.

Diversi recensori hanno letto La promessa come un’allegoria politica. Lei è d’accordo?
Il vero soggetto del mio libro è il tempo che passa, un soggetto nascosto che ho cercato di far emergere. Avevo in mente il fatto che nel grande flusso del tempo ognuno è un personaggio di passaggio, così ho lasciato che la narrazione si spostasse molto spesso dalla famiglia a qualche personaggio secondario, sperando di trasmettere con ciò l’idea che tutti noi nel tempo siamo portatori di  storie diverse che si intersecano: alla fin fine il tempo è quello che conta, perché nel suo svolgersi cambia tutto, dalla Storia alla politica.




Fonte: Ilmanifesto.it